Lettera
aperta di Nando Marino
Torre
Annunziata, 29 0ttobre 2005.
Cari compagni di avventura,
Il viaggio è stato sofferto. Lungo. Faticoso.
Difficile. Si è affinata, però, l'arte del
viaggiare. La nostra "avventura " in Asia
Centrale si è conclusa dopo 46 giorni.
Abbiamo percorso oltre 13.000 km attraversando
steppe, deserti, montagne. E' stata
un'esperienza intensa.
Alessandro diceva con il suo piacevolissimo accento
toscano "Ragazzi, ma vi rendete conto? E' stato
un viaggio tosto! Abbiamo aperto i cancelli della
storia e siamo entrati dentro" E non aveva
torto. Abbiamo percepito "dal vivo"
che quei popoli, caduti in oblio con la
decadenza della Via della Seta causata dalla
scoperta dei nuovi passaggi ad oriente via mare , ed
oggi alla ricerca della propria identità perduta a
causa della dominazione zarista e della successiva
sovietizzazione, sono stati centri del sapere e
della scienza quando in Europa, di sera, si
chiudevano a chiave i ghetti.
Abbiamo visto cose eccezionali.
Come si possono dimenticare le ripide pendenze
delle "rampe" dell'altopiano anatolico, le
danze curde a Dogubayazit ai piedi dell'Ararat, i
colori dei tramonti e dei dei boschi adagiati lungo
le rive di fiumi incontaminati, il deserto iraniano
accompagnato dalla rossa catena degli Alborz,
Asghabat con i suoi regali cavalli, la megalomania
di Nyamov degnamente espressa nel delirio edilizio,
il bazar Tolkuchka adagiato sulla sabbia con i suoi
sfavillanti colori proiettati su di noi da sete,
ori, tappeti, la dolcezza del canto e l'armonia
della danza delle tre indimenticabili fanciulle
turkmene, e poi, la full immersion a Khiva, il
gioiello del Khorazem che brilla ancora di luce
propria, i luoghi sabbiosi (Registan), di
Bukhara e Samarcanda, i minareti svettanti verso il
cielo, le donne avvolte nei loro variopinti costumi,
il formidabile Mausoleo di Khomeini a Tehran, la
visione al tramonto, quando la luce è più
dolce e i colori sono più caldi, del
caravanserraglio di Minundash, uno dei
più monumentali e meglio conservati
sulla Via della Seta, nel deserto, la mimica
facciale e del corpo del ragazzo uzbeko
che in una danza contadina arcaica e terribile
imitava gli animali, e poi, e poi, tanto altro
ancora.
Ne abbiamo fatto di cose. Tutto è stata una gioia
per i nostri occhi meravigliati e per la
nostra coscienza svegliata dall'adrenalina.
Dice il grande viaggiatore B Chatwin nel suo
"Anatomia dell'irrequietezza" (Biblioteca
Adelphi, 1999) "...l'adrenalina l'abbiamo
tutti. Non possiamo eliminarla dal nostro organismo
o pregare che evapori. Privati di pericoli,
inventiamo nemici artificiali, malattie
psicosomatiche, esattori delle tasse....L'adrenalina
è la nostra indennità di viaggio.."
Tutto rimarrà impresso nel nostro cuore e nella
nostra mente.
Presto dimenticheremo banalità, disagi
e saremo fieri e felici di ricordare la nostra
"avventura" nella consapevolezza di
aver arricchito la nostra cultura.
Dobbiamo essere orgogliosi di quello che abbiamo
fatto. Abbiamo realizzato interamente un programma
complesso.
Abbiamo centrato tutti i siti del Turkmenistan e
dell'Uzbekistan e qualcuno perduto in Iran è
stato sostituito, non appena le
circostanze di tempo e di luogo lo hanno consentito,
da altri non meno importanti.
Personalmente non ho mai pensato che stavo in
vacanza, ho sempre pensato che stavo viaggiando
fuori dai normali circuiti, per conoscere, vedere,
intuire un mondo così distante. Non solo
geograficamente. Dove ogni previsione di normalità
è un'utopia.
Infatti 10 mesi di preparazione del viaggio non sono
stati sufficienti a neutralizzare gli imprevisti che
puntualmente, nel concreto, si sono verificati.
Guasti meccanici : Un brutto incidente ad un camper.
La disomogeneità dei mezzi. Una foto scattata nel
posto sbagliato al momento sbagliato.
Il surplus di circa 100 km costretti a fare per un
errore dell'autista di Helen proprio quando si
doveva raggiungere la frontiera turkmena di Serakhs
prima della chiusura. L'incredibile inefficienza del
Tour Operator Iraniano che nel 2004 aveva
fornito servizi allo stato dell'arte per il
mio viaggio in Iran.
L'ottusa burocrazia alle frontiere attraversate (tra
entrate ed uscite, ben 14 volte): queste ed altre
circostanze hanno rallentato tempi e ritmi dei
trasferimenti. e ci hanno costretto a viaggiare in
diverse occasioni oltre il tramonto,
qualche volta anche di notte.
46 giorni si sono rilevati insufficienti, nonostante
il tempo programmato sia stato superiore
a quello dedicato allo stesso viaggio da altri
gruppi di viaggiatori in camper, in verità pochi
(solo tre/quattro in 10 anni per non più di
37 giorni). Prudentemente avevo programmato 9
giorni in più ma il diavolo ci messo la coda.
Avete detto che 60 giorni sarebbero stati
l'ideale. Sono del tutto d'accordo.
Sicuramente avremmo avuto più tempo per il riposo
fisico.
Tuttavia, ammesso che ciò fosse stato possibile
(ricordiamoci che i visti turkmeni erano solo di
transito e, in genere, le autorità concedono un
tempo di permanenza nel Paese molto limitato.
Al massimo una decina di giorni per un doppio
ingresso), siamo sicuri che le nostre
preoccupazioni si sarebbero alleviate?
L'ostilità del Turkmenistan e la forzata
convivenza di 20 persone, per un tempo
non proprio breve, diverse tra loro per carattere,
stile di vita, storie personali, collocazione
geografica, hanno pesato non poco sull'efficacia del
programma.
Nuove amicizie sono nate, altre non sono mai nate ed
alcune incomprensioni difficilmente potranno essere
sanate: è il pedaggio che purtroppo si
deve pagare nei viaggi di gruppo.
Ma il gruppo è vitale per persone normali e
semplici come siamo noi quando ci avventuriamo
in remote terre non battute dal viaggiatore
indipendente. Nell'associazione ognuno di noi cerca
il conforto e l'aiuto dell'altro per
fronteggiare le difficoltà.
Per evitare il pedaggio si dovrebbe viaggiare
da soli, senza limitazioni di tempo e della propria
libertà personale. Bisognerebbe affrontare tutti i
disagi direttamente, in prima persona sotto la
propria autonomia e responsabilità.
"Viaggiare è il più personale dei
piaceri", diceva A. Vambery, professore
ungherese e viaggiatore che da solo, travestito da
derviscio, è andato in quelle terre cadute
nell'oblio, in un'epoca (poco più di un secolo fa),
in cui predoni e banditi rapinavano carovane o
facevano razzie di uomini nei vicini villaggi
iraniani per venderli come schiavi nei mercati di
Khiva.
B. Olliver, ex giornalista francese, nel 1999, a 60
anni, decide di percorrere da solo, a piedi, la Via
della Seta. E lo fa, desideroso di
"scoprire" quel mondo perduto e forse
anche per riflettere su se stesso nella lunga marcia
da Occidente ad Oriente, attraverso i silenzi
dell'altopiano, del deserto, all'ombra di una
moschea, lontano dal chiacchiericcio insulso dei
turisti in frotta.
Ah! Se anche noi, pur viaggiando in gruppo,
lasciassimo dietro le nostre spalle il quotidiano,
l'ovvio, le abitudini pietrificate, la parte del
proprio io più complicata e nevrotica e tentassimo
di interrogarci per ritrovare la nostra
parte migliore....
Io, personalmente, non sono capace di viaggiare da
solo. Sono una persona normalissima con i suoi
difetti, le sue insufficienze, le sue paure ed i
suoi errori.
Non ho alternative, ho bisogno del gruppo sapendo
che dovrò essere sopportato ma anche sopportare,
sapendo che gli imprevisti e le difficoltà nel
viaggio sono fisiologici, sapendo che
compilare pagelle di condanne o meriti è una
pratica presuntuosa ed infantile.
Perciò ringrazio tutti, indistintamente. Anche i
più critici. La vostra partecipazione ha reso
possibile la realizzazione di un progetto in
cantiere da qualche anno.
Ringrazio Il Traiano Camper Club nella persona di
Michele Arancio che con la sua calma e bonomia,
dietro le quali si nasconde un carattere fermo e
determinato, nella fase preparatoria del viaggio mi
ha sempre incoraggiato ad andare avanti, anche
quando lo scoramento e la paura di non farcela
prendevano il sopravvento.
Affettuosamente, Nando
Dal
libro ‘Il cuore perduto dell’ Asia’, regalato
da mio figlio Marco a me ed a Nando, leggo la
dedica:
‘’
Grazie per avermi trasmesso il coraggio dell’
avventura e buon viaggio’’.
Non
ero convinta di intraprendere questo viaggio ma l’augurio
di mio figlio mi conforta.
E
allora, in bocca al lupo.
Il
Presidente del Traiano Camper Club, Michele Arancio,
l’assessore al Turismo del Comune di Benevento,
Dr. Nazzareno Orlando ed altre autorità, ci
accolgono nell’area di sosta dove ci viene
consegnata una grande quantità di materiale
didattico da distribuire nel corso del viaggio
secondo le nostre valutazioni. Brindisi, foto e
calorosi auguri di buon viaggio suggellano l’incontro.
Il giorno dopo inizia l’avventura.
Bari-Igoumenista in traghetto, poi l’attraversamento
della Grecia, Turchia, Iran, Turkmenistan fino a
Samarcanda nel cuore dell’Uzbekistan.
Dopo
Nea Iraklista, un piacevole paesino sul mare
nei pressi di Kavala, in Grecia, siamo in Turchia.
Semplice e veloce il passaggio delle frontiere.
Prendiamo la tangenziale per Istanbul. Superiamo,
tra il traffico intenso, il ponte sul Bosforo e
quindi ci dirigiamo verso Ankara.
L ‘altopiano anatolico sale fino ad oltre 2000 m.
Procediamo tranquilli e determinati verso oriente,
lungo la Via della Seta.
Sulla strada i nostri camper e pochi Tir, qualche
pastore col suo gregge. Pochi villaggi nelle valli
tra gli altissimi bastioni rocciosi dei monti Tauri,
montagne colorate come tappeti variopinti.
Intorno ad Ankara vasta periferia ed agglomerati
urbani come nidi d’ape. Sostiamo a Sivas e
partiamo il giorno dopo. La salita ci porta a 2200
m.
Tutto deserto, non vediamo più neppure greggi e
pastori; la natura domina sull’uomo,
trionfa.
Il fiume scorre argentato; lo stesso che lo scorso
anno era rosso ruggine, dopo una pioggia torrenziale
che trascinava giù l’argilla.
Ricompaiono villaggi di paglia e fango molto poveri;
non so se hanno l’energia elettrica e la
televisione. Qualche bambino ci saluta da lontano in
una dimensione d’altri tempi, molto ma molto
antichi. Sono curdi.
Più avanti, sulla via del ritorno, avremo modo di
visitare alcune cittadine molto ordinate, compatte,
semplici ma dignitose come Tokat, Amasia
ecc….
La Turchia dovrebbe abbracciare con cura paterna
queste comunità, dovrebbe coccolarle , perchè
rappresentano la tradizione e le radici. Abbiamo
avuto modo di visitare alcuni di questi paesini, di
apprezzarne i monumenti, il paesaggio, la natura, il
cibo, la gente.
La strada si snoda nei Tauri come il filo d’
Arianna, in un labirinto di montagne che si
intersecano, si spiegano, scoprendo spazi e
spettacoli sempre diversi e insoliti, da Far West.
Arriviamo a Dogubayazit, presso il monte Ararat,
famoso per aver accolto l’Arca di Noè e ne
ammiriamo la sua cima innevata.
Saliamo su di una ripida collina verso il castello
di un pascià dove trascorriamo una bellissima
serata con i curdi, tra canti e danze di grande
folklore, marcati da forte indentità ed orgoglio
popolare.
La comitiva diviene più compatta e si sente
motivata a continuare il viaggio.
Arriviamo alla frontiera turco-iraniana dove
impieghiamo circa 6 ore per la noiosa
burocrazia.
In Iran ci aspetta Hadj Kashani, la guida già avuta
con noi lo scorso anno. Insieme a lui ci dirigiamo
verso Teheran. Attraversiamo montagne ondulate e
dolci, diverse dai monti della Turchia.
Qui Dio si è divertito: le increspature montuose
sembrano le pieghe fitte di un ventaglio dalle tinte
pastello, verde e rosa.
Dalla poesia si passa al fuoco infernale di Teheran,
la capitale. I suoi 14 milioni di abitanti, il caos
di macchine e Tir, lo smog , il caldo afoso sui 40°
ce la fanno sentire ostile; gli iraniani guidano da
pazzi, non usano frecce, non osservano codice della
strada , ti sfrecciano da tutti i lati e se non fai
attenzione te li vedi piombare sui camper.
Non possiamo recarci all’hotel prestabilito, ma
veniamo deviati verso la parte alta della città, il
Tetto di Teheran dove ammiriamo dall’alto l’immensa
distesa di luci della megalopoli e riusciamo a
riposare bene di notte.
Per fortuna non tutti mali vengono per
nuocere.
Il mattino seguente facciamo una piacevole gita in
funivia sul monte Tochal fino a 4500 m; io e
Nando ci fermiamo ai 2000. La sosta è piacevole, si
gode una aria tersa e ci soffermiamo a chiacchierare
con scolari iraniani, in inglese, con enorme piacere
nostro e loro.
E’ l’anniversario del nostro matrimonio, compro
una statuetta: una coppia di coniglietti in abito
nuziale.
Partiamo da Teheran, andiamo verso Amol per il
confine turkmeno. Attraversiamo paesini degradati e
percorriamo tratti di strada disordinati. L’Iran
quest’ anno sembra contraddire le impressioni
positive dello scorso anno, quando visitammo le
città storiche ed archeologiche.
Non riusciamo di sera neppure a raggiungere il
parcheggio dell’albergo, impossibilitati da una
frana. Siamo costretti a deviare e a viaggiare di
notte; qualche membro dell’ equipaggio scalpita e
diffida dell’agenzia e di Hadi.
Forse a ragione ma non siamo né in Europa né in
America, siamo in Asia dove niente è certo ma tutto
indefinito ed imprevedibile.
Di mattina attraversiamo parte del Dash-e-Kavir,
grande deserto salato, con le sue montagne aride, ma
bellissime, ondulate e prolungate come i monti dell’Afganistan.
Sensazioni di purezza ed infinito. Plachiamo i
nostri spiriti bollenti in questo paesaggio antico
quanto l’universo: sulle pareti stratificate
leggiamo le epoche geologiche antiche.
L’ultimo tratto di strada per il confine turkmeno
scorre tra altissime pareti rocciose e gole
profonde; se non fossimo accompagnati dalla guida,
saremmo presi senz’altro dal panico, inebriati
dall’enormità, grandiosità e solitudine dei
paesaggi.
Arriviamo al primo sbarramento di frontiera.
Giù a valle, l’ultimo posto di blocco preannuncia
uno stato poliziesco assolutamente diverso dalla
Turchia e dall’Iran, entrambi accoglienti ed
apparentemente sereni. Ci aspetta Angelica,
dirigente dell’agenzia turistica che ci affiderà
ad Elena, che ci guiderà per il Turkmenistan.
L’ingresso ad Asghabat, la capitale del
Turkmenistan, sembra ripagarci dello stress di un
viaggio lungo ed estenuante.
Vi entriamo di sera attraverso un grande arco, in un’
oasi di luci scintillanti. La città appare
fantastica, nuova, lucente, dall’asfalto delle
strade alle fontane illuminate, ai giardini
disegnati con perizia ed eleganza. Di mattina
usciamo per la visita ai monumenti e al museo dei
tappeti, poi facciamo un giro nel piccolo bazar
russo.
Tutto è magnifico: le costruzioni, i palazzi in
stile ultra moderno, le cupole d’ oro delle
residenze del governo con i suoi cristalli, le ampie
piazze e gli ameni giardini. Ma si presenta come un
museo, svuotata com’è di anima: pochi i passanti,
poche le macchine, assenza di negozi, di moschee, di
chiese.
L’ateismo imposto dalla politica sovietica ha
lasciato segni di solitudine. I quartieri abitati
sono alla periferia della città. La città sembra
come un enorme teatro. Il presidente l’ha voluta
cosi’, come espressione di sé stesso, della sua
centralità e megalomania. L’orfanotrofio più
grande del mondo fatto da lui costruire, dove i
ragazzi sono allevati, educati e preparati per la
futura classe dirigente del paese, ne testimonia il
fanatismo e la follia.
Dai giardini pubblici parte una scala che scorre
sulla cresta delle colline per oltre 30 km. Vuole
rappresentare il trionfo del presidente quando,
nelle cerimonie di rito, tutti i funzionari statali
la devono percorrere per raggiungerlo.
Di pomeriggio andiamo all’ippodromo, dove
ammiriamo uno show di cavalli di una bellissima
razza asiatica, strigliati a lucido e vellutati,
nerboruti e slanciati.
Di sera Elena ci porta in un ristorante tipico dove
gustiamo le specialità locali ed apprezziamo uno
spettacolo di autentico folclore: giovanissime
turamene dal portamento elegante e dai lineamenti
mongoli, in costume tradizionale, accompagnate da
giovani cantori e suonatori, intrecciano bellissime
danze e canti in un contesto ed in un’ atmosfera
tipicamente medioevali; madrigali e ballate che
mimano scene di vita quotidiana ed approcci amorosi
sul tipo del contrasto medioevale in cui la
fanciulla si fa ritrosa e sprezzante, provocando il
corteggiamento dell’ innamorato, per poi
ammorbidirsi e cedere alle lusinghe. Il tutto al
suono melodico di antichi strumenti musicali.
Rimaniamo estasiati ed affascinati dalla bravura e
la professionalità degli artisti.
Dopo due notti ad Asgabat partiamo per l’Uzbekistan,
dopo aver fatto rifornimento di gasolio per
affrontare il deserto. La strada nel Karakum
(deserto delle sabbie nere) è impegnativa, presenta
fosse e buche. La percorriamo nel pieno calore, al
di sopra dei 40°. Il deserto è piatto, se ne
ammira la bellezza al tramonto, quando il sole
calante ammorbidisce i contrasti cielo-terra e la
sabbia diventa di un caldo colore dorato, il cielo
di un azzurro più cupo e il calore si va a
placare.
Poiché il villaggio di Darwaza dove Nando
pensava di sostare non esiste più, Elena propone il
pernottamento presso una yurta, unico segno di vita
nel cuore del deserto.
Si tratta di una tenda conica enorme che ospita una
intera famiglia di 14 persone, composta da una donna
anziana con le sue figlie e nipoti. I maschi adulti
sono assenti, perché al lavoro in città.
Questa piccola comunità vive nella yurta di
pastorizia, hanno pochi cammelli, un cane.
Nella yurta giacigli improvvisati da coperte o
tappeti, in un angolo pomodori, meloni e contenitori
per il latte. Elena dormirà con loro.
Dopo la visita e il saluto al clan, approntiamo una
cena di gruppo all’ aperto, accanto ai camper.
Durante la cena fa capolino con curiosità il gruppo
di nomadi, cui offriamo dolcini. Sono contenti di
questa nota nuova alla loro serata, regaliamo ai
ragazzi penne e quaderni, anche se mi pongo l’
interrogativo della scuola nel deserto.
Non c’è dubbio che questa sera si è creata
intorno alla yurta unna certa animosità.
Dopo cena si svilupperà un intrigo, degno di essere
raccontato: una parte della comitiva manifesta il
desiderio di fare un’ escursione, ad alcuni km di
distanza, per ammirare uno spettacolo naturale di
emanazioni vulcaniche dalla crosta desertica
visibile solo a notte fonda. C’è, però, la
necessità di un autocarro con l’ autista per il
trasporto. La vecchia nomade dice che è possibile e
fa da mediatrice; ma l’ attesa è lunga e la notte
avanza. Si rischia di mandare tutto all’aria,
perché di mattina dovremo partire presto.
Ma perché l’autocarro non arriva ? .Elena
interpella di nuovo la capoclan che le presenta un
nuovo problema; afferma animatamente che, poichè
con i camper occupiamo il suo suolo, esige dal
prezzo dell’ escursione un compenso per sé. A
questo la nostra guida acconsente e si appiana; si
risolve felicemente “l’ intrigo internazionale”,
tra le risate divertite nostre e di Elena.
Il bazar Tokulka è uno spettacolo unico: in
questo luogo hai la reale valutazione del popolo
turkmeno nella sua natura vivace e pittoresca, nella
sua umanità. Altrove, per istrada, ne abbiamo avuto
una percezione minima. Qui, donne anziane, adulte,
ragazze sono avvolte nei loro abiti variopinti, con
i loro foulard colorati. Sono ai banchi di vendita o
sedute in terra a vendere la loro merce. Ci
sorridono affabili scoprendo qualche dente d’oro,
indice del loro stato sociale. Sono discrete nell’offrire
la loro merce e ferme e poco duttili, nel trattare.
Il bazar è diviso in vari settori, tutti molto
affollati, ricchi delle merci più svariate, dagli
alimentari molto simili ai nostri mercati, alle
sete, alle stoffe coloratissime e molto assortite,
ai foulard , ai gioielli, ai tappeti dai colori
prevalenti nel rosso. Ed ancora cuscini, scarpe,
borse, antichi monili..
