Viaggio in Oriente: Samarcanda !
4 SETTEMBRE - 16 OTTOBRE 2005
Resoconto finale

IN COLLABORAZIONE CON 

"Benevento Città Spettacolo"


Lettera del TCC ai partecipanti
Lettera aperta di Nando Marino
Il Diario di Andreina
Altra lettera di Nando Marino
 
Lettere dei partecipanti
Il Diario di Nando Marino

4 settembre


Partenza effettuata ! Alla presenza di autorità e amici, il gruppo di "avventurieri" ha lasciato l'area di sosta del TCC di Benevento per Bari, dove è giunto in serata.


9 settembre
In Turchia.
11 settembre
Ingresso in IRAN
15 settembre
Il gruppo lascia Teheran prima del previsto per difficoltà logistiche. La città è molto grande e caotica, e i camper sono sistemati in posizioni distanti dal centro.
22 settembre Il gruppo, sempre compatto ed affiatato, dopo aver superato qualche piccolo problema meccanico, è a Bukhara, famosa per i suoi tappeti, a pochi km da Samarcanda. La meta si avvicina !
29 settembre RAGGIUNTA SAMARCANDA!
2 ottobre
Di nuovo in Iran
9 ottobre Il gruppo è di ritorno dall'Iran verso la Turchia, a pochi km dalla frontiera Iran-Turchia
12 ottobre
In Grecia
16 ottobre
IL TOUR SI CONCLUDE CON L'ARRIVO A BARI: SBARCATI OGGI !
Incontro con Il Presidente del Traiano Camper Club Michele Arancio.
ITINERIARIO PREVISTO

-BARI – IGOUMENISTA (traghetto Ventouris Lines, Dom. 4 Sett, ore 20)
-IGOUMENSTA-BAZARGAN km 2700: : 6 giorni – Da Lun. 5 a Sab. 10 sett.
-BAZARGAN-MIYANE km 446: Dom. 11
-MIYANE-TEHRAN km 439: Lun. 12
-TEHRAN km 0: Mar. 13 e Mer. 14
-TEHRAN-GOMBAD é QABUS km 466: Gio. 15
-GOMBAD é QABUS-ASHGABAT km 471: Ven. 16
-ASHGABAT km 0: Sab. 17 e Dom. 18
-ASHGABAT-KUNYA URGHENC km 510: Lun. 19 e Mar. 20
-KUNYA URGHENC-Frontiera (Turk/Uzb)-KHIVA km 190: Mer. 21
-KHIVA km 0: Gio. 22
-KHIVA – BUKHARA km 470: Ven. 23
-BUKHARA km 0: Sab. 24 e Dom. 25
-BUKHARA-SAMARCANDA km 270: Lun. 26
-SAMARCANDA km 0: Mar. 27 e Mer. 28
-SAMARCANDA-BUKHARA km 270: Gio. 29
-BUKHARA-FARAP (Frontiera Uzb/Turk)-MARY km 385: Ven. 30
-MARY-SERAKHS (frontiera Iran)-MASHAD km 340: Sab. 1° ottobre
-MASHAD km 0: Dom. 2 e Lun. 3
-MASHAD-SHARUD km 500: Mar. 4
-SHARUD-KARAJ km 453: Mer. 5
-KARAJ-RASHT km 246: Gio. 6
-RASHT-TABRIZ km 517: Ven. 7
-TABRIZ km 0: Sab. 8
-TABRIZ-BAZARGAN km 280: Dom. 9
-BAZARGAN-IGOUMENISTA km 2700: – da Dom. 9 a Sab. 15
-IGOUMENISTA – BARI (Sab. 15, traghetto ore 23,55)


Lettera di ringraziamento del Traiano Camper Club ai partecipanti al Viaggio

Sento il dovere di ringraziarVi per la V/s partecipazione. Il Traiano Camper Club e la mia persona in particolar modo, sono orgogliosi e soddisfatti per averVi offerto l'opportunità di vivere un così intenso viaggio di avventura e turismo e conoscere cosi i meravigliosi tesori, sapori e profumi dei popoli Islamici.
Sin dal primo incontro ho capito la voglia e la tenacia con cui si partiva per questo viaggio che sicuramente avrebbe offerto qualcosa in più di un semplice giro turistico.
Il capo gruppo, Ferdinando Marino, è stato entusiasta sin dall’inizio dei preparativi e cosi l’ho ritrovato il giorno del rientro, felice di aver guidato una cosi importante “spedizione” perché tale è stato il viaggio da Voi tutti affrontato.
I meriti di questo meraviglioso viaggio vanno a tutti Voi che attraversando nazioni con realtà socio-politiche certamente non entusiasmanti per un turista, correndo tutti i rischi che ciò riservava e superando brillantemente anche gli imprevisti più pericolosi, viaggiando di notte in situazioni del tutto sconsigliate e pericolose, accontentandosi di rifornire i mezzi con le taniche, pagando dazi e multe di ogni sorta, avete portato a termine un impegno umano e non solo un viaggio che vi segnerà per tutta la vita.Un sentito ringraziamento va anche a tutti coloro che hanno permesso l’organizzazione di tale evento, collaborando come meglio possibile, in particolare all’Assessore al Turismo, Cultura s Spettacolo Dr. Nazzareno Orlando che da infaticabile amministratore unitamente al Comune di Benevento ha fornito un notevole contributo per l’ottima riuscita del viaggio.
Grazie a Voi tutti, partecipanti e collaboratori, il n/s Club ha ancora una volta centrato l’obiettivo di dimostrare che il turismo itinerante, la vita del Plain Air, non è utopia finalizzata a se stessa ma bensì un mezzo per visitare il mondo nel rispetto della natura ed allargare le proprie vedute, cercando anche di far conoscere ad altri popoli usi e costumi dei nostri luoghi d’origine.
Il Presidente e i soci del Traiano Camper Club non Vi dimenticheranno, nel ringraziarVi ancora si augurano di rivederVi in altri prossimi incontri, con affetto e simpatia.
Casalbore, 20 ottobre 2005.-