Fuori nell’ ingresso affollato ci fermiamo a
comprare grappoli d’uva dorata, rossi melograni e
meloni.
Il pulmino ci attende……. Purtroppo è ora di
andar via!
La partenza è all’alba; il deserto ha il colore
del grano. L’attraversamento appare una avventura
per le numerose crepe e buche che rendono l’
asfalto quasi inesistente. Posti di blocco isolati,
chiediamo pane ai militari che ce lo offrono; noi in
cambio regaliamo penne, righelli, matite.
Il paesaggio cambia, diventa stepposo, e poi le
prime piantagioni di cotone. Ricompaiono uomini ed
animali per lungo tratto assenti. .Ma l’ uomo e l’
animale per certi atteggiamenti diventano simili: un
asinello trotta da solo lungo i bordi della strada,
dalla sua andatura svelta pare conoscere la via di
“casa” e determinato a raggiungerla.
Sulle orme di Gengis Kkan visitiamo Kunjurghenc, con
i suoi mausolei ed il minareto più alto dell’Asia
Centrale nell’ ampia steppa asiatica. Il paesaggio
è suggestivo.
Lungo la strada troviamo altri villaggi e campi di
cotone., scolari e ragazzi in divisa bianca e blu si
recano a scuola.
Il cotone emana un odore come di gelsomino, un po’
più acre. Giungiamo al confine e salutiamo Elena.
Ci rivedremo al secondo ingresso in
Turkmenistan.
Passiamo diverse ore al confine uzbeko per la
trascrizione dei passaporti che avviene numerose
volte. Facciamo conoscenza con Shukur, la guida
uzbeka che parla in inglese. Ha 30 anni, è bruno,
dal colorito olivastro. Appare serio e
silenzioso.
Nell’attesa mi intrattengo a chiacchierare con dei
ragazzi, che vivono ai margini della frontiera ed
alla luce del sole sono visibilmente impegnati con
delle carriole trainate a mano in un’attività di
contrabbando. Sono contenti di comunicare con me, lo
facciamo con disegni , con l’ aiuto di penne e
quaderni che poi regalo. Mi salutano contenti,
questo pomeriggio hanno colorito la loro faticosa
routine quotidiana. Shukur ci conduce a Khiwa.
Siamo fuori le mura. Chissà perché soltanto ora,
con soddisfazione, sento la percezione dell’
unione del gruppo, dei camper, che, in fila indiana,
noi in testa, giungono finalmente alla prima
meta. Queste mura orlate, compatte, color
sabbia racchiudono una cittadella antica, di storia
antica, vibrante delle imprese e delle avventure di
Gengis Khan e di Tamerlano. E’ una città
restaurata dal governo uzbeko 30 anni fa, alla
perfezione, sottratta alla rovina dei tempi.
Entriamo attraverso una grande porta, parcheggiamo i
camper presso l’ hotel Arkanci, in pieno centro
storico. Mi ritrovo immediatamente nella favola de
“Le mille e una notte”. L’ intensa emozione mi
spinge fuori dal camper: sento a fior di pelle una
brezza leggera, è il mistero che mi sfiora, mi
guida a scoprire l’ esotico di questo luogo
affascinante e mistico.
La città, al vespro, appare rosata; la percorri con
crescente sensazione di stupore e meraviglia, quando
dalla stradina stretta ed in penombra passi a
scoprire angoli nuovi, piccoli negozi addobbati
nelle case, spazi vasti e monumentali, moschee,
madrase, alti minareti ricoperti di mosaici o di
maioliche rosa, verde o blu come il cielo e la
meraviglia cresce nell’anima, diventa gioia e
felicità.
La città te la godi nella perfezione del restauro.
Tutto, le mura, le case, le stradine, gli spazi
vasti, i monumenti sembrano cristallizzati e fermi
nell’antico passato.
Mi vengono in mente tresche amorose, intrighi di
palazzo, eventi sanguinari, lotte furiose, invasioni
di cavalieri….e gli eventi non meno disastrosi e
terrificanti della conquista russa. 3000 sono
le anime che la popolano ma non c’è affollamento;
le presenze sono discrete e silenziose: nei costumi
e nei volti orientali le donne, nei loro panni
semplici e negli sguardi rispettosi gli uomini.
Ma ecco che una brunetta sui 14 anni, dai capelli
color corvino e dai tratti mongoli, mi riconduce
alla realtà: mi invita ad entrare in una cella di
un’ antica madrasa, per mostrarmi un enorme
forziere di oggetti luccicanti, sete, borse,
scarpette ricamate a mano.
Resto affascinata e mi confondo, ma, a pensarci
bene, vengo attratta dai modi dolci ed ammalianti di
questa fanciulla, che animata da uno spiritello e da
una forza antica quanto la sua etnia, mi convince a
fare acquisti in tutta fretta, prima della
chiusura.
L’ indomani saremo trascinati attraverso i
monumenti, di negozietto in negozietto, a
contrattare souvenir ed inoltre visiteremo il
minareto alto 56 metri, il Kalt Minor con le
maioliche che brillano al sole, la piazza con la
fortezza, residenza dei Khan con al centro il luogo
dei supplizi e la cella per i condannati.
Di sera ceniamo all’ aperto nell’ hotel Arkanci;
assistiamo ad uno spettacolo di folclore locale tra
mimo e ballata, che ripropone usi e costumi di un
mondo contadino, per noi antichi, per loro ancora
attuali e vivi. Amore e vita.
Khiva
Il
mattino seguente partiamo per Bukara ,
attraversiamo per circa 500 km il Kilzilkum
(deserto delle sabbie rosse). Ancora campi coltivati
a cotone. Vediamo lungo la strada donne e bambini
che appaiono diversi dai turkmeni; c’è più una
mescolanza coi russi e mongoli, i lineamenti sono
più marcati, gli zigomi più larghi. Ragazzi e
ragazze in divisa blu e camicia bianca si recano a
scuola.. Attraversiamo un moderno ponte sull’Amu
Daria.
Alle 6 di sera arriviamo a Bukhara, centro culturale
ed intellettuale di grande importanza per l’
affluenza, in epoca antica, di migliaia di studenti
islamici provenienti da ogni parte dell’Asia, fino
al XIII quando verrà saccheggiata e distrutta da
Gengis Khan. Ritornerà a rifiorire con Tamerlano
per poi cadere nell’oblio dopo la sua morte.
Oggi è una tranquilla cittadina. In periferia case
contadine modeste alternate a grandi palazzi di
sovietica memoria, traffico scorrevole.
La città, che visitiamo il giorno dopo con Natik ,
una brava guida parlante l’italiano, appare
ordinata, amena, con vasti giardini e viali
alberati. Visitiamo moschee, madrase, la
piazza Registan, la residenza fortezza dell’emiro
Arak , il minareto Kalan.
Anche qui la potenza dei monumenti, l’ eleganza
delle decorazioni lasciano sbalorditi ed a
differenza di Khiwa, chiusa nella fortezza museo,
Bukhara la visiti come una città viva, passeggi
piacevolmente per i suoi giardini mentre ne ammiri i
monumenti, come passeggeresti in una delle nostre
città rinascimentali.
Anche qui storie di schiavismo, di lotte sanguinarie
e di repressione. Incombe la presenza del Tamerlano,
assassino e mecenate.
Strabiliante, bellissimo, ma invadente, lo svariato
artigianato esposto in ogni angolo delle antichità,
in madrase, moschee, piazze, strade ecc…, a tal
punto che l’attenzione viene distratta dal
godimento dei siti archeologici. Ma è tutto
fantastico e folkloristico!
Di sera assistiamo nella sala di un antica madrasa
ad una sfilata di moda, intervallata dall’esibizione
di bellissime danzatrici in costume tradizionale
uzbeko. Il tutto in un contesto accogliente ed
elegante tra divani ed esposizione di artigianato.
Finalmente
giungiamo a Samarcanda. In periferia ancora
campi di cotone, villaggi contadini ed ancora posti
di blocco. Sotto la grande insegna “Samarcanda”,
fermiamo i camper per brindare, orgogliosi di essere
giunti alla meta. Sostiamo presso l’ hotel
President dove ci rilassiamo in un sonno lungo e
profondo.
A Samarcanda, mito e meta dei viaggiatori, si
respira un’ aria fresca e piacevole di montagna L’antica
oasi, sulla Via della Seta, ha ceduto il posto ad
una città moderna, ma con discrezione, che
sollecita, con i suoi monumenti in perfetto
restauro, ancora l’ immaginario.
Evoca la nobile città, descritta nel milione da
Marco Polo, la cavalleria di Gengis Khan, gli
antichi splendori della corte del gran kan, ed
infine la sua rinascita trionfale con Tamerlano.
La passeggiata per Samarcanda è piacevole, ne
respiri l’ aria dolce, ne godi la natura, nella
vastità dei suoi giardini ed al cinguettio fitto e
sonoro dei migliaia di uccelli, che fanno nido sugli
alberi dei viali.
Mi piace passeggiare da sola con Nando e percepire a
fior di pelle emozioni, che , se non avverti in
maniera immediata, vanno ricercate ed interiorizzate
in un luogo cosi’ mitico. Per questo in alcuni
momenti preferisco girare da sola, per non essere
distratta.
Visitiamo la parte storica ed antica di Samarcanda:
il mausoleo di Tamerlano, la bellissima piazza del
Registan con le sue eleganti e raffinate madrase, in
un architettura tutta rinascimentale, dai colori
luminosi e smaglianti di rosa verde ed azzurro,
colori sfumati di sera da un’ illuminazione
sapiente con un tocco di mistero e di fiaba. Qui si
tiene uno spettacolo di suoni e luci in cui è
raccontata la storia di Samarcanda.
Ancora, la moschea di Bibj Khamin, i minareti
rivestiti di maiolica, il sestante costruito da Ulug
Beg, nipote di Tamerlano, suo successore,
detronizzato e decapitato, inviso dalla gerarchia
ecclesiastica, perche’ scienziato e studioso degli
astri. Molto interessante la visita alla città
vecchia con i suoi negozi ricchi di stoffe, costumi
femminili tradizionali, berretti uzbeki che mi fermo
ad acquistare, ceramiche, strumenti musicali.
Passeggiamo tra la gente, le donne indossano abiti
lunghi e colorati e ci sorridono, i bambini con il
loro viso bruno e paffutello arricciano nel sorriso,
i loro occhetti a mandorla, giovani ed adulti
manifestano coi loro abiti contadini uno stato
povero ma dignitoso.
Ai margini della città il grande bazar Siab,
fornito di tutto e diviso per settori. Ci piace
girarlo, soffermarci e fare acquisti di frutta e
verdura. All’ uscita diamo l’ elemosina e
fotografiamo un vecchietto canuto da una lunghissima
barba bianca. Il giorno dopo visitiamo il cimitero
antico; con i suoi mausolei rivestiti in maioliche
azzurre e verdi, sono imponenti; sembrano piccole
moschee; ospitano tombe di emiri e principesse. La
strada dei sepolcri è affascinante e piacente alla
vista e di grande interesse culturale.
Vi accediamo dall’alto attraverso un cimitero
moderno che ci sorprende e ci turba per la
peculiarità delle immagini che troneggiano sulle
lapidi. Gigantografie molto espressive e reali di
defunti, anziani, adulti e bambini che sembrano
ammonire i loro cari alla rimembranza ed alla
continuita’ della loro presenza anche dopo la
morte.
Dopo questa pausa lugubre passiamo a visitare la
parte nuova della città quella ad ovest dell’
hotel. E’ il quartiere russo, sorprendenti l’
ordine e la pulizia: anche qui passeggiamo con
piacevole distensione. Visitiamo un bazar russo,
dove acquistiamo carne, agnello, un’ottima
mortadella, slip e canottiere per Nando; ci
divertiamo in una contrattazione a gesti, piacevole
ed affabile, con le venditrici. Finalmente trovo le
pashemine cercate in tutto il viaggio, le compro
tutte. Torniamo stanchi ma pienamente soddisfatti ai
camper. Mentre pranziamo nel parcheggio dell’hotel
si ferma una grossa auto ne scende una signora
bionda in tenuta sportiva. Si presenta: è una
giornalista tedesca che con grande curiosità chiede
dei camper, della nostra provenienza, del
viaggio. Stupita e con piacevole interesse,
esclama: “goud, goud, super, super” e ci
augura buon viaggio.
Donne uzbeke nei loro costumi.
Grazie,
grazie di cuore a mio marito Nando, agli amici
tutti. Ora a distanza, smaltita la stanchezza, provo
orgoglio e nostalgia per questi luoghi favolosi.
Torre
Annunziata, 7 dicembre 2005
Altra
lettera di Nando Marino
LETTERA
APERTA A TUTTI I COMPAGNI DI VIAGGIO
Torre Annunziata, 5 novembre 2005
Cari amici,
un partecipante al viaggio, del quale ritengo
superfluo fare il nome, nel suo resoconto di viaggio
inviato al Club, mi ha criticato e in qualche
passaggio insultato.
Non contesto assolutamente il diritto di critica. Ci
mancherebbe altro. Anche perché è stata esercitata
su aspetti assolutamente marginali del viaggio,
partendo da qualche bugia e da un’ errata
interpretazione di alcuni fatti. E’ inaccettabile,
invece, l’insulto.
Nella sua segnalazione a senso unico non si legge
alcun riconoscimento di qualcosa di positivo da me
fatto, a parte un tiepido ringraziamento per essere
giunto a Samarcanda.
Ho avvertito, pertanto, l’esigenza di anticiparvi
parte delle riflessioni che forse allegherò, come
impressioni, al diario di viaggio che sto scrivendo.
Saluti affettuosi,
Nando
Nella trasmissione Rockpolitik del 20 ottobre
scorso, Celentano ci ha mostrato una classifica di
tutti i paesi del mondo relativa al loro grado di
libertà.
Il Turkmenistan figurava al penultimo posto. L’Istituto
di ricerca, estensore della classifica,
evidentemente sa il fatto suo.
Noi l’abbiamo toccato con mano, abbiamo avuto la
prova palmare di questa verità. Il Turkmenistan è
come una trappola.
La frontiera di Serakhs, che si staglia solitaria in
un deserto sterminato, è una vera e propria forca
caudina” . Più avanti, in Asia, c’è un grande
e pericoloso deserto: il Takla Makan. Letteralmente
significa. “se entri non esci”. Il concetto si
attanaglia bene a questo posto “estremo”
Quando la vedi da lontano ti assale un senso di
angoscia. Ad un centinaio di km corre il confine
afgano.
Dalla preparazione del viaggio già emergevano
indizi eloquenti, preludio delle difficoltà in
concreto trovate. Come ad esempio:
1° il governo può rifiutare il visto senza essere
tenuto a dare spiegazioni.
2° se si sbaglia una qualsiasi risposta sulla
modulistica la richiesta di visto può essere
respinta dal console.
3° il pagamento si effettua solo in contanti alla
sportello di Vienna. Non sono ammessi versamenti
tramite bonifico bancario o Western Union. Occorre
mettere i soldi in contanti nel pacco. Pratica, tra
l’altro, vietata dalla legge. Io ho messo nel
pacco spedito tramite UPS 22 passaporti, 44 moduli
compilati con foto, la lettera d’invito del Tour
Operator approvata dalle autorità governative, l’itinerario
autorizzato, 1562 ¤ cash ed ho incrociato le dita.
4° con i visti in regola si può essere respinti
alla frontiera perché quel giorno Nyamov e il
fantasma della onnipresente mamma così hanno
deciso.
La burocrazia alle frontiere Turkmene e Uzbeke è
asfissiante.
Ti accolgono con un sorriso idiota ed indecifrabile
mostrando a tutto campo le arcate dei denti d’oro,
il loro status symbol.
Non sai se sono diffidenti, curiosi, questuanti o
sadici. Qualche graduato è addirittura dispotico e
scortese. Ti tratta come se fossi un militare del
suo plotone.
I passaporti ti vengono chiesti un’infinità di
volte da diversi uffici. Se li rigirano tra le mani
fingendo di leggere. In realtà non capiscono
niente, cercano solo il pelo nell’uovo per tenerti
sui carboni ardenti sperando che perdi la pazienza.
Così hanno un motivo per respingerti o per “multarti”.
Il Carnet de Passage prima te lo chiedono, poi te lo
restituiscono facendo capire che non ne hanno
bisogno. Poi qualche altro militare te lo chiede di
nuovo. Le registrazioni dei dati personali e del
mezzo vengono annotate varie volte su lerci registri
che probabilmente mai nessuno controllerà.
Ti senti in una morsa, impotente.
Spesso uscivo da qualche ufficio agitando le carte
ed esclamando “ma chisto è nu manicomio”
suscitando l’ilarità di qualcuno del gruppo che
aveva ancora la forza di sdrammatizzare (modesto
intermezzo ludico in situazioni complesse).
Non parliamo delle foto. Sono vietate ed è
pericoloso scattarle. Se proprio vuoi, devi chiedere
il permesso ad un militare che magari ti autorizza.
Poi interviene qualche altro che la pensa
diversamente e nascono i problemi. Minimo, sequestro
della macchina. Come è capitato ad Ambrosina,
nostra compagna di viaggio.
Ridicolo in un’epoca nella quale i satelliti sono
in grado di controllare ogni cm del pianeta.
Alle frontiere, mastodontici monumenti al sopruso e
all’inefficienza, si respira un’aria decisamente
kafkiana.
Personalmente non ho mai pensato che stavo in
vacanza, ho sempre pensato che stavo viaggiando
fuori dai normali circuiti, per conoscere, vedere,
intuire un mondo così distante. Non solo
geograficamente.
Rispetto al quale ogni tentativo di ricondurre
preventivamente alla normalità la realizzazione del
programma di viaggio si è rivelato un’utopia.
Infatti 10 mesi di preparazione non sono stati
sufficienti a neutralizzare gli imprevisti che
puntualmente, nel concreto, si sono verificati.
Numerose circostanze hanno rallentato tempi e ritmi
dei trasferimenti costringendoci, in diverse
occasioni, a viaggiare oltre il tramonto e qualche
volta anche di notte:
il rifornimento del gasolio (un vero e proprio
tormentone per la cronaca mancanza ai distributori),
i guasti meccanici, la disomogeneità dei mezzi, l’ottusa
burocrazia alle frontiere attraversate (tra entrate
ed uscite, ben 14 volte), l’incredibile
inefficienza del Tour Operator Iraniano nei cui
confronti nutrivo una cieca fiducia, avendo ricevuto
servizi allo stato dell’arte per il mio viaggio in
Iran nel 2004, il brutto incidente ad un camper, la
foto scattata nel posto sbagliato al momento
sbagliato, ecc..
46 giorni sono stati insufficienti, nonostante in
numero superiore a quelli programmati per lo stesso
viaggio da altri viaggiatori in camper, per la
verità pochi negli ultimi 10 anni ( non più di 4/5
gruppi).
60 potevano essere l’ideale rispetto al numero di
equipaggi. Sicuramente avremmo avuto più tempo per
il riposo fisico.
Non so se anche per quello mentale.
Perché, ammesso che fossimo stati autorizzati a
restare in Turkmenistan ed Iran per un numero
maggiore di giorni (in genere per il doppio transito
le autorità concedono un tempo di permanenza molto
limitato), non sono sicuro che lo stress si sarebbe
alleviato.
La forzata convivenza di 20 persone, per un tempo
non breve, in condizioni di disagio, diverse tra
loro per carattere, stile di vita, storie personali,
collocazione geografica, hanno pesato non poco.
Nuove amicizie sono nate, altre non sono mai nate ed
alcune incomprensioni difficilmente potranno essere
sanate: è il pedaggio che purtroppo si deve pagare
nei viaggi di gruppo.
Ma il gruppo è vitale per persone normali e
semplici come siamo noi, specialmente quando ci
avventuriamo in terre remote, poco battute dal
viaggiatore indipendente.
Nell’associazione ognuno di noi cerca il conforto
e l’aiuto dell’altro per fronteggiare le
difficoltà.
Per evitare il pedaggio si dovrebbe viaggiare da
soli, senza limitazioni di tempo e della propria
libertà personale. Bisognerebbe affrontare tutti i
disagi, direttamente, in prima persona sotto la
propria autonomia e responsabilità.
Io, personalmente, non sono “capace” di
viaggiare da solo.
Sono una persona normalissima con i suoi difetti, le
sue insufficienze, i suoi errori.
Preferisco il gruppo sapendo che dovrò sopportare
ed essere sopportato, sapendo che gli imprevisti e
le difficoltà nel viaggio sono fisiologici, sapendo
che compilare pagelle di condanne o meriti è una
pratica presuntuosa ed infantile.
“dalla sofferenza nasce l’arte”
Tolstoj
Il viaggio è stato sofferto, lungo, difficile. Si
è affinata, però, l’arte del viaggiare. La
nostra avventura in Asia Centrale si è conclusa
dopo 46 giorni.
Abbiamo percorso con 10 camper oltre 13.000 km
attraverso le montagne, le steppe, i deserti di 4
paesi, spesso su strade impervie e al limite della
percorribilità.
E’ stata un’esperienza intensa.
Il compagno di viaggio Alessandro, medico e, quindi,
nostro angelo custode, alla fine del viaggio
esclamò nel suo piacevolissimo accento toscano “ragazzi,
ma vi rendete (c)onto? E’ stato un viaggio
(t)osto! Abbiamo aperto i cancelli della storia e
siamo entrati (d)entro”.
Non aveva torto.
Abbiamo percepito dal “vivo” che quei popoli,
caduti in oblio con la decadenza della Via della
Seta dopo la scoperta dei nuovi passaggi ad Oriente
via mare, ed oggi alla ricerca della propria
identità perduta a causa della dominazione zarista
e della successiva sovietizzazione, erano al centro
del sapere filosofico e scientifico quando in
Europa, di sera, si chiudevano a chiave i ghetti.