Il presidente del T.C.C.
Michele Arancio

Lettera aperta di Nando Marino
Torre Annunziata, 29 0ttobre 2005.
Cari compagni di avventura,
Il viaggio è stato sofferto. Lungo. Faticoso. Difficile. Si è affinata, però, l'arte del viaggiare. La nostra "avventura " in Asia Centrale si è conclusa dopo 46 giorni.
Abbiamo percorso oltre 13.000 km attraversando steppe, deserti, montagne. E'  stata un'esperienza intensa.
Alessandro diceva con il suo piacevolissimo accento toscano "Ragazzi, ma vi rendete conto? E' stato un viaggio tosto! Abbiamo aperto i cancelli della storia e siamo entrati dentro" E non aveva torto. Abbiamo percepito "dal vivo" che  quei popoli, caduti in oblio con la decadenza della Via della Seta causata dalla scoperta dei nuovi passaggi ad oriente via mare , ed oggi alla ricerca della propria identità perduta a causa della dominazione zarista e della successiva sovietizzazione, sono stati centri del sapere e della scienza quando in Europa, di sera, si chiudevano a chiave i ghetti.
Abbiamo visto cose eccezionali.
Come si possono dimenticare le ripide  pendenze delle "rampe" dell'altopiano anatolico, le danze curde a Dogubayazit ai piedi dell'Ararat, i colori dei tramonti e dei dei boschi adagiati lungo le rive di fiumi incontaminati, il deserto iraniano accompagnato dalla rossa catena degli Alborz, Asghabat con i suoi regali cavalli, la megalomania di Nyamov degnamente espressa nel delirio edilizio, il bazar Tolkuchka adagiato sulla sabbia con i suoi sfavillanti colori proiettati su di noi da sete, ori, tappeti, la dolcezza del canto e l'armonia della danza delle tre indimenticabili fanciulle turkmene, e poi, la full immersion a Khiva, il gioiello del Khorazem che brilla ancora di luce propria, i  luoghi sabbiosi (Registan), di Bukhara e Samarcanda, i minareti svettanti verso il cielo, le donne avvolte nei loro variopinti costumi,
il formidabile Mausoleo di Khomeini a Tehran, la visione al tramonto,  quando la luce è più dolce e  i colori sono più caldi, del caravanserraglio di Minundash,  uno dei  più  monumentali  e meglio conservati sulla Via della Seta, nel deserto, la mimica facciale e del corpo  del  ragazzo uzbeko che in una danza contadina arcaica e terribile imitava gli animali, e poi, e poi, tanto altro ancora.
Ne abbiamo fatto di cose. Tutto è stata una gioia per i nostri occhi meravigliati e per  la nostra coscienza svegliata dall'adrenalina.
Dice il grande viaggiatore B Chatwin nel suo "Anatomia dell'irrequietezza" (Biblioteca Adelphi, 1999) "...l'adrenalina l'abbiamo tutti. Non possiamo eliminarla dal nostro organismo o pregare che evapori. Privati di pericoli, inventiamo nemici artificiali, malattie psicosomatiche, esattori delle tasse....L'adrenalina è la nostra indennità di viaggio.."
Tutto rimarrà impresso nel nostro cuore e nella nostra mente.
Presto dimenticheremo  banalità,  disagi e saremo fieri e felici di ricordare la nostra "avventura" nella consapevolezza  di aver arricchito  la nostra cultura.
Dobbiamo essere orgogliosi di quello che abbiamo fatto. Abbiamo realizzato interamente un programma complesso.
Abbiamo centrato tutti i siti del Turkmenistan e dell'Uzbekistan  e qualcuno perduto in Iran è stato  sostituito,  non appena  le circostanze di tempo e di luogo lo hanno consentito, da altri non meno importanti.
Personalmente non ho mai pensato che stavo in vacanza, ho sempre pensato che stavo viaggiando fuori dai normali circuiti, per conoscere, vedere, intuire un mondo così distante. Non solo geograficamente. Dove ogni previsione di normalità è un'utopia.
Infatti 10 mesi di preparazione del viaggio non sono stati sufficienti a neutralizzare gli imprevisti che puntualmente, nel concreto, si sono verificati.
Guasti meccanici : Un brutto incidente ad un camper. La disomogeneità dei mezzi. Una foto scattata nel posto sbagliato al momento sbagliato.
Il surplus di circa 100 km costretti a fare per un errore dell'autista di Helen proprio quando si doveva raggiungere la frontiera turkmena di Serakhs  prima della chiusura. L'incredibile inefficienza del Tour Operator Iraniano che nel 2004 aveva  fornito servizi  allo stato dell'arte per il mio  viaggio in Iran.