E’ stato un viaggio eccezionale sotto tutti i
punti di vista, nel bene e nel male.
Come si possono dimenticare le ripide “rampe”
dell’altopiano anatolico, Sivas, l’antica
Sebasteia, importante crocevia e centro commerciale
dell’Impero romano, le danze curde a Dogubayazit,
nel piccolo camping Murat, la sterminata pianura che
corre oltre il Kurdistan turco verso l’Armenia su
cui domina, come un gigante, il maestoso Aratat
dalle cime innevate. E il piccolo Ararat, che
accanto come un figlio, ne esalta la potenza
scenica, la gigantesca cupola del Mausoleo del
sultano mongolo Olijaitu Kodabandé, terza nel mondo
per larghezza ed altezza, purtroppo perennemente in
restauro,
il più alto minareto dell’Islam a Konja-Urgench,
proiettato verso il cielo, come un antico missile,
che nessuna fotocamera riuscirà mai catturare per
intero da vicino, Asghabat con i suoi cavalli
regali, la megalomania di Nyamov espressa nel “delirio”
edilizio, lo sterminato bazar Tolkuchka – il
secondo nell’Asia Centrale, dopo quello di Kashgar
nello Xijang- adagiato sulla sabbia nei suoi
sfavillanti colori proiettati su di noi da sete,
ori, tappeti …alcuni volanti…, dai variopinti
costumi indossati da donne, indipendentemente dall’età,
la dolcezza del canto e l’armonia delle danze
delle tre indimenticabili fanciulle turkmene, e,
poi, la full immersion a Khiva, il gioiello del
Khorazm che, incastonato tra i frutteti e i campi di
cotone nel delta dell’Amu Darya, brilla ancora di
luce propria, la mimica orribile del ragazzo uzbeko
che in un’arcaica danza contadina imitava gli
animali, i luoghi sabbiosi (Registan) di Bukhara e
Samarcanda, con i minareti rivestiti da azzurre
maioliche svettanti verso il cielo fino a
confondersi con esso nella fusione del colore, i
1000 km dello stupefacente deserto iraniano, “sorvegliato”
dalla rossa catena degli Alborz, come madre
affettuosa ed eterna, fin dall’inizio dei tempi,
la visione, prima del tramonto, quando la luce è
più dolce e i colori sono più tenui, del
caravanserraglio di Minundash, uno dei più
monumentali e meglio conservati sulla Via della
Seta,
il formidabile Mausoleo di Khomeini a Teheran e la
marcia dei militari simile ad una danza, segno
evidente di un Iran spirituale e al femminile, il
gigantesco lampadario di cristallo della moschea di
Tokat,
l’atmosfera incantata e un po’ retrò di Amasia,
e, poi, tanto altro ancora……..
Ne abbiamo fatto di cose! Qualche volta anche nel
pericolo!
Tutto è stato una gioia per i nostri occhi
meravigliati e per la nostra coscienza svegliata
dall’adrenalina.
Dice il grande viaggiatore B. Chatwin nel suo “Anatomia
dell’irrequietezza” “…l’adrenalina l’abbiamo
tutti………l’adrenalina è la nostra indennità
di viaggio…”
Tutto rimarrà impresso nel nostro cuore e nella
nostra mente. Presto dimenticheremo banalità,
disagi e saremo fieri e felici di ricordare la
nostra “avventura” nella consapevolezza di aver
arricchito di nuovi significati la nostra vita e
piantato nuovi semi nella nostra cultura.
Dobbiamo essere orgogliosi di essere stati capaci di
aver realizzato un programma complesso nonostante
avversità di ogni tipo.
Perciò ringrazio tutti, indistintamente. Anche chi
ha manifesto le sue critiche per iscritto. Il tempo
ci allontanerà dalla cronaca e ci porterà alla
storicizzazione degli avvenimenti.
E ognuno di noi li collocherà nella giusta
dimensione quando i sentimenti più accesi si
saranno affievoliti, quando ognuno di noi
abbandonerà la pratica del vedere la pagliuzza
negli occhi degli altri invece della trave sulle
proprie spalle.
Ringrazio il Traiano Camper Club nella persona di
Michele Arancio che, con la sua calma e bonomia,
dietro le quali si nasconde un carattere fermo e
determinato, nella fase preparatoria del viaggio mi
ha sempre incoraggiato ad andare avanti, anche
quando lo scoramento e la paura di non farcela
prendevano il sopravvento.
Nando Marino
Caro
Nando,
ho ricevuto solo oggi la tua “lettera aperta”.
Sai, all’Elba la posta arriva sempre in ritardo e,
talvolta non arriva proprio.
Mi piace risponderti subito perchè nel leggere
questo resoconto ho vissuto di nuovo le intense
emozioni provate nel partecipare a questo autentico,
intenso viaggio.
Per provarle di nuovo ripartirei anche domani.
Dunque,un’autentica droga. Non si può dimenticare
la fiaba vissuta tra le luci notturne all’ingresso
in Ashkabad, né l’allucinante attraversamento del
deserto del Karacum o lo stato d’animo nell’avvicinarsi
all’incredibile frontiera di Serakhs.
Che dire poi degl’immensi paesaggi , delle
montagne, degli stessi percorsi stradali!! Delle
musiche e delle danze curde e turkmene, dei bazar,
dei rari e fatiscenti distributori di carburante,
del traffico iraniano!
Non voglio ripetere quanto di bello hai già scritto
tu anche con una notevole vena poetica.
Come si vede il “core” napoletano viene sempre
fuori !
Ti ringrazio per le due citazioni e, insieme a
Manola, per l’impegno, il coraggio e la
perseveranza con cui ci hai condotto a ripercorrere
e vivere la storia.
Dell’ingratitudine e degli insulti non mi starei
assolutamente a preoccupare.
Alessandro Lusini
P.S.
In Toscana si mangia bene e parecchio ma non quando
si tratta di consonanti. Ci accontentiamo solo della
“c” . Le altre le conserviamo! SCHERZI A PARTE
---------------------------------------
Caro Nando,
ho ricevuto e letto con molto interesse le tue
riflessioni sul viaggio a Samarcanda. Ho un grande
rammarico ed è quello di non essere stata capace di
scoprire in te durante il viaggio l'uomo la cui
personalità speciale sembra emergere dalle sue
parole e di non aver avuto la sua amicizia.
Ti ringrazio comunque di avermi annoverata tra gli
"amici" e di avermi scritto. Penso
altrimenti che ci sarebbe stato tra noi un
lunghissimo silenzio. Io penso di averti ringraziato
per tutto quello che hai fatto affinchè si
realizzasse al meglio il viaggio, se non ti sono
arrivati ti faccio ora i miei ringraziamenti.
Un pensiero speciale va ad Andreina che ,lei sì,
non ha mai fatto discriminazioni e mi ha offerto con
generosità la sua amicizia nonostante qualche
piccolo dissapore.
Saluti Ambra
------------------------------------------------
Cari amci Ambra e
Vincenzo
rispondo subito, brevemente, senza elaborazioni
concettuali.
Credo, spero di essere, quello che il cuore, non la
mia mano, ha scritto nella lettera aperta.
Ambra, il tuo rammarico è anche il mio.
Le difficoltà ci hanno allontanato.
Sono felice del fatto che l'espressione "alcune
incomprensioni difficilmente potranno essere
sanate" ormai non ci riguarda più.
Io non so se ci vedremo ancora.
Resta il ricordo di un Ambra squisitamente sensibile
e di un Vincenzo educatissimo e silenzioso.
Grazie da parte di Andreina per le calde parole di
apprezzamento.
Sto scrivendo il "mio" resoconto di
viaggio. Ci vorrà del tempo per terminarlo.
Appena pronto ve ne manderò una copia.
Saluti affettuosi
Nando

Il
Diario di Nando Marino: gli appunti finali
IL GRUPPO
Nando
e Andreina – Torre Annunziata (NA) – Camper
Mobilvetta;
Enzo
e Lina – Scafati (SA) – Camper Challenger.
Vittorio
e Maria – Formia (LT) – Camper Rapido.
Mario
e Bruna – Ciriè (TO) – Camper Vas
Savino
e Augusta – Verres (AO) – Camper Himer
Vincenzo
e Ambra – Venaria (TO) – Camper Vas
Beniamino
e Carla – Mediglia (MI) – Camper Arca
Alessandro
e Manola - Portoferraio (LI) – Camper Wingamm
Angelo
e Alda – Bardolino – (VR) – Camper Mobilvetta
Carlo
e Costantina – Majano (UD) – Camper Mobilvetta
CRONACA E IMPRESSIONI
3
Settembre 2005
Torre
Annunziata-Benevento km 113
Incontro
con Michele Arancio, Presidente del Traiano Camper
Club e l’Assessore al Turismo del Comune di
Benevento che dona alla spedizione materiale vario
da distribuire in viaggio.
4
Settembre
Benevento-
Bari km 209
Partiamo
per Bari. Nel tardo pomeriggio imbarco in open deck
per la Grecia.
5
Sett.
Igoumenitsa-Nea
Iraklista (22 km prima di Kavala) km 512
Il
traghetto arriva in orario a Igoumenista e subito
iniziamo l’attraversamento della Grecia.
Sbaglio
alcune volte strada.
In
serata giungiamo in una bellissima località
turistica dell’Egeo: Nea Iraklista,
pochi km prima di Kavala. C’è poca gente ed
alcuni vanno a cena in un ristorantino a ridosso
della spiaggia.
Siamo
in riserva con il gasolio e l’unico distributore
del posto è chiuso. Il giorno seguente si vedrà.
Tranquillo
pernottamento nell’ ampio parcheggio del luogo
turistico.
6
Sett.
Nea
Iraklista-Frontiera Grecia/Turchia km 213.
Frontiera-
Park Alani ( una quindicina di km dopo l’uscita di
Katikoi) km 243.
Totale
km 502
Ci
fermiamo subito a Kavala, trafficata già dalle
prime ore del mattino, per fare rifornimento. Lo
facciamo in ordine sparso perché non c’è spazio
per accogliere in un unico distributore 10 camper.
Le
formalità di frontiera per l’ingresso in Turchia
sono abbastanza veloci.
Le
autostrade T03-T04 che aggirano Istanbul sono
intasate fino all’inverosimile. E’ l’ora di
punta. Seguiamo la direzione Ankara che ci porta
sull’anello interno e, come al solito, nei momenti
di maggiore necessità, i CB funzionano male.
Il
gruppo è tranquillo ma non ancora affiatato e sulle
prime salite in autostrada, fuori da Istanbul,
emerge qualche insofferenza perché i mezzi, non
avendo uguali caratteristiche tecniche, non riescono
a mantenere la medesima velocità.
Si
delinea, inoltre, la formazione di sottogruppi per
cui già penso di mescolare un po’ gli equipaggi
per favorire la socialità. Il giorno seguente,
infatti, cambio la disposizione della colonna ma i
risultati sono scarsi.
In
serata pernottiamo in un’area di servizio Alani,
tranquilla, pulitissima e custodita, con acqua in
abbondanza per i nostri serbatoi.
7
Sett.
Park
Alani-Yozkat km 621
L’Anatolia
, le sue strade e i Curdi
Si
sale sull’altopiano anatolico.
Le
sue montagne sono tagliate da ampie pianure adatte
al pascolo, che si alternano a gole percorse da
fiumi limpidissimi ed ampi spazi desertici.
Ogni
30, 40 km un antichissimo villaggio, un’importante
città o un caravanserraglio in rovina ti ricordano
che tale distanza, potendo essere coperta
esattamente da un giorno di marcia, non è dovuta al
caso ma alle necessità di ristoro e riposo di
cammelli e di viaggiatori che attraversavano l’antica
Via della Seta.
Da
Istanbul, posto sul livello del mare, si sale
sempre, fino agli oltre 2000 metri, a volte
dolcemente senza che te ne accorgi, a volte su
pendenze pronunciate che i turchi, con una semplice
ma efficace traduzione in italiano chiamano
"rampe" . Ce ne sono diverse che come una
scala ti portano sempre più in alto, in cima. Poi
velocemente si va giù: è un saliscendi continuo,
come le montagne russe.
Ricordo
quelle più affascinanti ed importanti.
La
rampa di Bolu che sale a quota 1000, tra Duzce e
Gerede, sulla quale lunghe teorie di Tir,
difficilmente superabili, avanzano stretti l’uno
all’altro in fila indiana, a 10 all’ora,
vomitando fumo nero in quantità industriali tra
rumori di ferraglie e cigolii
Quelle
di Sakaltutan tra Refahiye ed Erzincan che porta da
1600 a 2200 metri, e di Tahir, tra Horasan e Agri
che sale a 2150 metri dove il camper di Enzo batte
su una pietra e si rompe la coppa dell’olio.
Vedo
con meraviglia imponenti lavori stradali in corso
con cantieri disseminati ovunque, anche sulle
arterie secondarie.
Ragionando
con i parametri italiani penso agli anni occorrenti
per portare a termine la mastodontica impresa
stradale.
Sulla
via del ritorno invece osservo che tutto è quasi
finito, anche l’altra arteria della Via della Seta
che diverge per il nord-ovest via Yldizeli - Tokat
– Amasia - Istanbul.
Stupefacente,
incredibile!
Il
fondo stradale si presenta accuratamente allargato e
in gran parte asfaltato. Alcune gole sono state
sventrate e le rampe più ripide
"addolcite".
La
nature rude, solitaria e selvaggia delle gole, con
le pareti incombenti sui nostri "fragili"
mezzi meccanici, ha ceduto parte della sua
supremazia alle nostre esigenze di marcia.
Stranamente
mi sento sperduto in questi spazi sottratti dall’uomo
alla natura. Forse perché l’orizzonte, nella sua
apparente dilatazione, dà maggiore consapevolezza
del nostro essere infinitamente piccolo.
I
Tir, che all’andata non riuscivi a sorpassare e
che ti scaricavano addosso, per km, quintali di fumo
nero misto a dense nuvole di polvere sollevata dalla
strada sterrata,
ora
non rappresentano più un muro contro il quale s’infrangono
i nostri "cavalli di ferro".
Si
può affermare, senza ombra di dubbio, che quando
anche la Grecia avrà completato i lavori del suo
asse viario, intrapresi in occasione delle recenti
olimpiadi, e reso più efficiente e comprensibile la
segnaletica (sospetto, però, che i tempi saranno
più lunghi) arrivare in Asia Centrale sarà molto
più agevole anche in considerazione del fatto che
le strade dell’Iran sono ottime, a parte la guida
spericolata degli utenti.
Sarà
come percorrere una grande, lunga autostrada che
collega l’Italia al Turkmenistan.
Nell’aprile
del 2004 le strade orientali della Turchia, quelle
curde, erano piene di militari armati di tutto
punto. Un posto di blocco ogni 20-30 km. Nei punti
più impervi, in particolare in cima alle rampe, si
vedevano mitragliatrici puntate in direzione delle
valli sottostanti.
Ciò
era comprensibile perché il Partito dei Lavoratori
Curdi (PKK), fazione indipendentista curda, aveva
decretato la sospensione dal 1° giugno 2004 della
tregua unilaterale che reggeva dal 1999, anno della
cattura del leader del gruppo Abdullah Ocalan.
Quest’anno
niente di niente, nonostante allarmanti notizie
battute a luglio dalle Agenzie come:
"Il
PKK avverte investitori e turisti stranieri a
considerare la Turchia un Paese a rischio, in
conflitto".
Addirittura
avevo avuto informazioni che saremmo stati scortati
da militari per diversi km nei tratti da loro
ritenuti più "caldi".
Non
ho visto né posti di blocco, né scorte.
Forse
perché a seguito della guerra in Irak l’attenzione
del governo turco si è concentrata sul confine
Turchia – Irak dove le "infiltrazioni"
curde e i conflitti a fuoco sono più frequenti?
Comunque
è stata una piacevole sorpresa perché lo stop
imposto dai militari e la vista delle dita piantate
sui grilletti delle armi automatiche irrigidivano il
corpo e riscaldavano la mente al limite delle
normali tolleranze stabilite dai propri geni.
Già,
i curdi!
L’anno
scorso chiesi informazioni ad un poliziotto di
Yozkat quanto fosse pericoloso passare tra i curdi.
Con fastidio mi rispose "i curdi, quali curdi?
Nella Turchia orientale non ci sono curdi ma solo
turchi dell’est"
Non
gli era "nota" la circostanza che i curdi
costituiscono un’etnia di 20 milioni di cui circa
10 presenti sul suolo "turco".
Un
popolo senza patria che vive nei monti del
Kurdistan, territorio incastrato senza soluzione di
continuità tra Turchia , Iran, Irak e Siria in
lotta da decenni per affermare la propria identità
in uno stato indipendente e sovrano.
Un
popolo represso che per rendersi visibile è
costretto alla lotta armata considerata sempre e
comunque "terroristica" dai governi locali
e da gran parte dei media occidentali.
Ho
la spudoratezza e la presunzione di affermare che la
questione curda, come tante altre questioni
etichettate come scontro tra etnie o di religione,
purtroppo non è altro che il prodotto degli accordi
tra i potenti per il controllo delle risorse.
In
quell’area strategica: il petrolio.
Questi
pensieri sono un buon viatico e sono i benvenuti.
Danno
nuovo vigore, specialmente nei momenti di maggiore
stanchezza, e arricchiscono di motivazioni più
profonde il viaggio.
La
tappa di trasferimento è lunga e senza problemi.
Dal
motore del mio camper giunge un rumore anomalo per
cui all’ora di pranzo, dopo uno spuntino veloce,
mi reco da un meccanico che avevo intravisto nelle
vicinanze. Mi dice che il rumore è prodotto da un
cuscinetto che smonta e cerca di ingrassare. Torno
prima della scadenza del tempo previsto per la
sosta.
Forse
non tutti si sono accorti di quello che ho fatto e
non dico niente.
Samarcanda
è lontana ed occorre risolvere il problema in
Turchia perché dall’Iran in poi sarà quasi
impossibile trovare ricambi Ducato. Penso di
fermarmi alla Tofas (la Fiat turca) di Sivas.
Prima
del tramonto giungiamo a Yozkat.
Vedo
un ampio spazio custodito, è il parcheggio di un
centro sportivo. Senza esitare entro e chiedo il
permesso di sostare per la notte che mi viene
concesso senza tentennamenti.
Riusciamo
anche a fare un breve giro nei dintorni.
Yozkat-Sivas
km 224
All’ora
di pranzo ci fermiamo alla Tofas di Sivas dove
affido il camper alle cure amorevoli di due zelanti
operai.
Vengono
diagnosticate anomalie alla pompa dell’acqua e all’impianto
elettrico e ci vorranno diverse ore per le
riparazioni.
Il
direttore mi invita a pranzo alla mensa dell’officina.
Nel frattempo gli amici si "accampano" in
un pulitissimo spazio attiguo.
Nel
pomeriggio organizziamo un’escursione in centro
con pulmino, autista e guida parlante inglese messi
a disposizione, a pagamento, dalla Concessionaria.
Il
mezzo mi viene consegnato alle 8 di sera.
La
sosta non incide minimamente sulla nostra tabella di
marcia. Anzi, ci dà la possibilità di visitare Sivas
e lasciare il volante per un intero pomeriggio.
Sivas,
l’antica Sebasteia, fu un importante crocevia e
centro commerciale dell’Impero romano.
Vi
sono passati nei secoli Persiani, Arabi, Armeni,
Selgiuchidi, Mongoli ed il "nostro"
Tamerlano con il quale faremo conoscenza più
avanti, a Samarcanda.
Da
un antico cimitero sito in collina godiamo di una
magnifica vista della città.
Le
sale del palazzo ottocentesco di un Pascià,
finemente arredate con mobili d’epoca, tappeti,
arazzi, cuscini ci regalano le prime emozioni di un
mondo che non c’è più.
Nel
centro storico i resti di una scuola coranica del
1271 (solo la facciata con 2 bellissimi minareti) e,
di fronte, un’antica casa di cura risalente al
1217 dove si curavano malattie della mente, degli
occhi e della pelle, danno un’idea dell’antico
splendore di questa importante città della Via
della Seta.
Nel
cortile dell’edificio è allocato un colorato
bazar ma il gruppo non ha ancora sciolto i cordoni
della borsa per " l’orgia" degli
acquisti.
Cai
(thè) per tutti nei curatissimi e frequentatissimi
giardini pubblici con piacevole musica di sottofondo
chiudono la giornata.
Non
male per una sosta "forzata".
9
Sett.
Sivas-Horasan
km 520
Viaggiamo
nel cuore del Kurdistan turco.
All’imbrunire
ci fermiamo per la sosta presso un lokanta, modesto
ma pulito, dove organizziamo la cena e chiediamo
ospitalità per la notte. Il cibo è buono e l’umore
è ottimo. l’Iran è vicino.
10
Sett.
Horasan-Dogubayazit
km 203.
Ad
una trentina di km da Horasan, sulla ripida "rampa
di Tahir", il camper di Enzo batte su
una pietra e si rompe la coppa dell’olio. Un bel
guaio.
Io
e Vittorio andiamo avanti di circa 150 km per
raggiungere Agri, una cittadina dove c’è una
Tofas, per chiedere aiuto. La raggiungiamo dopo
circa tre ore.
Cerco
di farmi capire dal capo, niente. Si telefona alla
direzione di Istanbul per contattare un funzionario
in grado di farci da interprete. Parla un inglese
approssimativo come il mio, ma riesco a capire che
la cosa si può risolvere però il mezzo dovrà
essere trainato in officina. E’ un disastro. Il
traino su quella strada con elevate pendenze e la
successiva riparazione avrebbero portato via almeno
1 giorno e ½.