L'ottusa burocrazia alle frontiere attraversate (tra entrate ed uscite, ben 14 volte): queste ed altre circostanze  hanno rallentato tempi e ritmi dei trasferimenti. e ci hanno costretto a viaggiare in diverse occasioni  oltre il tramonto,  qualche volta anche di notte.
46 giorni si sono rilevati insufficienti, nonostante il tempo  programmato sia  stato superiore a quello dedicato allo stesso viaggio  da altri gruppi di viaggiatori in camper, in verità pochi (solo tre/quattro in 10 anni  per non più di 37 giorni). Prudentemente avevo  programmato 9 giorni in più ma il diavolo ci messo la coda.
Avete detto che 60 giorni sarebbero stati l'ideale.  Sono del tutto d'accordo. Sicuramente avremmo avuto più tempo per il riposo fisico.
Tuttavia, ammesso che ciò fosse stato possibile (ricordiamoci che i visti turkmeni erano solo di transito e, in genere, le autorità concedono un tempo di permanenza nel Paese molto  limitato. Al massimo una decina di giorni per un doppio ingresso),  siamo sicuri che  le nostre preoccupazioni  si sarebbero alleviate?
L'ostilità del Turkmenistan e la forzata convivenza  di 20 persone,  per un tempo non proprio breve, diverse tra loro per carattere, stile di vita, storie personali, collocazione geografica, hanno pesato non poco sull'efficacia del programma.
Nuove amicizie sono nate, altre non sono mai nate ed alcune incomprensioni difficilmente potranno essere sanate: è  il pedaggio che  purtroppo si deve pagare nei viaggi di gruppo.
Ma il gruppo è vitale per persone normali e semplici come siamo noi quando ci  avventuriamo in remote terre  non battute dal viaggiatore indipendente. Nell'associazione ognuno di noi cerca il conforto e l'aiuto dell'altro  per fronteggiare le difficoltà.
Per evitare il pedaggio si dovrebbe  viaggiare da soli, senza limitazioni di tempo e della propria libertà personale. Bisognerebbe affrontare tutti i disagi direttamente, in prima persona sotto la propria autonomia e responsabilità.
"Viaggiare è il più personale dei piaceri", diceva A. Vambery, professore ungherese e viaggiatore che da solo, travestito da derviscio, è andato in quelle terre cadute nell'oblio, in un'epoca (poco più di un secolo fa), in cui predoni e banditi rapinavano carovane o facevano razzie di uomini nei vicini villaggi iraniani per venderli come schiavi nei mercati di Khiva.
B. Olliver, ex giornalista francese, nel 1999, a 60 anni, decide di percorrere da solo, a piedi, la Via della Seta. E lo fa, desideroso di "scoprire" quel mondo perduto e forse anche per riflettere su se stesso nella lunga marcia da Occidente ad Oriente, attraverso i silenzi dell'altopiano, del deserto, all'ombra di una moschea, lontano dal chiacchiericcio insulso dei turisti in frotta.
Ah! Se anche noi, pur viaggiando in gruppo,  lasciassimo dietro le nostre spalle il quotidiano, l'ovvio, le abitudini pietrificate, la parte del proprio io più complicata e nevrotica e tentassimo di  interrogarci per  ritrovare la nostra parte migliore....
Io, personalmente, non sono capace di viaggiare da solo. Sono una persona normalissima con i suoi difetti, le sue insufficienze, le sue paure ed i suoi errori.
Non ho alternative, ho bisogno del gruppo sapendo che dovrò essere sopportato ma anche sopportare, sapendo che gli imprevisti e le difficoltà nel viaggio sono fisiologici, sapendo che compilare  pagelle di condanne o meriti è una pratica presuntuosa ed infantile.
Perciò ringrazio tutti, indistintamente. Anche i più critici. La vostra partecipazione ha reso possibile la realizzazione di un progetto in cantiere da qualche anno.
Ringrazio Il Traiano Camper Club nella persona di Michele Arancio che con la sua calma e bonomia, dietro le quali si nasconde un carattere fermo e determinato, nella fase preparatoria del viaggio mi ha sempre incoraggiato ad andare avanti,  anche quando lo scoramento e la paura di non farcela prendevano il sopravvento.
Affettuosamente, Nando