Faccio
una lunga telefonata ad Hadi, la nostra guida
iraniana, per spiegargli che il giorno dopo, forse,
non saremmo stati in condizione di entrare in Iran.
Sono
preoccupato per i tempi del programma.
Poi
arriva la telefonata liberatoria con la quale mi
viene comunicato che Angelo e Savino, dopo aver
smontato la coppa, erano tornati ad Horasan, dove un
fabbro era riuscito a saldarla con la perizia e l’abilità
tipica degli artigiani mediorientali, che privi
delle nostre sofisticate attrezzature e di forniti
magazzini di ricambi, spesso riescono a fare
"miracoli", mettendo in campo tutta la
loro arte di arrangiarsi.
Il
gruppo ci raggiunge ad Acri e da lì velocemente ci
dirigiamo a Dogubayazit che raggiungiamo nel
pomeriggio.
Anche
questo sosta forzata non incide minimamente sulla
nostra tabella di marcia.
Richiamo
Hadi per dirgli che è tutto OK. Saremo in frontiera
il giorno dopo secondo il programma.
Dogubayazit
è uno degli ultimi villaggi curdi a circa 30 km dal
confine con l’Iran.
Percorriamo
8 km di strada ripida, sterrata e cosparsa di buche,
e raggiungiamo la fortezza di Ishak Pascià.
Ai suoi piedi c’è il ristorante-parcheggio Murat.
Di
fronte, la sterminata pianura che corre oltre il
Kurdistan turco verso l’Armenia su cui domina,
come un gigante, il maestoso Aratat dalle cime
innevate. E il piccolo Ararat, che accanto come un
figlio, ne esalta la potenza scenica.
Di
sera sciogliamo la disavventura in un’ottima cena
nel ristorante del piccolo camping. La musica e le
danze curde ci coinvolgono. E’ un tripudio di
canti, suoni e balli. Lina con la sua bella voce si
esibisce in "o sole mio", i curdi in
"Bella ciao", noi nelle loro danze.
Ci
scateniamo, l’umore è alle stelle.
11
Sett.
Dogubayazit-Gurbalak
(frontiera Turchia/Iran) – Myaneh km 493
Partiamo
alle 5,30 per essere i primi ad affrontare il
labirinto burocratico che già conoscevo per esserne
stato vittima l’anno precedente.
Però
sono ancora rose e fiori rispetto a quello che ci
aspetta più in là, ad oriente.
Incontriamo
Hadi, la nostra guida, alle 9.
Esaurite
le formalità si parte.
Nella
mattinata ci fermiamo a Sultanieh per
la visita del Mausoleo di Oljaitu Khodabandè.
Sultanieh
letteralmente significa Città dei Sultani. Oggi è
un insignificante villaggio dove ci si ferma solo
per dare uno sguardo al Mausoleo, visibile da decine
di km di distanza (la sua cupola è la terza nel
mondo per larghezza ed altezza).
Nonostante
la sua imponenza mi è apparso, come l’anno
scorso, leggero e slanciato.
Si
dice che i mongoli, pentiti per le devastazioni
inflitte all’antica Persia, vollero riparare
ordinando la costruzione di Sultanieh, per farne l’imponente
e fantastica capitale dell’impero. Poi le orde di
Tamerlano la rasero al suolo ma lasciarono intatto
il mausoleo, forse impressionati dalla sua bellezza.
Il
sultano mongolo Oljatu voleva che le spoglie di Ali,
nipote di Maometto, vi fossero trasferite da Najaf.
Ciò non fu possibile e nel mausoleo riposano i suoi
resti. Quelli di Ali sono rimasti in Irak.
Najaf,
nota in occidente solo agli storici in generale e
agli studiosi dell’Islam in particolare, e
sconosciuta alla gente comune , da qualche anno è
balzata in prima pagina, assieme a Kerbala, l’altra
città santa, in ragione del fatto che entrambe sono
state teatro di sanguinosi attentati che hanno
seminato distruzione e morte tra i pellegrini
sciiti.
Queste
due città evocano il dramma dell’Irak (controllo
del petrolio) e del mondo musulmano (divisione
cruenta tra sciiti e sanniti)
12
Sett.
Myaneh-Teheran
km 492
Tutto
procede bene.
Ad
un certo punto, nel primo pomeriggio, noto che
qualcosa non va.
Hadi
, al mio fianco in camper, telefona continuamente.
Gli chiedo cosa succede. Alla fine mi comunica che
ci sono difficoltà ad andare al parcheggio dell’hotel
Laleh di Tehran e che sta cercando un altro hotel.
Ne
trova uno nelle vicinanze dell’aeroporto che,
però, dopo qualche ora viene meno. Peccato! Sarebbe
stata un’ottima soluzione per il gruppo che di
sera ha il volo per Shiraz.
Alla
fine Hadi convince la direzione di un grande parco
ad ospitarci. Si fa tardi, il traffico è intenso.
Arriviamo sul posto stanchi e accaldati.
Il
parco, recintato e vigilato da guardie private, è
chiamato "Tetto di Tehran",
per la sua posizione in alto sulla città. E’
frequentato dalla "nomenclatura", per
intenderci dai ricchi.
Il
gruppo aspetta un po’ distante a causa di un’interruzione
stradale mentre io accompagno Hadi dal direttore che
ci riceve dopo circa un’ora.
Il
tempo passa e fremo perché non posso avvertire
telefonicamente gli altri per assenza di segnale,
né mi posso allontanare perché il direttore può
venire da un momento all’altro e Hadi mi prega di
stare con lui.
Sono
arrabbiato e depresso: immagino cosa sta passando
per la testa dei compagni di viaggio. Penso ai 10
amici che devono ritornare all’aeroporto per
andare a Shiraz e che non avranno il tempo di
riposare un po’.
Finalmente
Il direttore arriva e dopo un breve colloquio con
Hadi da l’OK.
Raggiungiamo
il gruppo e dopo una difficile manovra riusciamo ad
entrare nel sito.
Teheran,
sterminata, si adagia a perdita d’occhio ai piedi
della collina. Una piacevole frescura è la
benvenuta. Concilia il sonno ma non ci riesco.
Due
ore di guida in un traffico infernale, il caldo, la
lunga attesa degli amici, l’impossibilità di
comunicare, si materializzano in fantasmi accusatori
per tutta la notte, tra veglia e sonno.
13
Sett.
Tehran
km 0
La
mattina Augusta, mesta e contrariata (era quella che
più di tutti mi aveva pregato di attivare il fuori
programma di Shiraz) , mi riferisce che arrivata all’aeroporto,
non era potuta partire perché non figurava nella
lista dei passeggeri, e , conseguentemente, anche il
marito Savino aveva rinunciato alla visita di
Shiraz.
L’Agenzia
disponeva di 9 biglietti anzichè 10.
La
sua signorilità, educazione ed esperienza di
viaggio le conferiscono un autocontrollo eccezionale
ed ammirevole.
Mi
chiedo: perché hanno impegnato solo 9 posti?
Perché non avendo il biglietto l’ hanno portata
ugualmente all’aeroporto dopo una giornata così
faticosa? Perché Hadi nel pomeriggio del giorno
precedente non mi ha parlato del disguido?
Sono
mortificato per gli ottimi Savino/Augusta, sono
incredulo ed arrabbiato.
Hadi
poi mi dirà che era certo di far partire anche
Augusta perché in genere ci sono sempre persone che
all’ultimo momento rinunciano al volo ma non
chiarisce la mancanza del biglietto.
Ciò
mi imbestialisce e non sono tenero con lui.
Se
mi avesse avvertito il pomeriggio precedente avrei
avuto la possibilità di dare qualche spiegazione,
preparare gli amici al peggio o quanto meno evitare
loro una mezza nottata a ridosso della stanchezza
già accumulata.
Lo
rimprovero con decisione e gli preannuncio che l’Agenzia,
essendo venuta meno ai suoi impegni (biglietti
aerei) e dimostrando una cattiva organizzazione
(Hotel Laleh), non vedrà più una lira ( il saldo)
fino alla conclusione del viaggio.
Ho
anche pensato di rompere il contratto, restituire
agli amici il saldo non pagato e arrangiarci con il
"fai da te" per il resto del viaggio. Non
me la sono sentita. Avrei corso il rischio di creare
problemi ancora più seri.
Pur
rendendomi conto che l’ottimo Hadi si è trovato
in una situazione difficile, dovendo riparare alle
insufficienze di Caravansahra, decido che d’ora in
avanti, quando vorrà prendere qualsiasi iniziativa,
senza darmi spiegazioni convincenti in anticipo, lo
contrasterò.
Con
me dovrà essere sempre sincero. Deve capire che ho
responsabilità verso 18 persone, devo rispettare
gli impegni presi con loro e non posso essere
lasciato all’oscuro di problemi a lui noti.
Lui
avverte il mio umore e per questo, qualche volta
"scherzosamente" dirà che sono un po’
"tiranno".
In
mattinata mi reco a Teheran con il gruppo che è
rimasto.
Raggiungo
il consolato Turkmeno per far aggiustare il
passaporto di Bruna sul quale c’era un errore
commesso dal Consolato di Vienna. Errore che non ero
riuscito a far rettificare prima della partenza,
nonostante una fitta corrispondenza e-mail e le
numerose telefonate.
Ci
riesco non prima di aver pagato una piccola
"tassa" di 20 $.
Nel
pomeriggio raggiungo l’Agenzia Caravansahra per
rappresentare la mia indignazione. Ammettono la loro
responsabilità circa il biglietto aereo mancante e
non pago il saldo dovuto, riservandomi di farlo al
termine del viaggio, dopo aver verificato che tutto
sarebbe andato per il meglio.
Mi
faccio rimborsare il biglietto di Savino e chiedo
come risarcimento e manifestazione di buona volontà
il pranzo gratuito (non era compreso nel costo dell’escursione)
a Shiraz per gli otto "fortunati".
L’Agenzia
provvederà ottimamente.
Pranziamo
a ristorante e nel pomeriggio visitiamo il Museo
Nazionale dei gioielli.
Si
trova nei sotterranei della Banca Melli, la banca
centrale dell’Iran.
Ospita
la collezione più stupefacente del mondo. Su una
guida dell’Iran è scritto:
"
..anche coloro che non nutrono un interesse
particolarmente spiccato per le pietre preziose non
dovrebbero perdersi questo museo…".
Vero!
Siamo rimasti abbagliati da tanto splendore! Peccato
che il gruppo escursionista non ha potuto essere
partecipe della visione di tale sfarzo.
La
giornata è stata molto afosa e si percepisce una
temperatura intorno ai 40°. La metropoli non è
adatta al "mordi e fuggi" e i
trasferimenti da un posto all’altro impegnano ore.
Penso
che forse è meglio anticipare al giorno seguente la
partenza da Teheran per recuperare le forze con un
giorno di riposo o con una marcia più rilassata.
Penso
in particolare agli amici escursionisti che ormai
non dormono da 48 ore e di evitare loro un’altra
giornata faticosa che non sarebbe stata compensata
da visite di siti particolarmente affascinanti.
Teheran, si sa, non è né bella né ricca di
storia, è interessante solo per i musei e i suoi
lati nascosti andrebbero scoperti con una permanenza
ben più lunga.
Comunico
la decisione al gruppo rimasto con me e avverto gli
altri (non ricordo se telefonicamente o con un
biglietto sul parabrezza).
In
nottata le 4 coppie rientrano da Shiraz. Mi
svegliano all’una di notte per comunicarmi, con
"severità", che non sono d’accordo sull’anticipo
della partenza per il fatto di non essere stati
interpellati preventivamente e di non aver potuto
esprimere la loro opinione (cosa non facile
telefonicamente, trovandosi a Shiraz, né in nottata
al loro rientro).
Formalmente
hanno ragione, ma gli animi sono accesi ed è
impossibile fare capire loro che la mia
"decisione" muoveva da un interesse
generale.
Non
comprendo, però, tanta animosità. Forse pensano
che mi sono messo d’accordo con chi ha già visto,
se pure di sfuggita, Teheran. Mai avrei pensato o
fatto una cosa del genere.
Chiedono
il rispetto rigoroso del programma.
"Decido" di non avere alternative onde
evitare malumori più seri.
Difficile
riprendere sonno dopo tanta concitazione. Si poteva
chiarire tutto al mattino.
Trascorro
agitato le poche ore che restano al sorgere del
sole.
14
Sett.
Teheran km 0
Al
mattino, in attesa dell’ arrivo del minibus che
avevo disimpegnato a seguito della mia
"decisione", Hadi, da buon psicologo,
organizza una gita in telecabina sul Monte
Tochal (3933 mt) che viene offerta
gratuitamente dal direttore del parco.
Io
e Andreina ci fermiamo ad una quota inferiore (ho
paura dell’altitudine) mentre tutti gli altri
salgono fino alla cima.
La
sosta è piacevole e una leggera brezza ci inebria.
Siamo
presi d’assedio da ragazzi e ragazze che vogliono
sapere tutto di noi, l’età, il nome, il lavoro
che svolgiamo in Italia, dei nostri figli, dell’occidente.
La
conversazione, pur limitata da una sequela di
"how are you?" " Where are you
from?", "how old are you"?,
"what’s your name?" ecc. resta
interessante e propone un’umanità giovanissima
desiderosa della conoscenza di un mondo per loro
così lontano.
Sono
freschi e genuini, il sorriso è aperto, sincero, i
loro occhi brillano di gioia, di una gioia candida e
intensa.
C’è
un’osmosi di emozioni che riempiono di felicità
la loro giornata e la nostra.
Ci
fanno dimenticare fatiche e tribolazioni, rafforzano
la nostra convinzione che i soldi per viaggiare sono
tra i migliori spesi, che tra paesi e popoli ci sono
steccati artificiali creati solo dalla politica.
Nel
pomeriggio visitiamo il Museo Nazionale
e facciamo un breve giro al Centro
Commerciale.
Caldo,
caldo e ancora caldo.
Per
fortuna il sito per la sosta notturna è fresco.
15
e 16 Sett.
Tehran-
Frontiera Gaudan (Iran/Turkmenistan)-Asghabat km
1234
Dopo
aver percorso diverse centinaia di km, a circa 100
dall’ hotel previsto per il pernottamento,
apprendiamo che la strada per la frontiera turkmena,
dopo Gombad, è interrotta per un’alluvione.
Vero
o falso che sia, non lo sapremo mai.
Molti
pensano che l’hotel, mal programmato da
Caravansahra, non è in grado di accogliere 10
camper e, quindi, la guida si sta inventando l’alluvione.
Mia
moglie, quando si era verificato il problema dell’
hotel Laleh di Teheran, aveva supposto che il
direttore dell’hotel, probabilmente per prudenza,
aveva preferito rinunciare ad ospitarci mettendo in
difficoltà lo stesso Tour Operator. E’ una delle
molteplici interpretazioni che si può dare alla
imprevista inefficienza di Caravansahra.
Il
nuovo problema mi convince che le riflessioni di
Andreina non erano del tutto peregrine.
Ne
avrò conferma in Uzbekistan quando apprenderò
dalla guida che il governo iraniano sta espellendo
tutti i lavoratori stranieri presenti sul territorio
nazionale.
Adesso,
a casa, alla luce delle prese di posizione del nuovo
Presidente dell’Iran penso anche io che l’esito
finale della lotta di potere in corso tra le due
anime (moderata e conservatrice), essendo incerto,
ha indotto qualche proprietario di hotel a non
accettare europei tra i suoi clienti, per quieto
vivere e per restare invisibile ai temuti
"guardiani della rivoluzione".
Torniamo
indietro, deviamo di alcune centinaia di km per
raggiungere la frontiera turkmena.
Per
rispettare la tabella di marcia siamo costretti a
viaggiare di notte.
Concordiamo
solo un paio d’ore di riposo e ospito Hadi a
bordo, ma purtroppo la " promiscuità",
impossibile da evitare completamente pur realizzando
due modesti ambienti separati, e la conseguente
circostanza di non poterci svestire per stare un po’
più comodi, ci fanno riposare male.
Ormai
la perdita del sonno si va accumulando paurosamente.
Ah!,
se fossimo partiti un giorno prima da Tehran!
Avremmo avuto tanto tempo a disposizione per
affrontare il nuovo imprevisto.
Il
16 arriviamo , sul filo di lana, alla frontiera
Iran/Turk.
Siamo
ripagati la sera da un’accoglienza di alto livello
da parte del Tour Operator turkmeno che ci sta
aspettando già da molte ore in frontiera per
accompagnarci al parcheggio dell’Hotel Nissa.
Finalmente!
La
frontiera di Badijgiran/ Gaudan (1° ingresso in
Turkmenistan)
Badijgiran
non è Bazargan.
Si
trova ad oriente, molto ad oriente, fuori dal
percorso ordinario dei Tir che quotidianamente
assicurano il collegamento con i mercati
occidentali, incastrata tra montagne eccezionali con
saliscendi mozzafiato, in un paesaggio lunare che ho
visto solo nei reportage televisivi e mai altrove.
I
militari di quelle poche casupole scalcinate, privi
di qualsiasi mezzo moderno di registrazione, che a
malapena conoscono il "Carnet de Passages en
Douane", sono costretti ad affrontare i
controlli documentali di 10 mezzi, che raramente
hanno visto prima, e di 20 persone.
Capiscono
che abbiamo fretta e che tra lì a qualche ora i
militari del Turkmenistan chiuderanno i battenti.
Sono gentilissimi, si danno da fare, si fanno anche
aiutare da Hadi, ma putroppo la lentezza resta
esasperante. Mi rendo conto che più veloci di così
non possono essere a causa della manualità delle
operazioni.
Sperando
nello "stellone", resto sulla
"graticola" ad arrostire senza poter
incidere minimamente sull’accelerazione del loro
scrivere e riscrivere le stesse cose su voluminosi
registri di epoca passata.
Passano
minuti lunghi, interminabili che riducono sempre di
più il tempo che manca per la chiusura della
frontiera turkmena.
A
tempo ormai quasi scaduto , siamo davanti alla
garitta del militare turkmeno. Stranamente apre e ci
fa passare. Questo primo blocco, pur presentandosi
dimesso nel suo isolamento in montagna, è più
dotato della frontiera iraniana appena lasciata.
Qui
viene fatta una prima serie di registrazioni. Poi,
mi dicono, si deve andare giù per una trentina di
km a un secondo blocco sito nella periferia di
Asghabat, per il completamento delle pratiche.
Ne
vengo fuori per primo, dopo alcune ore trascorse tra
un incomprensibile colloquio con alcuni militari per
stabilire la cifra da pagare a titolo di tassa sul
gasolio ( in Turkmenistan costa circa 10 vecchie
lire al litro) , il disegno dell’itinerario sul
"papier" che si deve gelosamente
custodire, il controllo dei mezzi, dei passaporti e
timbri vari.
Non
potendo comunicare con l’Agenzia ( il Turkmenistan
nella zona di frontiera di Gaudan interdice l’utilizzo
dei cellulari), mi affretto ad avviarmi alla seconda
postazione per bloccare la guida che potrebbe essere
ancora lì ad aspettarci.
Si
avvicina l’imbrunire e la sconsolante solitudine
in mezzo alle montagne, non ho vergogna a scriverlo,
mi mette paura. Dopo qualche km torno indietro e mi
ricongiungo al gruppo. Vada come il destino ha
stabilito, vedremo giù cosa fare se la guida non c’è.
Una soluzione la troveremo.
La
decisione di tornare indietro si rivela quanto mai
efficace. I funzionari doganali mi cercavano perché
il mio Carnet non era stato "visionato".
Ma se nessuno me lo aveva chiesto! Lo esibisco, lo
guardano, non registrano nulla e mi chiedono un
dollaro. Faccio finta di non aver capito, saluto e
vado via.
E’
un primo assaggio della " confusione"
esistente nelle frontiere dell’Asia Centrale.
Comunque,
quando siamo tutti pronti partiamo.
Il
secondo blocco si presenta elegante e pieno di
verde. I militari sono gentili, l’ordine è
sovrano!
Anjelika,
la direttrice dell’Agenzia, accompagnata dalla
guida Helen che ci sarà affidata, ci sta attendendo
da molte ore in un luccicante fuoristrada; sapeva
che noi eravamo sopra e mi dice che
"eccezionalmente" le autorità doganali
avevano posticipato l’orario di lavoro fino alla
conclusione di tutto l’iter burocratico.
Potenza
dell’efficienza del Tour Operator o della
"comprensione" delle autorità governative
di non abbandonarci nella terra di nessuno tra le
due frontiere?
Entriamo
in Asghabat, la capitale
Scortati
da un fuoristrada, attraversiamo la città
semideserta. Guardando dal retrovisore la lunga
colonna di camper mi corre un brivido alla schiena.
Sembra
una colonna militare che si accinge ad occupare i
posti strategici della città dopo una battaglia
contro l’inefficienza e la burocrazia.
Nonostante
tutto, il peggio è passato. Abbiamo centrato il
primo obiettivo.
17
e 18 Sett.
Asghabat
km 0
In
questi 2 giorni visitiamo tutti i siti programmati
(il Museo Nazionale dei Tappeti, il bazar russo, l’Ippodromo,
l’antica Nissa, il Tolkuchka) con 2 minibus messi
a disposizione dall’hotel, come da programma.
Il
19 dobbiamo lasciare la città ed entrare nel
deserto e si devono percorrere oltre 600 km in 2
giorni. Helen mi avverte che lungo il percorso non
ci sono distributori e forse anche a Dasoghuz,
ultima città turkmena, non sarà possibile fare
rifornimento. Pensa che anche in Uzbekistan, nei
pressi della frontiera, avremo problemi per cui
consiglia di comprare taniche da aggiungere a quelle
portate da casa per essere al sicuro, almeno fino a
Khiva.
E’
domenica, i negozi sono chiusi. Io ed alcuni
compagni rinunciamo alla visita degli scavi di Nissa
e ci mettiamo a caccia di taniche che, con l’aiuto
dell’autista del minibus, riusciamo a trovare
presso un privato (due da 20 litri per ogni camper).
Asghabat
E’
bellissima ma anche kitsch. Dipende dallo spirito
con il quale si guarda.
Le
strade sono tirate a lucido. La cupola della
residenza del presidente è rivestita di lamine d’oro.
C’è una cura maniacale per la pulizia.
Tuttavia
appare come una città disabitata, senza vita, senza
anima. Non emoziona.
Sembra
un grande palcoscenico sul quale non ci sono attori
ma solo quadri che rappresentano l’inutile.
E’
zeppa di fontane, giardini, architetture di
avanguardia, un parco stracolmo di acqua creato dal
nulla, da cui partono 34 km di scalini lungo la
dorsale delle colline per arrivare in un punto dove,
si dice, ogni anno, il Presidente riceve la
"nomenclatura". Quanto prezioso liquido
sottratto inutilmente al lago d’Aral che tra non
molto diventerà un stagno: un vero disastro
ecologico!
Fuori
di essa troveremo solo deserto e miseria!
I
cavalli del Presidente
Trascorriamo
alcune ore nell’Ippodromo.
Nell’
imponente struttura, coerente con la
"performance edilizia" della vicina
Asghabat, vengono allevati stupendi destrieri della
razza Akhal-Teke per la delizia del presidente. Si
dice che ama farne omaggio a capi di governo
stranieri in occasione di visite di stato.
I
turkmeni, si sa, sono tra i migliori cavalieri dell’Asia.
Retaggio,
forse, della cavalleria mongola, che quando avanzava
faceva tremare la terra e terrorizzava gli eserciti
avversari.
Come
avvenne ad Alessandro Magno (ricordate il recente
colossal cinematografico Alexander?) quando in India
il suo glorioso esercito indietreggio’ per la
prima volta di fronte al rombo della carica degli
elefanti.
Tutto
ruotava attorno al cavallo. Con il latte di cavalla
i cavalieri preparavano degli estratti che poi
allungavano con l’acqua per farne bevanda e
sopravvivere in quei deserti. Poi, quando le scorte
si esaurivano, ne incidevano la pelle e ne bevevano
il sangue.
Gengis
Khan creò il suo impero, fino al Baltico, grazie ai
suoi cavalli e ai suoi cavalieri.
I
cavalieri odierni di Asghabat prima si esibiscono in
evoluzioni, poi fanno uscire uno alla volta
esemplari stupendi e altezzosi dal vello lucido come
uno specchio che s’impennano a 90 gradi su
semplici, rapidi comandi.
Tra
questi un cavallo color bronzo. Sembra una statua
scolpita da mani michelangiolesche.
Alla
fine viene introdotto lo stallone, il capo.
E’
imponente nel suo "vestito" nero. La
schiena è leggermente sottoposta al sedere, il
collo lungo è ornato da una criniera
lussureggiante. Cammina libero, al passo, con la
testa alta sculettando.
Sembra
una re e sembra voler dire dopo di me il vuoto. Non
è trattenuto dai palafrenieri.
Dall’altezzoso
passo regale passa al piccolo trotto. E’ una
danza. Poi si esibisce in corsa con i muscoli tesi
al massimo.
E’
una visione bellissima. Ci lascia affascinati.
Ci
aspettavamo una visita dallo scarso significato,
fatta solo per completare le cose da vedere in
Turkmenistan ed invece si è rivelata un altro
tassello importante nella composizione del puzzle
del viaggio.
Ci
esibiamo anche noi a dorso di puledri più mansueti,
poi si va via soddisfatti.
Alcuni
si recano A Nissa, io resto con altri ad Asghabat
per trovare taniche di scorta.
Il
Bazar Tolkuchka
E’
il secondo bazar dell’Asia per importanza ed
estensione. Si adagia sulle sabbie alla periferia di
Asghabat per alcuni km quadrati.
L’incredibile
abbondanza di uva succulenta dal colore rosato, le
migliaia di foulard dai più fini ed audaci colori,
i cesti colmi di melograni rosso fuoco, le centinaia
di tappeti sparsi sulla sabbia a guisa di oggetti di
scarso valore, le enormi pile di pomodori che
sembrano aver catturato tutto il sole del deserto,
le gracchianti radioline a transistor, gli
spumeggianti tessuti tempestati di fili d’oro e
luccicanti pajettes, gli spiedini sparsi su lunghe e
strette braci che sembrano accese da tempo
immemorabile, dal profumo intenso e stimolante che
invitano all’assaggio a dispetto delle precarie
condizioni igieniche, i ricambi auto nuovi ed usati
per improbabili auto marcianti, le corpulenti donne
avvolte in floreali costumi sedute su traballanti
scanni dietro decine e decine di banchetti carichi
di monili d’oro, trasparenti pietre di ogni
dimensione e colore, collane delle quali nessuno
conoscerà mai il vero valore, il fruscio di
mazzette di lerce banconote, contate velocemente,
discretamente, con professionalità e maestria da
queste donne, umanità d’altri tempi,
sono
scene ed attori che nel loro incredibile eccesso e
nella fantasmagorica fusione di colori, suoni,
odori, creano la rappresentazione del Bazar
Tolkhuchka.
Tutto
lì, sotto il sole cocente. Impressionante!
La
capacità di orientarsi si affievolisce. La
razionalità "occidentale" si dissolve nel
caos "ordinato" di questo grandioso
mercato all’aperto.
Sembrano
immagini del passato, sembra che tutto il passato
sia concentrato a Tolkhuchka,
Ma
no! A Tolkhuchka il passato è presente.
Sono
disorientato e felice. Osservo ed archivio le
immagini nella mente e le sensazioni nel cuore. Non
ho macchina fotografica, né cinepresa. Forse non
servono. Sicuramente servono cuore e sensibilità.
Nel
grande "teatro" all’aperto di Tolkhuchka
si dovrebbe andare il sabato per uno sguardo d’insieme
, poi il giorno dopo, di domenica, quando raggiunge
il suo apice, con vestiti comodi e leggeri e con
tanto, tanto tempo a disposizione.
Il
Tolkhuchka, questo sterminato bazar - secondo nell’Asia
Centrale, dopo quello di Kashgar nello Xijang -
adagiato sulla sabbia nei suoi sfavillanti colori
proiettati su di noi da sete damascate, ori, tappeti
…alcuni volanti…, dai variopinti costumi
indossati dalle donne, da solo, vale un viaggio in
Asia Centrale.
La
danza turkmena
Tre
leggiadre fanciulle turkmene, avvolte in sfavillanti
e morbide sete, accompagnate da suonatori con
strumenti d’epoca, danzano per noi e descrivono
con il loro canto scene di vita quotidiana.
Il
loro sorriso è etereo, sincero, ammaliante,
erotico. Sembrano uscite da una delle favole
raccontate dalla principessa Sheherazade ne "Le
Mille e una notte", ispirate, si dice, dall’ambiente
dell’antica Merv (l’attuale Mary) , una delle
più importanti città carovaniere, quando era al
culmine della sua potenza e della sua bellezza.
Alla fine del viaggio, dopo la scoperta dell’Oxiana",
comprate i due volumi. La principessa vi terrà
compagnia nelle serate d’inverno con i suoi
incantesimi in giardini lussureggianti tra frutti,
ori, tappeti, pietre preziose.
E’
un caleidoscopio di sensazioni e di visioni che come
una macchina del tempo vi riporterà indietro di
oltre 600 anni.
Comprate
pure la Suite sinfonica " Shéhérazade"
scritta da Nicolai Rimski-Korsakov Rimarrete
affascinati dalle atmosfere create nel tradurre in
musica le favole della principessa.
19
Sett.
Asghabat-
Darzawa km 276
Il
rifornimento non è problematico. Dopo qualche
tentativo andato a vuoto, alla periferia della
città, prima di lasciare una strada larga ed
asfaltata, riusciamo a fare il pieno e a riempire le
taniche di scorta.
Entriamo
nel Karakum, deserto delle sabbie nere.
La
strada è un inferno. Procediamo in molti tratti a
passo d’uomo. Ogni tanto animali ed piccoli
uccelli saltellanti tagliano la "strada".
Nel pomeriggio ci fermiamo presso una yurta dove
vive una famiglia di 14 persone nella più assoluta
miseria.
Alcuni
amici sanno che nei pressi, oltre le dune, si può
assistere ad un evento della natura da non perdere.
Di sera tardi, dopo una cena in comune, riescono ad
avvicinarsi ad un vulcano in attività
trasportati
da un autocarro apparso dal nulla.
Il
giorno dopo mi raccontano di uno spettacolo
infernale ed affascinante: fuoco e fiamme uscivano
dalle fenditure della terra in un raggio di qualche
km.
Ne
ho conferma guardando il film che sono riusciti a
girare nella notte.
Il
pernottamento è sereno.
Darzawa,
il piccolo villaggio in un’oasi a metà strada nel
deserto, non esiste più. Perché distrutto da un
terremoto, riferisce la nostra guida Helen. Ma quale
terremoto? Quando?
Forse
le autorità non vogliono la presenza di occhi
indiscreti, o perché lo considerano un luogo
strategico o perché, come ho subito pensato, gli
abitanti sono stati divisi e "deportati"
altrove per non far vedere l’enorme miseria
concentrata in un punto. E’ una mia convinzione
ricavata da qualche parola in più detta da Helen,
la guida.
La
solitudine, mitigata solo dalla presenza della
yurta, unico segno di vita nelle sabbie, il silenzio
assoluto, la trasparenza del cielo che avvicina gli
astri e si trasforma in una cupola che copre la
terra, sollecitano la contemplazione e fanno vibrare
le corde della fantasia.
Vedo
i tre Re Magi sui loro cammelli guidati dalle
stelle, gli accampamenti degli eserciti che hanno
scritto la storia, Alessandro il Macedone, Gengis
Khan, Tamerlano……
Il
deserto si popola di uomini ed animali. Diventa vivo
e rumoroso per il frastuono della battaglia, delle
sciabole che s’incrociano, dello scalpitio dei
cavalli, delle urla terrificanti delle orde che
vanno all’attacco.
Tutto
ciò annulla solitudine e silenzio e mi riporta alla
mia vera natura di uomo del sud, abituato al
chiacchiericcio della brulicante umanità tipico
della mia cittadina alle porte di Napoli.
Così,
sereno, sento che le palpebre si appesantiscono.
Velocemente sopraggiunge un vero sonno ristoratore.
20
Sett.
Darzawa-Dasoghuz
km 347
Si
continua nel Karakum. Il dissesto dell’asfalto, di
quella che solo con forte immaginazione si può
chiamare strada, costringe ancora alla bassissima
media di ieri.
In
prossimità di Kunjaurgench la steppa e la
solitudine cedono e il passo ad un po’ di verde e
alla presenza umana.
La
visita dell’antica capitale della Corasmia è
fugace.
Una
sequela di antichi monumenti sparsi nella pianura
sembrano invitarci, con la loro sacralità, al
silenzio e al rispetto.
Dopo
la visita continuiamo per Dasoghuz.
Il
pernottamento presso l’hotel prenotato è
tranquillo e sicuro.
21
Sett.
Dasoghuz
- frontiera Turkmenistan/Uzbekistan (
Dasoghuz/Shavat) - Kiwa km 72
Prima
di partire mi reco, accompagnato dal direttore dell’hotel,
a un vicino distributore per chiedere se possiamo
avere del gasolio. La sua calda intercessione e il
mio sguardo, reso per la circostanza
"preoccupato" e "malinconico",
convincono il benzinaio. Si concorda quantitativo e
prezzo.
La
frontiera di Dashoguz/ Shavat (prima uscita
Turkmenistan e ingresso in Uzbekistan)
Passano
alcune ore prima di poter realizzare la prima uscita
dal Turkmenistan. Memore dei lunghi tempi di attesa
all’ingresso, regalo molto materiale ai militari
per accelerare le pratiche ma l’iniziativa riduce
lievemente, anzi quasi per niente, i tempi della
sosta.
Oltre
alle normali procedure, si perde del tempo perché
chiedono una differenza sulla "Transport
tax" pagata in ingresso. I militari sostengono
che c’è stato un errore dei loro colleghi a
Gaudan. Esco dall’ufficio, spiego alla comitiva il
contrattempo e comunico che dobbiamo entrare uno per
volta, come imposto dal funzionario, per definire la
pratica.
Helen
aspetta paziente ma non può fare nulla, nemmeno
entrare negli uffici.
Obbedienti
adempiamo. Ormai incominciamo a capire come
funzionano le cose.
Si
riceve un foglio da presentare ad un altro ufficio
dove chiedono un supplemento per il
"papier" (costo della ricevuta come dicono
loro) per definire materialmente l’incasso.
Perplessità
della comitiva con qualche
"ingiustificata" insofferenza.
Entriamo
a Shavat dove incontriamo Shukur, la giovane guida
uzbeka.
Mi
esibisce una tessera governativa dove ci sono il suo
nome, la foto e la scritta "First class
guide"
Le
formalità di frontiera sono asfissianti, nel caldo
asfissiante.
Io
e Shukur giriamo da un ufficio all’altro, sembra
che nessuno voglia prendersi la responsabilità di
farci entrare nel paese. Il punto dolente è sempre
" l’odiato" Carnet. Incomincio a pensare
che non sanno come gestirlo essendo stato abolito da
tempo. L’obbligo è rimasto solo per l’ Iran.
Allora perché lo chiedono?
Finalmente
un funzionario si mette a telefono ed ottiene
istruzioni dall’Ufficio Immigrazioni di Taskhent.
Ci dice che non occorre, però dobbiamo riportare
tutti i dati in esso contenuti su un modulo che
contiene domande solo in russo. Con l’aiuto di
Shukrur che fa da traduttore, e quello prezioso di
Carla, che nel frattempo mi ha raggiunto negli
uffici, copiamo i dati dei dieci Carnet.
Tra
uscita del Turkmenistan ed ingresso in Uzbekistan
passano più di 6 ore.
Alla
frontiera Uzbeka di Shavat un poliziotto graduato,
con fare ammaliante mi fa tante domande. Penso che
vuole solo dialogare con un occidentale. Le domande,
però, diventano sempre più circostanziate. Si
spinge fino a chiedermi quanti dollari ha con sé
ogni equipaggio.
Ciò
mi allarma perché la domanda è posta fuori dall’ufficialità,
in un momento di attesa.
Memore
di quanto appreso dalla Lonely Planet gli rispondo
che non so i fatti degli altri, poi mi allontano
accennando un formale saluto.
La
dichiarazione di valuta è un adempimento di
frontiera delicato e pericoloso che deve essere
valutato attentamente dal viaggiatore indipendente.
Ad
ogni ingresso bisogna dichiarare la valuta che si ha
con sé.
Mentre
all’ingresso in Iran è obbligatoria solo per
importi superiori ai 1000 $ e, comunque, sulla base
dell’esperienza acquisita, non viene effettuato
alcun riscontro circa la veridicità della stessa,
in Turkmenistan ed Uzbekistan è prescritta
indipendentemente dall’importo.
Considerata
la corruzione dilagante e il comportamento famelico
dei doganieri, in questi due paesi bisogna
interrogarsi se conviene dichiarare il vero o il
falso.
Se
si dichiara il vero un funzionario infedele potrebbe
darne notizia a complici malviventi e si corre il
rischio di una rapina.
Se
si dichiara il falso e poi perquisiscono il mezzo
sono guai: come minimo ci sono confisca e severe
sanzioni.
Ognuno
deve risolvere questo rebus secondo il proprio
carattere e la propria audacia, ma in gruppo è bene
adottare gli stessi comportamenti perché una sola
inadempienza può causare contrattempi a tutti.
Noi
abbiamo dichiarato sempre il falso e nascosto
accuratamente il surplus.
Entriamo
a Khiva attraverso le possenti mura color ocra.
Davanti
ai nostri occhi si apre uno scenario stupefacente,
superiore ad ogni aspettativa.
Concitate
esclamazioni di meraviglia si accavallano nei CB.
Ognuno vuole accertarsi che ciò che gli sta davanti
non è il frutto della sua immaginazione, non è un
miraggio e si vuole rassicurare che è tutto vero,
concreto.
Gioia
mista a incredulità serpeggiano negli animi.
Cupole,
minareti, scuole coraniche, harem, palazzi, moschee
formano un dedalo di vicoli, strade e stradine.
Ovunque predomina il blu-turchese delle maioliche.
Non c’è niente di moderno che si sovrappone all’antico.
E’
una città dove il tempo si è fermato. Non ci
troviamo davanti a singoli monumenti ma di fronte ad
intera città perfettamente conservata attraverso
finissimi restauri.
Il suo centro storico "Ichan Kala" è
rimasto integro grazie ad un programma di
conservazione sovietico, varato negli anni Settanta
e Ottanta che ne hanno fatto una citta’-museo a
cielo aperto.
Non
a caso Ichan
Kala (città vecchia) è patrimonio mondiale dell’Unesco.
Il
personale dell’Hotel ci accoglie con calore e,
gradita sorpresa, mette a nostra disposizione 2
stanze per la doccia e altre esigenze. Shukur, la
nostra guida uzbeka, dice che così sarà per il
resto della permanenza in Uzbekistan. Penso che una
camera è sufficiente per le nostre esigenze, per
cui il giorno dopo ne cedo una e con l’aggiunta di
dollari ottengo in cambio le guide parlanti italiano
per le successive visite di Bukhara e a Samarcanda.
Ciò per evitare a tutti altre spese.
Sistemati
i camper, andiamo in ordine sparso in giro per un
prima "esplorazione".
In
serata ceniamo all’aperto, nel giardino dell’hotel,
con musica contadina dal vivo.
22
Sett.
Kiwa
km 0
La
visita è una full immersion in questo gioiello, che
incastonato tra i frutteti e i campi di cotone nel
delta dell’Amu Darya, brilla ancora di luce
propria.
Peccato
che tutti i monumenti al loro interno sono diventati
tanti bazar. I colori e la varietà delle merci
esposte, se da un lato rendono gli interni
"vivi", dall’altro distraggono dall’approfondimento
"culturale" . Allora, più che sentire la
guida, si è attratti dalla luce di questi colori e
dalla sussurrate contrattazioni di chi furtivamente
si è allontanato dal gruppo.
Tutti
aprono i cordoni della borsa e inizia il rito dello
shopping a tutto campo.
La
danza uzbeka a Khiva
Vengono
dei musici ed intonano una musica dura, arcaica,
contadina. Uno dei ballerini, un ragazzo di non più
di 15 anni, si esibisce in una danza che imita gli
animali.
Il
suo volto è una maschera che di volta in volta
diventa scoiattolo, uccello, volpe.
Non
è per i nostri gusti e non ha niente a che vedere
con la performance delle fanciulle turkmene. Ma
suscita sensazioni forti, ancestrali. Intimidisce e
impaurisce. Forse rappresenta il lato rude e
guerriero delle antiche popolazioni dell’Asia
Centrale.
Spinge
la memoria nel passato, in un passato nel quale il
vincitore non lasciava vinti sul terreno, in un
passato nel quale i vinti venivano sterminati.
Tutti. E le loro teste infilzate come trofei e
monito su aguzze lance all’ingresso degli
accampamenti.
Per
l’ambivalente Timur lo zoppo, il Tamerlano per noi
occidentali, mecenate e guerriero sanguinario, non
ci dovevano esse vinti. Sterminio totale e saccheggi
dovevano seguire la vittoria. La regola era: nessuna
pietà.
23
Sett.
Kiwa-Bukhara
km 490
Si
attraversa il Kizilkhun, deserto delle sabbie rosse.
La
strada è discreta, niente a che vedere con quella
del Karakum.
Taglia
sterminati campi di cotone. Ogni tanto attraversa
polverosi villaggi con vecchie costruzioni, adibite
allo stoccaggio e alla lavorazione del cotone,
anonime e deprimenti nel loro perfetto stile russo.
Devono
essere le vecchie fattorie collettive di proprietà
dello stato fino alla cosiddetta
"indipendenza" da Mosca.
Trasmettono
un senso di malinconia mista a comprensione per
queste popolazioni lasciate allo sbando con il
crollo "dell’Impero sovietico" e prese
in "custodia" da vecchi esponenti del
regime, riciclatisi come padri della patria.
Una
lunga teoria di balle di cotone, angurie, meloni di
ogni forma e dimensione ai lati della strada ci
accompagna per gran parte dei 500 km del Kizilkum.
Perché
sono così triste e commosso per questa povera
gente?
Forse
perché mi rendo conto che, intrappolata dall’ex
Unione Sovietica nella monocoltura del cotone,
privata dei suoi valori, della sua fede religiosa, e
poi abbandonata, oggi disperatamente alla ricerca
della propria identità attraverso il recupero del
suo glorioso passato, difficilmente ce la farà.
E’
stretta nella morsa del grande "gioco"
planetario al quale partecipano le grandi potenze,
Russia, Cina, Stati Uniti, per il controllo di
questi territori ricchi di risorse naturali ancora
intatte.
Siamo
accolti con la solita professionalità. Ormai è una
costante dell’Asia Centrale.
La
direzione si mostra orgogliosa di ospitarci.
Il
parcheggio è ampio e all’ombra, l’acqua è a
pochi metri, come pure l’energia elettrica fornita
da colonnine disposte ogni 2-3 metri.
24
e 25 Sett.
Bukhara
km 0
Appare
viva, ordinata nei suoi ampi viali.
Il
centro storico, patrimonio mondiale UNESCO, tuttora
abitato, è ricco, ricchissimo di monumenti.