Il Diario di Andreina

Dal libro ‘Il cuore perduto dell’ Asia’, regalato da mio figlio Marco a me ed a Nando, leggo la dedica:

‘’ Grazie per avermi trasmesso il coraggio dell’ avventura e buon viaggio’’.

Non ero convinta di intraprendere questo viaggio ma l’augurio di mio figlio mi conforta.

E allora, in bocca al lupo.

Il Presidente del Traiano Camper Club, Michele Arancio, l’assessore al Turismo del Comune di Benevento, Dr. Nazzareno Orlando ed altre autorità, ci accolgono nell’area di sosta dove ci viene consegnata una grande quantità di materiale didattico da distribuire nel corso del viaggio secondo le nostre valutazioni. Brindisi, foto e calorosi auguri di buon viaggio suggellano l’incontro. 
Il giorno dopo inizia l’avventura. Bari-Igoumenista in traghetto, poi l’attraversamento della Grecia, Turchia, Iran, Turkmenistan fino a Samarcanda nel cuore dell’Uzbekistan.

Dopo Nea Iraklista, un piacevole paesino sul mare nei pressi di Kavala, in Grecia, siamo in Turchia.
Semplice e veloce il passaggio delle frontiere. Prendiamo la tangenziale per Istanbul. Superiamo, tra il traffico intenso, il ponte sul Bosforo e quindi ci dirigiamo verso Ankara. 
L ‘altopiano anatolico sale fino ad oltre 2000 m. Procediamo tranquilli e determinati verso oriente, lungo la Via della Seta. 
Sulla strada i nostri camper e pochi Tir, qualche pastore col suo gregge. Pochi villaggi nelle valli tra gli altissimi bastioni rocciosi dei monti Tauri, montagne colorate come tappeti variopinti. 
Intorno ad Ankara vasta periferia ed agglomerati urbani come nidi d’ape. Sostiamo a Sivas e partiamo il giorno dopo. La salita ci porta a 2200 m. 
Tutto deserto, non vediamo più neppure greggi e pastori; la natura domina sull’uomo, trionfa. 
Il fiume scorre argentato; lo stesso che lo scorso anno era rosso ruggine, dopo una pioggia torrenziale che trascinava giù l’argilla. 
Ricompaiono villaggi di paglia e fango molto poveri; non so se hanno l’energia elettrica e la televisione. Qualche bambino ci saluta da lontano in una dimensione d’altri tempi, molto ma molto antichi. Sono curdi. 
Più avanti, sulla via del ritorno, avremo modo di visitare alcune cittadine molto ordinate, compatte, semplici ma dignitose come Tokat, Amasia ecc….
La Turchia dovrebbe abbracciare con cura paterna queste comunità, dovrebbe coccolarle , perchè rappresentano la tradizione e le radici. Abbiamo avuto modo di visitare alcuni di questi paesini, di apprezzarne i monumenti, il paesaggio, la natura, il cibo, la gente.
La strada si snoda nei Tauri come il filo d’ Arianna, in un labirinto di montagne che si intersecano, si spiegano, scoprendo spazi e spettacoli sempre diversi e insoliti, da Far West.
Arriviamo a Dogubayazit, presso il monte Ararat, famoso per aver accolto l’Arca di Noè e ne ammiriamo la sua cima innevata. 
Saliamo su di una ripida collina verso il castello di un pascià dove trascorriamo una bellissima serata con i curdi, tra canti e danze di grande folklore, marcati da forte indentità ed orgoglio popolare. 
La comitiva diviene più compatta e si sente motivata a continuare il viaggio. 
Arriviamo alla frontiera turco-iraniana dove impieghiamo circa 6 ore per la noiosa burocrazia. 
In Iran ci aspetta Hadj Kashani, la guida già avuta con noi lo scorso anno. Insieme a lui ci dirigiamo verso Teheran. Attraversiamo montagne ondulate e dolci, diverse dai monti della Turchia. 
Qui Dio si è divertito: le increspature montuose sembrano le pieghe fitte di un ventaglio dalle tinte pastello, verde e rosa. 
Dalla poesia si passa al fuoco infernale di Teheran, la capitale. I suoi 14 milioni di abitanti, il caos di macchine e Tir, lo smog , il caldo afoso sui 40° ce la fanno sentire ostile; gli iraniani guidano da pazzi, non usano frecce, non osservano codice della strada , ti sfrecciano da tutti i lati e se non fai attenzione te li vedi piombare sui camper. 
Non possiamo recarci all’hotel prestabilito, ma veniamo deviati verso la parte alta della città, il Tetto di Teheran dove ammiriamo dall’alto l’immensa distesa di luci della megalopoli e riusciamo a riposare bene di notte. 
Per fortuna non tutti mali vengono per nuocere. 
Il mattino seguente facciamo una piacevole gita in funivia sul monte Tochal fino a 4500 m; io e Nando ci fermiamo ai 2000. La sosta è piacevole, si gode una aria tersa e ci soffermiamo a chiacchierare con scolari iraniani, in inglese, con enorme piacere nostro e loro. 
E’ l’anniversario del nostro matrimonio, compro una statuetta: una coppia di coniglietti in abito nuziale. 
Partiamo da Teheran, andiamo verso Amol per il confine turkmeno. Attraversiamo paesini degradati e percorriamo tratti di strada disordinati. L’Iran quest’ anno sembra contraddire le impressioni positive dello scorso anno, quando visitammo le città storiche ed archeologiche. 