Due
giorni sono sufficienti per vedere tutto, ma non per
"memorizzare".
In
serata, nel cortile di un caravanserraglio
trasformato in palcoscenico, ceniamo allietati da
sfilate di moda e raffinate danze.
Prima
del pernottamento, ricordo alla guida di esaminare
in anticipo la possibilità di farci un veloce
rifornimento di gasolio il giorno dopo, prima di
uscire dalla città. Dice di sì ma intuisco che la
cosa non è semplice
Ormai
i miei occhi e la mia mente incominciano a perdere
il senso del discernimento.
Sono
tali e tanti gli impulsi emotivi messi in circolo da
quello che ho visto a Khiva e ciò che mi circonda
adesso.
Faccio
fatica a fare distinzioni, ordinare siti, nomi,
stili architettonici e la storia che li ha ispirati.
Sono letteralmente stordito.
Oggi,
scrivendo, trovo difficoltà a mettere ordine nei
miei ricordi.
Tutto
si sovrappone in un’incredibile mescolanza di
oggetti, luci, suoni, monumenti……
Specialmente
di sera, quando penso al viaggio, prima di
addormentarmi.
Cerco
di inquadrare Bukhara. Per molti aspetti rimane
ancora un buco nero che risucchia, come nelle
dissolvenze di una cinepresa, tutto, velocemente:
tappeti, minareti, frutta, gioielli, sete……..
Poi,
pian piano riesco a ricomporre il mosaico rileggendo
alcuni brani nella letteratura di viaggio che ha
riempito molte mie serate nei mesi antecedenti la
partenza. Collego le cose viste a Bukhara alle
descrizioni dei libri e alle spiegazioni della
nostra guida Natik, risentite attraverso la visione
del film amatoriale girato da Enzo.
Così
i ricordi affiorano e Bukhara assume un contorno
più netto.
Ricordo
la Torre Kalon, risparmiata dalla furia distruttice
di Gengis Khan impressionato dalla sua bellezza, e
passata ai posteri con il nome di "torre della
morte" in quanto utilizzata dai crudeli khan e
poi dai russi fino al 1920 come luogo di esecuzione
dei condannati a morte ( venivano mandati in cima e
buttati giù).
La
madrasa Ulugbek dove Nutik ci spiegò che Bukhara,
all’epoca del suo massimo splendore, aveva un
numero incredibile di scuole coraniche (300/400) con
circa 15.000 studenti universitari. Che era uno dei
centri culturali più importanti dell’oriente
(seconda solo a Baghdad) con la sua biblioteca di
oltre 45.000 volumi.
La
residenza reale (Ark) dove comprammo bellissimi
cuscini ricamati a mano.
I
variopinti Bazar, distinti per specialità
merceologiche e separati "fisicamente" l’uno
dall’altro dove comprammo coloratissimi arazzi, i
"susameh" che secondo la tradizione uzbeka
le fanciulle in giovane età ricamano. Più è ricco
e colorato il ricamo, più sono considerate adatte
al matrimonio.
Il
luogo dove nacque Ibn Sina, conosciuto in occidente
come Avicenna . Medico, matematico, scienziato,
filosofo, scrisse la più grande enciclopedia medica
che ha ispirato la medicina fino a qualche centinaia
di anni fa.
A
Bukhara ti perdi.
Bukhara
ti proietta nell’essenza dell’Islam colto ma
anche nella crudeltà di Tamerlano.
26
Sett.
Bukhara-Samarcanda
km 280
Usciamo
dal parcheggio di buon ora. I distributori non hanno
gasolio. Percorriamo qualche decina di km. L’esito
è negativo.
Si
decide che il gruppo aspetta ed io e la guida
andiamo alla ricerca del prezioso liquido presso
abitazioni private. Dopo aver percorso alcuni km,
seguendo le indicazioni che ci vengono date da gente
del luogo, finalmente lo troviamo in due posti poco
distanti l’uno dall’altro.
Torniamo
indietro per informare gli amici. Alcuni
automobilisti, con i quali si erano accordati
durante la nostra assenza, sono intenti a riempire i
serbatoi dei camper.
Qualcuno
nota che i tempi di svuotamento delle taniche sono
troppo rapidi. Capiscono che stanno subendo una
truffa da parte di quegli uomini che, con abili
mosse, danno l’impressione di effettuare il
travaso. In realtà da ogni tanica ne versano solo
pochi litri. Si discute con animosità. Shukur mi fa
cenno che è meglio andar via.
Andiamo
dove avevamo trovato il gasolio e, finalmente, dopo
oltre 2 ore, prendiamo la strada per Samarcanda.
In
Asia Centrale il rifornimento di gasolio è un
tormentone.
Costa
poco ma è difficile reperirlo. Quando si trova un
distributore aperto probabilmente ha solo benzina e
se ha gasolio occorre essere
"raccomandati" dall’hotel dove hai
parcheggiato il mezzo. In ogni caso, se accettano te
lo danno razionato, dopo aver concordato il prezzo.
Spesso
bisogna reperirlo di contrabbando preferibilmente
all’interno di luoghi circoscritti e al riparo da
occhi indiscreti, comunque mai sulla strada dove la
truffa è dietro l’angolo, come un finto travaso o
la "fornitura" di gasolio allungato con
molta acqua.
Non
puoi discutere perché si può avere a che fare con
elementi malavitosi.
Quindi
è bene togliere dalle cassepanche le cose non
indispensabili e mettere taniche di scorta. Cercare
di tenerle sempre piene e quando c’è possibilità
di rabboccarle, farlo.
Qualche
km prima di entrare in città ci fermiamo sotto la
grande, scalcinata, insegna che annuncia l’arrivo
alla meta. Le foto ricordo e i dolcini innaffiati da
spumante sono d’obbligo.
Nel
pomeriggio ci sistemiamo nel parcheggio del lussuoso
President Palace Hotel e, mossi dalla curiosità, ci
mettiamo subito in giro.
Samarcanda,
finalmente!
I
suoi viali sono pulitissimi, ampi e freschi, il
traffico è sostenuto ma ordinato. Non è rumorosa.
Dà una sensazione di spazio e quiete .
Non
impone la sua presenza, sembra quasi una delle tante
anonime città dell’ex Impero Sovietico. Sembra
senza storia. Resto perplesso, quasi deluso.
Sul
filo della memoria ripercorro le tribolazioni dei 10
mesi di pianificazione del viaggio.
Penso
all’incontro con le Agenzie al BIT di Milano,
alle
prime e-mail dirette in Turkmenistan e Uzbekistan,
ai
complicati contatti col Console di Vienna,
alle
preoccupazioni per le notizie allarmanti sui
conflitti a fuoco nel Kurdistan battute dalle
Agenzie di stampa, per la rivolta di maggio ad
Andijan dove furono massacrate circa 700 persone
secondo i dati forniti dal governo uzbeko, per le
elezioni di giugno in Iran e alle possibili
ripercussioni che questi eventi avrebbero potuto
avere sulla nostra sicurezza durante il viaggio,
agli
11 visti sbagliati (10 dal consolato dell’Iran di
Roma e 1 da quello turkmeno di Vienna) e ai salti
mortali fatti per ottenere le rettifiche,
alle
centinaia di e-mail inviate ai tre Tour Operator,
ciascuno con mentalità e cultura differente, per
chiarire, puntualizzare, definire fino alla paranoia
tutti gli aspetti organizzativi non del viaggio ma
di "tre" viaggi,
alla
riunione di Ancona, all’imbarco, ai primi km in
Grecia,
alle
prime difficoltà……..
Penso
allo stress accumulato, alle incombenze che mi hanno
trattenuto a casa fino all’ultimo giorno, al fatto
che nei mesi più "frenetici" (luglio e
agosto) non ho potuto godere di un solo giorno di
vacanza e che sono salito sulla nave a Bari già
stanco.
Penso
al fatto di essere esposto al giudizio e alla
critica per quello che fino ad ora non è andato
secondo le previsioni e che potrà non andare nel
prosieguo (siamo solo a metà del viaggio!) per
cause di forza maggiore o per il progressivo
esaurimento della mia forza fisica e mentale che
inevitabilmente provoca appannamenti della
"capacità di direzione e controllo del
gruppo" e della necessaria
"diplomazia" verso chi, avendo versato una
"modesta" quota di partecipazione, in
pratica solo il rimborso spese, si crede in diritto
di pretendere tutto, al massimo grado di perfezione,
dimenticando che non sta viaggiando con Alpitur né
in località sperimentate e collaudate dal
viaggiatore indipendente.
L’orgoglio
di aver centrato l’obiettivo Samarcanda sembra
affievolirsi, ridimensionarsi.
Mi
rivolgo a mia moglie che ha "sopportato"
in tutti questi mesi la mia assenza dal familiare
quotidiano e "condiviso" le mie ansie,
chiedendole:
"
Ne è valsa la pena aver lavorato tanto, aver
macinato tutti questi km, doverne fare altrettanti
per il ritorno, quando con 8/10 ore di volo potevamo
raggiungere comodamente Taskent e di lì, in
condizioni di maggiore sicurezza, ed al riparo da
critiche e giudizi, visitare tranquillamente Khiva,
Bukhara a Samarcanda tramite un buon Tour
Operator?"
Rimane
perplessa, esita. Non si aspetta da me questo tipo
di riflessione. Conosce perfettamente il mio DNA.
Comunque
sono solo attimi. Solo il tempo di percorrere
qualche centinaia di metri.
Passiamo
davanti ad un’antica moschea, poi svoltiamo
intorno ad una statua monumentale.
I
pensieri "fuorvianti" svaniscono.
Dico
a me stesso, sì né e valsa la pena. Il desiderio
di andare in Asia Centrale era troppo forte, si
doveva creare il gruppo e non avevo letto di altri
che pensavano di organizzarlo.
E
ancora, che senso avrebbe avuto passare dall’occidente
all’oriente in poche ore, essere catapultato da un
aereo, dalla nostra "’opulenza" , dai
nostri frenetici ritmi di vita alla miseria visibile
ma dignitosa, a ritmi di vita scanditi dalla
preghiera, dalla pazienza e dall’apparente
accettazione del proprio destino?
Il
passaggio sarebbe stato troppo repentino, avrebbe
innalzato barriere psicologiche tra noi e ciò che
abbiamo visto e che continueremo a vedere e avrebbe
alterato l’equilibrio delle valutazioni.
Il
viaggio indipendente in camper dà la possibilità
di interiorizzare gradualmente, km dopo km, giorno
dopo giorno, il passaggio da una cultura all’altra,
attraverso il cambiamento dei paesaggi, dei suoi
colori, del modo di vestire e di parlare della
gente, l’espletamento delle piccole incombenze
quotidiane come l’acquisto del pane, il
rifornimento di carburante, la ricerca di un
meccanico.
Sono
percezioni graduali dello scivolamento da un mondo
all’altro perché introducono, nello scandire del
tempo necessario al trasferimento inteso in senso
geografico, un altro tipo di trasferimento, ben più
pregnante e gravido di significati: quello
psicologico.
Introduce
elementi etnici, storici, culturali della meta da
raggiungere e riduce, in una sorta di contrappasso,
fino alla scomparsa, quelli della tua terra.
Solo
attraverso l’intensa esperienza dell’avvicinamento,
il mito si concretizza nella meta!
Così
si materializzano davanti ai miei occhi il
traghetto, le chiese ortodosse della Grecia, i primi
minareti turchi, sottili e appuntiti come lance, il
ponte su Bosforo, che preannuncia l’Asia, le lire
turche, le panciute moschee dell’Iran, i rial, i
primi deserti, le yurte, i manat, i campi di cotone,
i sum…..
Come
il camaleonte adatta i suoi colori all’ambiente
circostante, noi, per "vivere" nella
giusta dimensione emotiva il cuore perduto dell’Asia,
siamo stati, ancorché per tempi brevi, un po’
greci, turchi, curdi, turkmeni, uzbeki secondo l’intensità
del nostro rapporto emotivo con le realtà
attraversate. Ma sto sognando troppo, la concretezza
incombe. Tra poco dobbiamo sistemarci, allacciare la
corrente, rifornirci d’acqua, prepararci per le
escursioni dei due giorni di permanenza a
Samarcanda.
27
e 28 Sett.
Samarcanda
km. 0
Visitiamo
Samarcanda, accompagnati da una giovane guida che ci
illustra i vari siti in un raffinato italiano e ci
racconta sinteticamente la storia di Samarcanda,
persiana, greca, turca, araba, mongola, russa.
I
personaggi centrale della sua prolusione sono
Tamerlano e Ulug Beck, suo nipote e discendente. Ci
racconta:
"Passando
da un impero all’altro, Turchi, Arabi, Persiani,
Mongoli, prima di venire letteralmente rasa al suolo
da Genghis Khan, la citta’ conobbe vari dominii.
Ma nel 1370 Tamerlano decise di fare di Samarcanda
la sua capitale e forgiò una nuova e mitica città
che divenne l’epicentro economico e culturale dell’Asia
Centrale. Suo nipote poi la trasformò anche in un
centro intellettuale"
All’ora
del pranzo ci fermiamo per riposare e dissetarci ma
il momento di relax è funestato da un’ape. Sì,
proprio un’ape che punge sul collo il nostro
compagno Beniamino.
Conseguenza:
svenimento e calo preoccupante della pressione
arteriosa.
Gli
amici medici, Alessandro e la moglie Manola,
affrontano il problema come possono, nei limiti che
la situazione logistica consente. Consigliano il
ricovero in ospedale. Poi il nostro compagno si
riprende e per fortuna le cose si mettono per il
meglio. Ma che paura!
Nel
pomeriggio completiamo la visita di Samarcanda.
Il
giorno seguente, "libero" per tutti, io e
mia moglie andiamo in giro, nella mattinata con Enzo
e Lina e nel pomeriggio da soli. Dopo un salto al
bazar russo e ai magazzini Gum di sovietica memoria
"esploriamo" parte dei siti visti il
giorno precedente con immersione totale nel colorato
bazar.
L’escursione
solitaria del pomeriggio ci dona un sollievo
straordinario. Dimentico i problemi organizzativi.
Torniamo
al camper stanchi, ma rilassati e felici.
I
monumenti
Di
Samarcanda, capitale dell’antica Sogdiana, ricordo
tutto.
E’
più facile da esplorare perché i monumenti non
sono concentrati allo stesso posto e sono di numero
inferiori a quelli di Khiva e Bukhara.
Dal
President Palace Hotel si arriva direttamente, dopo
aver superato sulla destra il mausoleo di Gur Emir, dove
troviamo la cripta di Tamerlano, poi, poco
più avanti sulla sinistra splende la monumentale
piazza Registan, considerata
una delle più belle del pianeta
con le tre imponenti e maestose madrase.
Si
percorre una strada abbellita da statue raffiguranti
gruppi di cammelli in ricordo della via della seta e
piena di anfratti stracolmi di merci che
preannunciano il Bazar.
Alla
fine della strada svetta la Moschea di Bibi Khanum, ,
un tempo tra le più grandi moschee del mondo,
costruita secondo la leggenda dalla moglie cinese di
Tamerlano, alle
spalle il grandioso bazar "Siab".
Infine,
a destra, sulla collina, gli scavi di Afrasiab, l’antica
Samarcanda, lo Sharhi-Zindah (la necropoli
dei Timuridi), il
luogo più suggestivo di Samarcanda e
più in alto l’osservatorio di Ulug Beck, nipote
di Tamerlano e famoso come astronomo.
Il
cimitero moderno
Scendendo
dall’osservatorio, prima di entrare nella
necropoli dei Timuridi, ci fermiamo ad aspettare il
resto del gruppo nei pressi del cimitero nuovo e
decidiamo di dare uno sguardo.
La
visione è scioccante e non ha niente a che vedere
con l’antica necropoli situata più avanti. Qui
domina il grigio e lo spettacolo è funereo, lì i
colori delle maioliche che rivestono gli esterni dei
mausolei e la finezza delle cesellature interne
rendono gioioso e prezioso tutto l’ambiente
donando uno spettacolo affascinante.
Dalle
tombe emergono enormi lastre di marmo a forma di
poligoni di 4, 5 lati irregolari. Il lato più corto
è posto in basso come per ricordare un fiore.
Su
queste lastre è raffigurato il defunto quasi a
grandezza naturale. La fattura delle foto è
incredibilmente perfetta, nel passaggio dal nero a
bianco sono espresse tutte le sfumature del grigio
tanto da produrre l’effetto ottico della
tridimensionalità.
Sembrano
morti che si sono sollevati dalla tomba e ti fissano
con sguardo asettico, distante, lievemente
ammonitore.
Sono
foto scattate ai morti stessi messi in posizione
eretta o alle persone in vita ma già senz’anima?
E’
una sequela di fantasmi viventi che mette i brividi
addosso, tanto che prendo, con una certa fretta, la
strada dell’uscita.
Giunge
però una riflessione: la presenza delle foto e la
mancanza di simboli della religione praticata in
vita mi fa immaginare che si tratta di tradizione
musulmana influenzata da quella occidentale,
cristiana, ortodossa o atea che sia.
L’islam
non mette simboli sulle tombe ma neanche foto, cose
che facciamo noi in occidente.
La
visita di un cimitero può apparire di per sè
bizzarra ed inutile. Ma il nostro è un viaggio sul
filo dell’incontro con gli "altri" e
tutto - simboli, comportamenti, abitudini, anche le
cose apparentemente più insignificanti -
contribuisce ad una maggiore comprensione e
conoscenza di culture diverse.
Gli
sposi
A
Samarcamda non passa un giorno che non vedi un
corteo nuziale di auto, la prima incorniciata di
fiori e candide strisce di cotone, l’auto degli
sposi, poi la lunga teoria delle altre al suono
strombazzate di clacson. Esattamente come da noi.
Chiedo
a Shukur il motivo di tale frequenza.
Mi
risponde candidamente, senza aggiungere altro,
consapevole che il messaggio è forte e chiaro:
"in mancanza d’altro……".
E
il risultato sarà la nascita tanti, tanti bambini e
il continuo incremento della popolazione.
Fino
ad una decina di anni fa si vedevano anche da noi,
con una certa frequenza, cortei nuziali. Adesso sono
sempre più rari.
Il
nostro caro vecchio continente, e più in generale
tutto l’occidente, sono seriamente minacciati dal
calo delle nascite, con la conseguenza di un rapido
invecchiamento della popolazione con tutto quello
che ne consegue.
Prima
o poi, noi, grassi ed opulenti, saremo sopraffatti
da loro, magri ed emergenti. Ne è prova evidente la
vicina Cina.
Non
sappiamo il tempo che ci vorrà, ma è un tempo che
probabilmente verrà.
29
Sett.
Samarcanda-Bukhara
km 308
Giro
di boa
30
sett.
Bukhara-Farap
(frontiera Uzbekistan-Turkmenistan) – Mary km 385
Solita
trafila alle frontiere dove lasciamo Shukur e
rivediamo Helen.
La
frontiera di Farap (uscita dall’Uzbekistan e 2°
ingresso in Turkmenistan)
Usciamo
dall’Uzbekistan, come al solito dopo molto tempo,
nonostante il lodevole impegno di Shukur.
Il
nuovo ingresso in Turkmenistan è ancora una volta
caratterizzato da qualche peculiarità.
Un
graduato mi ordina letteralmente di creare una fila,
mi tratta come un militare del suo plotone e non
risponde alle mie richieste di informazioni, o
risponde irato, in un velocissimo inglese tanto da
non farmi capire niente. Ingoio questa pillole amare
sperando che siano le ultime.
Poi
riemerge il problema Carnet che, come abbiamo
imparato, lo chiedono solo per vederlo. Questa
volta, però, c’è una specificità: manca il
timbro di uscita dall’Uzbekistan.
Mi
fanno accomodare in un ufficio dove c’è un
ufficiale. Gira e rigira tra le sue mani il mio
Carnet, fa finta di leggere, almeno è questa la
sensazione che avverto. Temporeggia. Nessun sorriso
o espressione del suo viso, delle sue labbra, dei
suoi occhi di ghiaccio, in grado di farmi intuire
cosa gli sta passando per la testa. Forse vuole
chiedere soldi e non ha il coraggio di farlo?
Mi
parla poi del timbro, gli spiego che non è stato
apposto alle frontiere uzbeke perché lì avevano
capito che il possesso del documento non costituisce
più un obbligo in Asia Centrale.
Annuisce,
mi dice di attendere e va via. Torna dopo mezz’ora,
sono solo e quella stanza diventa per me una
trappola, meglio una prigione. Mi sento a disagio,
non nascondo che temo il peggio.
Finalmente
torna e dà il via ai suoi sottoposti. Si può
procedere.
Esco
agitando le carte ed esclamando "ma chisto è
nu manicomio". Alessandro sorride e memorizza.
Prendiamo
subito la strada per Mary sapendo che di lì a poco
bisogna superare l’Amu Darya sul ponte di cassoni
galleggianti ed entrare nel lato sud-occidentale del
Karakum.
L’attraversamento
dell’Amu Darya sui cassoni galleggianti, riferito
da altri viaggiatori come complicato e difficile,
tutto sommato si rivela abbastanza semplice, a parte
le lungaggini burocratiche.
Oltre
al tempo occorrente per sbrigare le formalità di
pagamento del pedaggio e l’attesa del proprio
turno, parte del gruppo rimane bloccato per circa un’ora
a causa di una foto scattata, il conseguente
sequestro della macchina fotografica e lunghe
trattative per la restituzione.
Io
mi trovo già sull’altra sponda e saprò tutto in
serata.
Accumuliamo
un ritardo preoccupante e penso che anche questa
volta si viaggerà fino a tardi.
Il
visto scade domani, 1° ottobre, e bisogna arrivare
a Serakhs almeno nella tardi mattinata.
Marciamo
spediti e riusciamo ad arrivare nei pressi di Mary
verso le 22, contenti per avercela fatta.
Domani
dobbiamo fare solo un 150 km.
Ma
accade l’inevitabile: incidente a Carlo in
periferia di Mary.
Una
auto gli taglia la strada e lo spinge fuori strada.
Per fortuna non si capovolge ma si conficca nel
terreno, giù nella scarpata, con le ruote all’aria.
L’immagine è sconvolgente. Carlo e Tina escono
dalla cabina sani e salvi grazie alle cinture di
sicurezza. Cerchiamo di tirare il mezzo sulla strada
ma le corde si spezzano e rinunciamo.
Ubriachi,
malviventi? Non lo sapremo mai. Faremo varie ipotesi
nei giorni successivi, alcune anche fantasiose.
A
notte fonda arriva la polizia. Dopo i rilievi del
caso, ci promettono che verranno alle sette del
mattino con i mezzi adatti al recupero.
Fa
freddo, ci rifugiamo nei camper per tentare il
riposo. Ospito Helen non prima di aver rifocillato
alla meglio la malcapitata coppia di amici che
vengono ospitati per la notte da Ambrosina.
Io
e mia moglie non riusciamo a dormire, ci chiediamo
se la mattina si sarebbe recuperato il camper e se
ci fosse stata qualche possibilità di continuare un
viaggio che appariva ormai largamente compromesso.
Helen,
beata lei, riesce a dormire. La sentiamo russare.
L’autista
intanto si rifugia nella sua auto per riposare. Non
ci riuscirà per il freddo. La mattina mi rendo
conto che nella confusione nessuno di noi aveva
pensato di dargli del cibo e una coperta.
Helen
e l’autista potevano dormire al nostro hotel, non
molto distante, ma sarebbe stato imprudente rimanere
da soli, sul ciglio dell’infida strada, senza un
interprete.
1°
Ott.
Mary-Sarakhs
km 265
Alle
7 arrivano un autogrù e un autocisterna.
Con
professionalità e calma la polizia, con l’aiuto
degli autisti dei mezzi, e alcuni turkmeni compreso
l’accompagnatore di Helen, dopo vari tentativi
tirano fuori il camper. Il pericolo era che potesse
capovolgersi su un fianco. Carlo mette in moto. Il
mezzo parte, fa qualche metro. Tutto è OK. A questo
punto sfoga lo stress accumulato in un pianto
liberatorio. Siamo tutti commossi.
Dopo
di che l’autista di Helen le chiede 100 $ per non
aver dormito in albergo, per lo
"straordinario" che ha fatto, per il
disagio procuratogli e per il risarcimento di una
grossa corda spezzatasi in un primo tentativo di
recupero del mezzo. Helen gira a me le sue richieste
ed io non me la sento di girarle al gruppo ritenendo
che la cosiddetta mancia non deve gravare su nessuno
di noi in quanto di "competenza" di Carlo.
Eludo, per il momento, le sue richieste
promettendogli che ne avremmo parlato alla
frontiera.
Si
parte verso le 11, anziché all’alba, come da
programma. E’ una corsa contro il tempo.
Ancora
fiducioso che in due tre ore riusciamo ad arrivare
al confine, telefono ad Hadi, in Iran, per
informarlo del ritardo. Lui mi spiega che è già in
frontiera e aspetterà fino alla chiusura.
La
sosta pranzo che doveva essere breve si allunga
perché Helen sparisce con l’autista.
Io
sono molto stanco per non aver dormito, il caldo è
intenso, c’è vento che solleva molta polvere. I
mezzi sono sparsi un po’ ovunque e i baracchini
sono spenti. Non me la sento di andare da un camper
all’altro per comunicare il tempo per la sosta. Ma
non sono eccessivamente preoccupato. Sono le 13,30,
mancano per la frontiera meno di 150 km che possiamo
coprire in un paio d’ore.
Mi
affido anche al destino. Ormai capisco che grava sul
gruppo una sorta di "maleficio".
CVD:
come volevasi dimostrare. L’autista di Helen
prende una strada diversa da quella percorsa da
altri viaggiatori ed allunga di circa 100 km.
Poi
si aggiunge una differenza di fuso orario rispetto a
quanto comunicatomi dal Tour Operator e confermato
dal sito web dell’ACI: i nostri orologi sono
indietro di mezz’ora rispetto ai loro.
Quando
arriviamo a Sarakhs troviamo la frontiera
"chiusa".
Ci
accampiamo in un parcheggio per TIR
La
frontiera di Serakhs/Sarakhs ( uscita definitiva dal
Turkmenistan e 2° ingresso in Iran)
Al
posto di blocco posto nell’area di frontiera c’è
uno scambio di telefonate tra i militari di guardia
e la frontiera vera e propria distante qualche km.
Viene data l’autorizzazione all’ingresso.
Penso,
c’è l’abbiamo fatta, nonostante tutto. Ma
memore del "maleficio", non mi entusiasmo
più di tanto.
Infatti,
dopo una decina di minuti siamo davanti al cancello
e lo troviamo chiuso. Non si passa.
Mi
chiedo, "Perché siamo stati autorizzati a
passare e poi veniamo respinti?". Sanno
benissimo che occorrono circa dieci minuti per
coprire la distanza posto di blocco-frontiera.
Mistero.
Trattativa,
implorazioni, tentativi di corruzione: niente da
fare. Bisogna accamparsi in questo deserto
sterminato e presentarsi la mattina successiva.
Ci
dicono che dormire lì è vietato. Il luogo è
interdetto alla sosta e non è sicuro. Ci indicano
un parcheggio per TIR . Helen intercede, chiede di
farci parcheggiare all’interno della frontiera.
Niente, sono irremovibili.
Intanto
l’autista di Helen rinnova la sua richiesta di 100
$, lo vedo nervoso per cui prego Carlo di dargli una
piccola mancia.
A
questo punto incassa una ventina di $, somma non di
poco conto in Uzbekistan, ed abbandona Helen
"al suo destino".
Chiamo
di nuovo Hadi per comunicargli che non ce l’abbiamo
fatta. Ci vedremo il giorno seguente. Mi risponde
che con un taxi tornerà indietro alla ricerca di
una stanza per dormire e l’indomani sarà
puntuale.
Torniamo
indietro di qualche km, troviamo il parcheggio.
Si
tratta di un ampio spazio recintato con in fondo,
sulla sinistra, una costruzione.
Prima
di entrare Helen va a chiedere il permesso che viene
concesso solo dopo qualche insistenza. Però niente
acqua e docce per noi. E’ razionata e serve per
gli autisti dei Tir. Figuriamoci. Per noi quel
posto, ancorché solitario e polveroso, sembra il
paradiso terrestre. Ci sistemiamo in fondo a ridosso
del muro di cinta.
Poco
dopo arrivano, a distanza di pochi minuti l’uno
dall’alto, enormi, maestosi Tir dal muso
lunghissimo (ricordate il film Duel?). La scena al
momento è fantastica ed entusiasmante. Da filmare.
Solo quando i potenti motori smettono di ruggire e
il cancello d’ingesso viene chiuso ci rendiamo
conto che i nostri mezzi, insignificanti rispetto a
quei dinosauri a motore, sono stati intrappolati.
Non c’è alcuna possibilità di una via di fuga.
Helen,
rimessa a nuovo dopo una doccia concessale dal
proprietario della struttura, s’informa e mi
rassicura: alle cinque del mattino del giorno dopo i
Tir andranno via.
Abbiamo
ancora la forza di ripulirci dalla sabbia e
preparare un’ottima cena.
Al
mattino veniamo svegliati dal rombo dei motori e dal
rumore delle vibrazione dei cofani dei Tir che
sembrano non poter resistere alle sollecitazioni
imposte da centinaia di pistoni avviati in perfetta
sintonia e coordinazione da tutti gli autisti.
Sembra una grande orchestra ben diretta,
indifferente al nostro riposo.
Di
buon ora siamo davanti al cancello della frontiera.
All’avvio
delle procedure per prima cosa chiedono il pagamento
di una salata "sanzione" a causa del visto
scaduto. Cerco di far capire che c’è stato un
incidente, che tutto è documentato nel PC di Carlo,
che in ogni caso da parte nostra non c’è ritardo
perché il visto scadeva alla mezzanotte del giorno
prima, comunque molte ore dopo il nostro arrivo ai
cancelli e che durante la notte eravamo stati
costretti da loro alla "quarantena" nel
parcheggio dei TIR.
Niente.
Si deve pagare e basta. Mi arrabbio, Helen ha paura
e piange, mi prega di stare calmo. "Prison,
prison for me" dice singhiozzando.
Prima
chiedono 100$ a testa, poi diventano 105, infine si
fermano a 107,50. Mi ritengo fortunato perché ad
ogni minuto che passa il "costo dell’uscita"
sale. Poi non si sa bene dove pagare ed in quale
valuta. Mi dicono che si deve tornare indietro e
andare a pagare in Banca. Ma quale Banca? Dove, in
quel deserto sterminato?
A
questo punto protesto. La mia sortita, un po’
imprudente, ha effetto. Si convincono ad incassare
la "sanzione" in dollari. Sono 2150 che
controllano uno per uno per ben tre volte. Alla fine
rilasciano le ricevute (in manat, bontà loro). Non
me la sento di controllare e contestare
eventualmente il cambio. Il tempo passa
inesorabilmente e non intendo stare un minuto di
più alla mercè di funzionari rapaci.
Ma
non finisce li, si deve stendere il verbale del
ritardo e sostengono che ci sono difficoltà perché
l’incidente dichiarato non è documentato da
rilievi della polizia di Mary. Li prego di
telefonare al comando di polizia e mi rispondono che
non sono tenuti.
Noto
sadismo e malcelato divertimento in quelle facce
stupide.
Dopo
varie discussioni nella loro lingua, tra Helen che
implora e il giovane capo, l’unico che sembra
dispiaciuto per quello che sta succedendo (fa capire
che sono le loro regole alle quali si deve
scrupolosamente attenere), si trova un accordo sul
testo.
Prima
di procedere mi viene chiesto se mi assumo la
responsabilità del contenuto della dichiarazione
che deve essere trascritta dalla nostra povera guida
su ogni foglio di uscita ( ben 20 volte).
Figuriamoci.
Dico "OK", pur non comprendendo una parola
di quanto sarà scritto in verbale. Penso solo di
lasciare al più presto "Forte Alamo"
Offriamo
50 $ ad Helen come rimborso per il giorno di lavoro
in più e per il noleggio di un mezzo per tornare ad
Asghabat, distante alcune centinaia di km.
I
mezzi vengono controllati uno per uno. Fanno
scaricare le bevande alcoliche.
"In
Turkmenistan non sono vietate," esclamo con una
voce che sembra più un’implorazione che il
riconoscimento di un diritto. Si degnano di
rispondere che la procedura è prevista da accordi
con il confinante Iran, secondo il quale i mezzi
devono uscire "puliti". Io penso
"ripuliti", vogliono per loro birra e
vino.
Ne
ho conferma di lì a pochi minuti.
Sono
l’ultimo. Tre poliziotti entrano nel camper e
trovano tre birre che ho volutamente lasciato in
bella mostra per evitare perquisizioni. Uno di essi
si stende sul pavimento, ne beve una tutta d’un
sorso, furtivamente, poi m’invita a nascondere
bene le altre due.
La
scena appare veramente disgustosa nel mare di
"severità" che ci circonda.
Infine
danno il via, sto per uscire quando un altro
poliziotto farfuglia, non convinto, "dog,
dog" Evidentemente aveva intravisto il cane di
Vittorio che, per fortuna, era già uscito. Gli
rispondo in napoletano e in tono duro di andarsi a
cercare il cane in Iran.
Finalmente
esco anche io. Sono le 13, il peggio è passato,
siamo tutti all’ingresso della frontiera iraniana
dopo 6 ore de "la battaglia di Sarakhs".
Sembra
di essere a casa, siamo sani e salvi.
Hadi,
puntuale ci sta aspettando da molte ore . Si dà un
gran da fare per accelerare le pratiche, passano
comunque tre ore, ma c’è molta gentilezza e i
mezzi non vengono per niente controllati.
Tocchiamo
il suolo dell’ Iran verso le 4 di pomeriggio.
Un
impulso irrefrenabile mi spinge a scendere dal
camper e baciare la terra dell’Iran. Ovviamente
non lo faccio, sarei stato ridicolo. Non so però
fino a che punto!
Troviamo
subito dopo la frontiera un rassicurante
distributore di carburante fornito anche di gasolio.
Che
felicità dopo tante tribolazioni!
2
Ott.
Sarakhs-Mashad
(Iran) km 207
Dopo
non poche difficoltà usciamo definitivamente dal
Turkmenistan.
Veloce
rifornimento in Iran e subito via.
Purtroppo
abbiamo perduto la visita di Mashad ma cercheremo di
realizzare qualcosa in serata.
L’hotel
che ci accoglie è favoloso. Il direttore è fiero
di farcelo visitare, poi offre un gradito the
ristoratore.
A
Mashad abbiamo il tempo di andare in un bellissimo
ristorante con prezzi al di sopra della media ma ne
vale la pena. Il cibo è ottimo e il locale
elegantissimo con pareti ricoperte da migliaia di
frammenti di specchio. Dopo cena ci rechiamo in
centro, nel luogo santo. E’ tardi, non ci fanno
entrare nemmeno nello spazio per i non mussulmani
nonostante i tentativi di Hadi.
Ci
accontentiamo di vedere e riprendere da lontano le
sue cupole ricoperte d’oro.
Peccato,
non ci sono stato l’anno scorso e nemmeno quest’anno
mi è riuscito di farlo.
Ma,
ne sono certo, ci riproverò perché Mashad, luogo
del martirio, ldi per sé può giustificare un
viaggio in Iran, specialmente se si riesce ad
entrare nel mausoleo.
3
Ott.
Mashad-Sharud
(Bastam) km 511
La
strada si snoda come un nastro luccicante lungo i
margini del deserto, il Dush e Kavir.
Sulla
nostra sinistra la steppa che più in fondo sarà
sabbia, ogni tanto caravanserragli in rovina e
cammelli al pascolo. Sulla destra le colline rosso-
ocra della catena degli Alborz
"sorvegliano" questo deserto immenso,
bellissimo, spettacolare come madre affettuosa ed
eterna, fin dall’inizio dei tempi,
Si
dice che non è stato ancora del tutto esplorato.
All’orizzonte ancora colline che non si
raggiungono mai. Poi all’improvviso ci sei dentro.
Non sono ostili. Sembrano tanti coni di nocciola.
Ti
invitano a fermarti per ricordarti che sei nel cuore
della Via della Seta, che sei protetto, che non devi
aver paura. Che ad ogni 30 km ci sono freschi
caravanserragli con fontane zampillanti, vassoi
ricolmi di frutta afrodisiaca, e ricchi harem pieni
di soavi fanciulle…….
Mi
accorgo che sto sognando oltre il consentito dalla
prudenza di guida. Noi novelli Marco Polo abbiamo i
nostri caravanserragli ogni 500 km presso il
parcheggio di un qualsiasi, anonimo hotel.
I
motori ruggiscono e tirano avanti. Però sono
vulnerabili, basta un granello di sabbia. L’avaria
meccanica è sempre probabile.
Il
cammello invece non si ferma mai. Ha bisogno solo
della sua scorta d’acqua per marciare lento e
tranquillo nel deserto e riposare alla fine della
giornata.
Con
lui sicuramente raggiungerai la meta.
Nel
corso della marcia siamo intervistati da una troupe
televisiva
Ognuno
esprime liberamente la propria opinione. Anche io
dico la mia, a titolo personale. Auspico un dialogo
tra America e Iran, critico l’intervento militare
in Irak, come mezzo mondo attualmente sta facendo,
compresa la maggior parte del popolo americano.
Gli
intervistatori sono felici delle mie considerazioni,
ci aspetteranno più avanti per salutarci di nuovo.
Nel
pomeriggio ci fermiamo al caravanserraglio di
Minundash, letteralmente "centro del
deserto", uno dei più monumentali e meglio
conservati sulla Via della Seta.
La
visione del caravanserraglio, prima del tramonto,
quando la luce è più dolce e i colori sono più
tenui, è struggente.
Il
silenzio è interrotto soltanto dal nostro continuo
parlare e, come in una sala di posa, dal
"cinguettio" continuo dei clic delle
fotocamere.
In
lontananza, il sole dietro le dune tinge di rosso il
paesaggio e ci ricorda che è ora di andar via
altrimenti il buio ci sorprenderà e lui non potrà
far niente per noi, se non all’alba del giorno
dopo.
4
Ott.
Bastam-Villaggio
Varzeshi, presso Karaj km 528
Ancora
deserto, poi entriamo nell’inferno Teheran dove,
dopo aver dedicato una parte del nostro tempo alla
visita del Mausoleo di Khomeini, ci dirigiamo a
Karaj.
Il
Mausoleo è imponente ma non ancora completato. Hadi
mi dice che forse mai lo sarà per mancanza di
fondi.
Nella
sala enorme, dove possono pregare centinaia e
centinaia di fedeli, rigorosamente separati tra
uomini dalle donne, sul lato sinistro troneggia la
tomba di Khomehini protetta da una enorme gabbia di
legno finemente cesellata. All’interno, sul
pavimento è sparsa una quantità enorme di soldi,
proprio come nei nostri santuari. Ogni mondo è
paese.
Sento
un canto patriottico accompagnato da una musica
molto dolce. Viene da dietro il mausoleo. Mi
affaccio, c’è molto popolo.
Ci
sono militari che marciano al suono della musica: in
testa due soldati reggono una corona, dietro le
autorità. Evidentemente è una cerimonia
commemorativa.
A
parte la bellissima musica che ha attirato la mia
attenzione, mi sorprende la marcia. I soldati con
una gamba fanno il passo avanti, poi portano avanti
l’altra facendo prima toccare la punta della
scarpa sul pavimento, come le danzatrici di balletto
classico quando si sollevano sulle punte. I
movimenti si susseguono in perfetta coordinazione
con la musica e il canto.
E’
una danza, non è una marcia militare. Scatta
fulmineo nella mia mente il confronto con la rude e
spigolosa marcia tedesca.
La
visione e il confronto rafforzano in me la
convinzione che l’Iran, al di là dei
pronunciamenti ufficiali, è un paese di grande
spiritualità, frutto di cultura millenaria.
A
Teheran restiamo intrappolati in groviglio di auto,
furgoni stracarichi e traballanti, tir minacciosi.
Un girone dantesco dove non esistono regole della
circolazione, frecce, clacson. Niente. Solo la legge
del più furbo, del più audace, del più
incosciente.
Arriviamo
esausti al villaggio.
Un
gruppo di 12 fra qualche ora deve tornare all’aeroporto
di Teheran per il volo diretto ad Isfahan.
Irriducibili
ed incoscienti, partono alle 11 di sera per tornare
alle 2 della notte seguente, prima dell’alba di un
nuovo faticoso giorno.
5
Ott.
Villaggio
Varzeshi km 0
La
mattinata è dedicata al riposo.
Nel
pomeriggio tentiamo un’escursione a Karaj con tre
auto (siamo in 9) che facciamo chiamare dal
direttore del Villaggio.
Dopo
alcuni km mi rendo conto che si stanno recando in
montagna, non a Karaj.
Io
e Vittorio, per prudenza chiediamo di tornare
indietro e prendere la direzione giusta.
Noto
che il più giovane degli autisti lancia un’occhiata
agli altri. La cosa mi insospettisce.
Arrivati
in un centro abitato, forse proprio a Karaj, escono
dalla strada principale ed entrano in un dedalo di
vie strette ed affollate, poi ritornano sulla strada
e vanno avanti per alcuni km. Hanno un comportamento
poco chiaro. Abbiamo percorso molti km, più di
quelli che separano Karaj dal villaggio turistico.
A
questo punto faccio fermare le tre auto, Vittorio mi
raggiunge ed insieme protestiamo vivacemente,
minacciandoli di chiamare la polizia. Così si torna
alla base; il più giovane degli autisti dirà che
ci volevano far ammirare dall’alto le bellezze del
paesaggio.
Forse
è vero, forse abbiamo esagerato, ma non avendo la
nostra guida e non potendo comunicare nemmeno in
inglese non me la sono sentita di rischiare
coinvolgendo gli altri.
6
Ott.
Villaggio-Chalus-Ramsar
km 268
Durante
il trasferimento il camper di Carlo presenta un
problema ai freni. Bisogna fermarsi per la
riparazione. Accumuliamo del ritardo. Arriviamo a
Ramsar sul Caspio nel pomeriggio inoltrato.
Stando
alla letteratura di viaggio, la cittadina è uno dei
più piacevoli luoghi balneari sul mare.
Lo
stesso Scià vi amava trascorrere i fine settimana.
Tra
ricerca del parcheggio e sistemazione passa del
tempo.
Finalmente
usciamo con un minibus ma durante il trasferimento
Hadi si ferma all’ingresso di un centro termale
per farcelo visitare. Dice che mezz’ora per la
visita sarà sufficiente. Io non credo alla sua mezz’ora.
Insiste
anche per la prenotazione della cena in un
ristorante importante.
Intanto
il tramonto si avvicina. Incomincio a temere che
perderemo anche la visita di Ramsar.
Mi
ricordo in quel momento che anche l’anno
precedente, quando si trattava di andare in giro tra
la gente, lui cercava sempre di ridurre i tempi
delle uscite.
Intuisco
cosa passa per la sua mente: visita alle terme
(almeno 1 ora), giro veloce in città, magari dal
minibus e poi ristorante.
Come
avevo deciso a Teheran, lo contrasto per niente
preoccupato che il mio comportamento può risultare
incomprensibile ai più. Gli dico con
determinazione: prima un calmo giro per Ramsar, poi
se rimane tempo andiamo alle terme ed infine a
ristorante per chi lo desidera.
Il
buio ci sorprende presto. Una pioggia insistente fa
il resto, alcuni rientrano ai camper.
Io
e mia moglie, con altre 2 coppie lo accompagniamo a
ristorante.
7
Ott.
Ramsar-Masuleh
-Anzali km 290
Anche
il 6 ottobre poteva essere una giornata tranquilla.
290
km, con i nostri ritmi, richiedono poche ore.
Dopo
una piacevole mezza giornata trascorsa a Masuleh
(patrimonio UNESCO), sulla strada di montagna, in
discesa, il camper di Carlo ha un problema alla
frizione.
Tre,
quattro ore di sosta forzata passeranno per la
ricerca di un meccanico nel villaggio più vicino e
la riparazione.
Così
si riparte intorno alle 6 del pomeriggio.
Perdiamo
anche la visita della magnifica Anzali. Malinconici,
ci accontentiamo di darle una sbirciatina dai nostri
camper, di sera, quando l’attraversiamo per
raggiungere il punto sosta programmato.
Sono
veramente deluso e dispiaciuto, come traspare dal
volto di tutti i compagni di viaggio, per aver
perduto anche Anzali.
8
Ott.
Anzali-Tabriz
km 435
Normale
tappa di trasferimento, a parte una fitta nebbia sui
passi di montagna che rallenta la marcia.
In
serata arriviamo al parcheggio di un magnifico
Hotel, nel parco Illgoli.
Rimane
un po’ di tempo per fare una breve passeggiata.
E’
tardi, il freddo è intenso e il parco è deserto.
Niente
a che vedere con le sensazioni provate l’anno
scorso, in primavera, di venerdì, giorno di festa.
Ragazze
in chador che praticavano footing, famiglie intere
sedute sui prati immacolati per il picnic, nonni che
giocavano a pallone con i nipotini.
Scene
di altri tempi che ci commossero, che non ci
aspettavamo: una vera sorpresa rispetto ai luoghi
comuni rappresentati dalla nostra TV.
Tabriz
fu la nostra prima visita in Iran e l’effetto
sorpresa fu ancora più eclatante.
Alla
fine del viaggio vi ritornammo per accertarci che
non ci eravamo sbagliati, che in silenzio, senza
clamori, la gente conduce una vita normale,
semplice, apparentemente serena. Ma questa è un’altra
storia. La meta di quest’anno era l’Asia
Centrale.
Lungo
il Caspio, dove le città hanno poco da raccontare
della loro storia passata, abbiamo visto poco o
niente. L’Iran si è presentato nella sua veste
più dimessa e ciò, probabilmente, potrebbe far
pendere, erroneamente, il giudizio complessivo sul
negativo.
E’
un paese da visitare con calma, con la tolleranza
del vero viaggiatore, almeno in un mese, per
coglierne tutti gli aspetti. Il suo fascino e la
dolcezza della gente, ne sono certo, conquisterà.
9
Ott.
Tabriz-Bazargan
km 285
Nella
mattinata escursione con minibus a Tabriz. Io, Enzo
e Vittorio andiamo al Bazar per gli ultimi acquisti,
altri visitano la moschea blu e il museo.
Nel
pomeriggio tranquilla tappa di trasferimento.
In
serata arriviamo in frontiera dove espletiamo solo
una parte delle formalità doganali iraniane,
perché la frontiera turca ha chiuso i battenti per
mancanza di collegamenti dei computer. Ci invitano
ad andare a letto.
Dopo
meno di un’ora, la polizia iraniana ci sveglia per
avvertirci che i turchi possono farci passare.
Completiamo le formalità in Iran.
E’
notte e i doganieri turchi con molta solerzia fanno
il loro lavoro (passano comunque un paio d’ore).
Alla fine ci chiedono esplicitamente una mancia di
10 $ a camper invece dell’acquisto del visto d’ingresso
dal costo di 10 € a persona ed appongono il timbro
sul visto acquistato al 1° ingresso. Penso subito
che alla frontiera turco-greca faranno storie per la
mancanza del nuovo visto.
Niente
di tutto questo. Passeremo velocemente, senza
controlli salvo uno sguardo più "intenso"
su quel timbro.
E’
notte fonda, dormiamo nel parcheggio nei pressi
della frontiera dopo essermi informato sulla sua
tranquillità e sicurezza.
10
Ott.
Bazargan-Ursunlu
(presso Erzinzan) km 490
Ad
Agri accompagno Mario alla Tofas per un problema ai
freni del suo camper.
Staremo
fermi per un paio d’ore, ma la sosta si rivela
assolutamente ininfluente sulla tabella di marcia.
Lungo
il percorso 3 camper si staccano dal gruppo
evidentemente desiderosi di maggiore libertà di
movimento dopo oltre 40 giorni di vita in comune.
Facciamo
sosta per la notte ad Ursulnu.
Mancava
la ciliegina sulla torta. Mia moglie cade in un
canale. Risultato accertato in Italia : frattura di
due costole e lieve versamento pleurico.
I
dolori sono atroci e i km da fare sono ancora tanti.
I nostri amici medici si danno un gran da fare e si
tampona con antidolorifici. Soffrirà molto, ma non
si lamenterà mai.
Io,
compatibilmente con lo stress accumulato e il
dispiacere di essere stato lasciato da 3 camper con
un saluto tiepido e senza motivi "seri"
(mi sorprende in particolare quello di Carlo quando
afferma di andare via perché "stanco di questo
gruppo" dopo tutto quello che il gruppo ha
fatto per lui), continuerò a svolgere il mio
"lavoro" fino all’ultimo giorno, fino
allo sbarco a Bari.
11
Ott.
Ursunlu-
Tokat km 374
Si
decide di deviare per Tokat, città vecchia di 2500
anni, dove ci fermiamo per tutto il pomeriggio.
Aiutati
da due turchi trovo un’ottimo punto sosta presso
la moschea centrale. Li ricompenso con alcune birre
analcoliche acquistate a Tabriz.
In
serata andiamo presso un ristorante che conoscevo
dall’anno scorso dove avremmo dovuto gustare
kebab, tra i migliori della Turchia. Invece la cena
è scadente (un cambio di gestione?) , ma giunge
dagli amici una sorpresa che dà letizia al cuore di
tutti.
Augusta
fa un discorso. Prima ringrazia Vittorio, l’angelo
custode che si è trovato vicino in tutto il
viaggio, poi me.
Mi
consegnano, in ricordo del viaggio, 2 bellissime
miniature acquistate ad Isfahan, raffiguranti
antiche partite di polo. Una per me e una per il
presidente del Club.
Mi
commuovo. Cerco di dire qualcosa ma farfuglio solo
frasi sconnesse. Mi commuovo perche’ interpreto il
gesto non come una pura e semplice formalità ma
come un sincero ed affettuoso ringraziamento per l’impegno
da me profuso, sinceramente, in tutto il viaggio.
Da
quel momento Alessandro mi etichetta con la
locuzione "Nando, anema e core"
12
Ott.
Tokat
- Amasia - Park Alani km 660
Trasferimento.
Lungo
il percorso sosta piacevole ad Amasia, l’antica
capitale del Ponto, dove il re Farnace affrontò le
legioni romane e Cesare, vittorioso, alla fine della
battaglia pronunciò la famosa frase "Veni,
vidi, vici".
Oggi
è una cittadina bellissima, dall’atmosfera
incantata e un po’ retrò.
E’
adagiata lungo un placido fiume, sulle cui sponde
piene di platani, da un lato troneggiano, in una
lunga sequela, le statue dei sultani che si sono
succeduti nei secoli e , dall’altro, il vecchio
centro storico sul quale incombono decine di tombe
rupestri scavate nella roccia della collina.
Vi
trascorriamo un paio d’ore e quasi tutti, pervasi
dal sacro fuoco dello shopping, ci immergiamo in
acquisti, ancora acquisti, anche per consumare la
valuta turca rimasta.
13
Ott.
Park
Alani-Nea Iraklista km 602
Si
ripete la sosta dell’andata.
Questa
volta il market è aperto. Si reintegrano le scorte
della cambusa.
Dopo
cena ci riuniamo in uno dei locali antistanti la
spiaggia per salutare la coppia Alessandro-Manola.
Tenteranno di anticipare l’imbarco e il rientro a
casa.
Si
parla, si fanno i primi bilanci del viaggio.
Alessandro, con le sue prolusioni toscane ci mette
addosso una grande allegria.
14
Ott.
Nea
Iraklista – Ioannina km 432
Ad
ora di pranzo, al sole, sereni, con una velocità e
una maestria sorprendenti si tirano fuori sedie e
tavolini per l’ultimo pranzo in comune.
I
più felici sembrano essere i "milanesi",
in particolare Angelo che ogni giorno avrebbe voluto
avere il desco collettivo. Purtroppo le asperità
del viaggio e la stanchezza che si accumulava giorno
dopo giorno ce lo hanno consentito solo poche volte.
Le
cambuse dei camper "vomitano" ogni ben di
dio. Stuzzichini ed antipasti, tre primi con salse
diverse. Le gentili signore si danno un gran da
fare.
In
serata siamo ad Ioannina.
Sostiamo
in un tranquillo parcheggio a pagamento.
15
Ott.
Ioannina-Igoumenista
km 95
In
mattinata i più irriducibili fanno un giro in barca
e visitano un’antico monastero su un’isoletta.
Io
resto in camper. Mia moglie è dolorante.
Quando
partiamo imbocco decisamente, previa una veloce
informazione chiesta al custode del parcheggio, la
strada per Igoumenista indicata dalle frecce. Non c’è
nessuna indicazione per l’autostrada. Vado avanti
pensando che prima o poi la strada che sto
percorrendo si congiungerà ad essa. Niente di tutto
questo.
Ci
troviamo, invece, a fare 90 km di montagne e
tornanti. Il Metsovo.
In
pratica è la vecchia strada. Il destino ha voluto
ricordarci per l’ultima volta le montagne di
Gaudan, in Asia Centrale.
I
compagni di viaggio sono molto tolleranti.
16
Ott.
La
nave parte con qualche ora di ritardo
Arriviamo
a Bari intorno alle 13
Ultimi
saluti con la promessa di rivederci e poi ognuno
prende " a via d’a casa", dicono a
Napoli.
In
autostrada, a Mirabella Eclano, mi aspetta Michele
con un giornalista di un giornale locale. Rilascio
un’intervista e poi di filato a casa.
CONCLUSIONI
Organizzare
un viaggio in Asia Centrale non è semplice,
richiede dosi massicce di pazienza e testardaggine.
Il
Turkmenistan, in particolare, è uno scoglio duro,
durissimo
Dalla
burocrazia consolare già emergevano indizi
eloquenti, preludio delle difficoltà in concreto
trovate. Come ad esempio:
1°
il governo può rifiutare il visto senza essere
tenuto a dare spiegazioni.
2°
se si sbaglia una qualsiasi risposta sulla
modulistica la richiesta di visto può essere
respinta dal console.
3°
il pagamento si effettua solo in contanti alla
sportello di Vienna. Non sono ammessi versamenti
tramite bonifico bancario o Western Union. Occorre
mettere i soldi in contanti nel pacco. Pratica, tra
l’altro, vietata dalla legge. Io ho messo nel
pacco spedito tramite UPS 22 passaporti, 44 moduli
compilati con foto, la lettera d’invito del Tour
Operator approvata dalle autorità governative, l’itinerario
autorizzato, 1562 € cash ed ho incrociato le
dita.
4°
con i visti in regola si può essere respinti alla
frontiera perché quel giorno Nyamov, il Presidente,
e il fantasma della onnipresente mamma così hanno
deciso.
Per
viaggiare in questi territori pazienza e
testardaggine non sono sufficienti. Occorrono anche
una sorta di "fatalismo" misto ad
"incoscienza" e dimenticare di essere in
vacanza.
Nella
trasmissione Rockpolitik del 20 ottobre 2005,
Celentano ci ha mostrato una classifica di tutti i
paesi del mondo relativa al loro grado di libertà.
Il
Turkmenistan figurava al penultimo posto. L’Istituto
di ricerca, estensore della classifica,
evidentemente sa il fatto suo.
Noi
l’abbiamo toccato con mano, abbiamo avuto la prova
palmare di questa verità.
Il
Turkmenistan è come una trappola.
La
frontiera di Serakhs, che si staglia solitaria in un
deserto sterminato, è una vera e propria
"forca caudina" . Più avanti, in Asia, c’è
un grande e pericoloso deserto: il Takla Makan.
Letteralmente significa. "se entri non
esci". Il concetto si attanaglia bene anche a
Sarakhs.
Quando
la vedi da lontano ti assale un senso di angoscia.
Ad un centinaio di km corre il confine afgano.
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Personalmente
non ho mai pensato che stavo in vacanza, ho sempre
pensato che stavo viaggiando fuori dai normali
circuiti, per conoscere, vedere, intuire un mondo
così distante. Non solo geograficamente.
Rispetto
al quale ogni tentativo di ricondurre
preventivamente alla normalità la realizzazione del
programma di viaggio si è rivelato un’utopia.
Infatti
10 mesi di preparazione non sono stati sufficienti a
neutralizzare gli imprevisti che puntualmente, nel
concreto, si sono verificati.
Numerose
circostanze hanno rallentato tempi e ritmi dei
trasferimenticostringendoci, in diverse
occasioni, a viaggiare oltre il tramonto e qualche
volta anche di notte:
il
rifornimento del gasolio (un vero e proprio
tormentone per la cronaca mancanza ai distributori),
i guasti meccanici, la disomogeneità dei mezzi, l’ottusa
burocrazia alle frontiere attraversate (tra entrate
ed uscite, ben 14 volte), l’incredibile
inefficienza del Tour Operator Iraniano nei cui
confronti nutrivo una cieca fiducia, avendo ricevuto
servizi allo stato dell’arte per il mio viaggio in
Iran nel 2004, il brutto incidente ad un camper, la
foto scattata nel posto sbagliato al momento
sbagliato, ecc..
46
giorni sono stati insufficienti, nonostante in
numero superiore a quelli programmati per lo stesso
viaggio da altri viaggiatori in camper, per la
verità pochi negli ultimi 10 anni ( non più di 4/5
gruppi).
60
potevano essere l’ideale rispetto al numero di
equipaggi. Sicuramente avremmo avuto più tempo per
il riposo fisico.
Non
so se anche per quello mentale.
Perché,
ammesso che fossimo stati autorizzati a restare in
Turkmenistan ed Iran per un numero maggiore di
giorni (in genere per il doppio transito le
autorità concedono un tempo di permanenza molto
limitato), non sono sicuro che lo stress si sarebbe
alleviato.
La
forzata convivenza di 20 persone, per un tempo non
breve, in condizioni di disagio, diverse tra loro
per carattere, stile di vita, storie personali,
collocazione geografica, hanno pesato non poco.
Nuove
amicizie sono nate, altre non sono mai nate ed
alcune incomprensioni difficilmente potranno essere
sanate: è il pedaggio che purtroppo si deve pagare
nei viaggi di gruppo.
Ma
il gruppo è vitale per persone normali e semplici
come siamo noi, specialmente quando ci avventuriamo
in terre remote, poco battute dal viaggiatore
indipendente.
Nell’associazione
ognuno di noi cerca il conforto e l’aiuto dell’altro
per fronteggiare le difficoltà.
Per
evitare il pedaggio si dovrebbe viaggiare da
soli, senza limitazioni di tempo e della propria
libertà personale. Bisognerebbe affrontare tutti i
disagi, direttamente, in prima persona sotto la
propria autonomia e responsabilità.
Io,
personalmente, non sono "capace" di
viaggiare da solo.
Sono
una persona normalissima con i suoi difetti, le sue
insufficienze, i suoi errori.
Preferisco
il gruppo sapendo che dovrò sopportare ed essere
sopportato, sapendo che gli imprevisti e le
difficoltà nel viaggio sono fisiologici, sapendo
che compilare pagelle di condanne o meriti è una
pratica presuntuosa ed infantile.
Il
viaggio è stato sofferto, lungo, difficile.
Si
è affinata, però, l’arte del viaggiare.
La
nostra avventura in Asia Centrale si è conclusa
dopo 46 giorni.
Abbiamo
percorso con 10 camper oltre 13.000 km attraverso le
montagne, le steppe, i deserti di 4 paesi, spesso su
strade impervie e al limite della percorribilità.
E’
stata un’esperienza intensa.
Il
compagno di viaggio Alessandro, medico e, quindi,
nostro angelo custode, alla fine del viaggio
esclamò nel suo piacevolissimo accento toscano
"ragazzi, ma vi rendete (c)onto? E’ stato
un viaggio tosto! Abbiamo aperto i cancelli della
storia e siamo entrati dentro".
Non
aveva torto.
Abbiamo
percepito dal "vivo" che quei popoli,
caduti in oblio con la decadenza della Via della
Seta dopo la scoperta dei nuovi passaggi ad Oriente
via mare, ed oggi alla ricerca della propria
identità perduta a causa della dominazione zarista
e della successiva sovietizzazione, erano al centro
del sapere filosofico e scientifico quando in
Europa, di sera, si chiudevano a chiave i ghetti.
E’
stato un viaggio eccezionale sotto tutti i punti di
vista, nel bene e nel male.
Come
si possono dimenticare
le
ripide "rampe" dell’altopiano anatolico,
le
danze curde a Dogubayazit, nel piccolo camping
Murat,
la
sterminata pianura che corre oltre il Kurdistan
turco verso l’Armenia su cui domina, come un
gigante, il maestoso Aratat dalle cime innevate. E
il piccolo Ararat, che accanto come un figlio, ne
esalta la potenza scenica,
la
gigantesca cupola del Mausoleo del sultano mongolo
Olijaitu Kodabandé, terza nel mondo per larghezza
ed altezza, purtroppo perennemente in restauro,
il
più alto minareto dell’Islam a Konja-Urgench,
proiettato verso il cielo, come un antico missile,
che nessuna fotocamera riuscirà mai catturare per
intero da vicino,
Asghabat
con i suoi cavalli regali, la megalomania di Nyamov
espressa nel "delirio" edilizio,
lo
sterminato bazar Tolkuchka – il secondo nell’Asia
Centrale, dopo quello di Kashgar nello Xijang-
adagiato sulla sabbia nei suoi sfavillanti colori
proiettati su di noi da sete, ori, tappeti …alcuni
volanti…, dai variopinti costumi indossati da
donne, indipendentemente dall’età,
la
dolcezza del canto e l’armonia delle danze delle
tre indimenticabili fanciulle turkmene,
e,
poi,
la
full immersion a Khiva, il gioiello del Khorazm che,
incastonato tra i frutteti e i campi di cotone nel
delta dell’Amu Darya, brilla ancora di luce
propria,
la
mimica orribile del ragazzo uzbeko che in un’arcaica
danza contadina imitava gli animali,
i
luoghi sabbiosi (Registan) di Bukhara e Samarcanda,
con i minareti rivestiti da azzurre maioliche
svettanti verso il cielo fino a confondersi con esso
nella fusione del colore,
i
1000 km dello stupefacente deserto iraniano,
"sorvegliato" dalla rossa catena degli
Alborz, come madre affettuosa ed eterna, fin dall’inizio
dei tempi,
la
visione, prima del tramonto, quando la luce è più
dolce e i colori sono più tenui, del
caravanserraglio di Minundash, uno dei più
monumentali e meglio conservati sulla Via della
Seta,
il
formidabile Mausoleo di Khomeini a Teheran e la
marcia dei militari simile ad una danza, segno
evidente di un Iran spirituale e al femminile,
il
gigantesco lampadario di cristallo della moschea di
Tokat,
l’atmosfera
incantata e un po’ retrò di Amasia,
e,
poi, tanto altro ancora……..
Ne
abbiamo fatto di cose! Qualche volta anche nel
pericolo!
Tutto
è stato una gioia per i nostri occhi meravigliati e
per la nostra coscienza svegliata dall’adrenalina.
Dice
il grande viaggiatore B. Chatwin nel suo "Anatomia
dell’irrequietezza" "…l’adrenalina l’abbiamo
tutti………l’adrenalina è la nostra indennità
di viaggio…"
Tutto
rimarrà impresso nel nostro cuore e nella nostra
mente. Presto dimenticheremo banalità, disagi e
saremo fieri e felici di ricordare la nostra
"avventura" nella consapevolezza di aver
arricchito di nuovi significati la nostra vita e
piantato nuovi semi nella nostra cultura.
Dobbiamo
essere orgogliosi di essere stati capaci di aver
realizzato un programma complesso nonostante
avversità di ogni tipo.
Se
mi chiedessero "rifaresti il viaggio?",
risponderei "assolutamente si".
Magari con qualche affinamento organizzativo, in
primis, un numero inferiore di partecipanti e mezzi
simili per età e motorizzazione.
Perciò
ringrazio tutti, indistintamente. Anche chi ha
manifesto qualche critica.
Il
tempo ci allontanerà dalla cronaca e ci porterà
alla storicizzazione degli avvenimenti. E ognuno di
noi li collocherà nella giusta dimensione quando i
sentimenti più accesi si saranno affievoliti,
quando ognuno di noi abbandonerà la pratica del
vedere la pagliuzza negli occhi degli altri invece
della trave sulle proprie spalle.
Ringrazio
il Traiano Camper Club nella persona di Michele
Arancio che, con la sua calma e bonomia, dietro le
quali si nasconde un carattere fermo e determinato,
nella fase preparatoria del viaggio mi ha sempre
incoraggiato ad andare avanti, anche quando lo
scoramento e la paura di non farcela prendevano il
sopravvento.
Ferdinando
Marino
081-5364958
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