Non riusciamo di sera neppure a raggiungere il parcheggio dell’albergo, impossibilitati da una frana. Siamo costretti a deviare e a viaggiare di notte; qualche membro dell’ equipaggio scalpita e diffida dell’agenzia e di Hadi. 
Forse a ragione ma non siamo né in Europa né in America, siamo in Asia dove niente è certo ma tutto indefinito ed imprevedibile.  
Di mattina attraversiamo parte del Dash-e-Kavir, grande deserto salato, con le sue montagne aride, ma bellissime, ondulate e prolungate come i monti dell’Afganistan. Sensazioni di purezza ed infinito. Plachiamo i nostri spiriti bollenti in questo paesaggio antico quanto l’universo: sulle pareti stratificate leggiamo le epoche geologiche antiche. 
L’ultimo tratto di strada per il confine turkmeno scorre tra altissime pareti rocciose e gole profonde; se non fossimo accompagnati dalla guida, saremmo presi senz’altro dal panico, inebriati dall’enormità, grandiosità e solitudine dei paesaggi.  
Arriviamo al primo sbarramento di frontiera. 
Giù a valle, l’ultimo posto di blocco preannuncia uno stato poliziesco assolutamente diverso dalla Turchia e dall’Iran, entrambi accoglienti ed apparentemente sereni. Ci aspetta Angelica, dirigente dell’agenzia turistica che ci affiderà ad Elena, che ci guiderà per il Turkmenistan. 
L’ingresso ad Asghabat, la capitale del Turkmenistan, sembra ripagarci dello stress di un viaggio lungo ed estenuante. 
Vi entriamo di sera attraverso un grande arco, in un’ oasi di luci scintillanti. La città appare fantastica, nuova, lucente, dall’asfalto delle strade alle fontane illuminate, ai giardini disegnati con perizia ed eleganza. Di mattina usciamo per la visita ai monumenti e al museo dei tappeti, poi facciamo un giro nel piccolo bazar russo. 
Tutto è magnifico: le costruzioni, i palazzi in stile ultra moderno, le cupole d’ oro delle residenze del governo con i suoi cristalli, le ampie piazze e gli ameni giardini. Ma si presenta come un museo, svuotata com’è di anima: pochi i passanti, poche le macchine, assenza di negozi, di moschee, di chiese. 
L’ateismo imposto dalla politica sovietica ha lasciato segni di solitudine. I quartieri abitati sono alla periferia della città. La città sembra come un enorme teatro. Il presidente l’ha voluta cosi’, come espressione di sé stesso, della sua centralità e megalomania. L’orfanotrofio più grande del mondo fatto da lui costruire, dove i ragazzi sono allevati, educati e preparati per la futura classe dirigente del paese, ne testimonia il fanatismo e la follia. 
Dai giardini pubblici parte una scala che scorre sulla cresta delle colline per oltre 30 km. Vuole rappresentare il trionfo del presidente quando, nelle cerimonie di rito, tutti i funzionari statali la devono percorrere per raggiungerlo. 
Di pomeriggio andiamo all’ippodromo, dove ammiriamo uno show di cavalli di una bellissima razza asiatica, strigliati a lucido e vellutati, nerboruti e slanciati. 
Di sera Elena ci porta in un ristorante tipico dove gustiamo le specialità locali ed apprezziamo uno spettacolo di autentico folclore: giovanissime turamene dal portamento elegante e dai lineamenti mongoli, in costume tradizionale, accompagnate da giovani cantori e suonatori, intrecciano bellissime danze e canti in un contesto ed in un’ atmosfera tipicamente medioevali; madrigali e ballate che mimano scene di vita quotidiana ed approcci amorosi sul tipo del contrasto medioevale in cui la fanciulla si fa ritrosa e sprezzante, provocando il corteggiamento dell’ innamorato, per poi ammorbidirsi e cedere alle lusinghe. Il tutto al suono melodico di antichi strumenti musicali. Rimaniamo estasiati ed affascinati dalla bravura e la professionalità degli artisti. 
Dopo due notti ad Asgabat partiamo per l’Uzbekistan, dopo aver fatto rifornimento di gasolio per affrontare il deserto. La strada nel Karakum (deserto delle sabbie nere) è impegnativa, presenta fosse e buche. La percorriamo nel pieno calore, al di sopra dei 40°. Il deserto è piatto, se ne ammira la bellezza al tramonto, quando il sole calante ammorbidisce i contrasti cielo-terra e la sabbia diventa di un caldo colore dorato, il cielo di un azzurro più cupo e il calore si va a placare. 
Poiché il villaggio di Darwaza dove Nando pensava di sostare non esiste più, Elena propone il pernottamento presso una yurta, unico segno di vita nel cuore del deserto. 
Si tratta di una tenda conica enorme che ospita una intera famiglia di 14 persone, composta da una donna anziana con le sue figlie e nipoti. I maschi adulti sono assenti, perché al lavoro in città. 
Questa piccola comunità vive nella yurta di pastorizia, hanno pochi cammelli, un cane. 
Nella yurta giacigli improvvisati da coperte o tappeti, in un angolo pomodori, meloni e contenitori per il latte. Elena dormirà con loro. 
Dopo la visita e il saluto al clan, approntiamo una cena di gruppo all’ aperto, accanto ai camper. Durante la cena fa capolino con curiosità il gruppo di nomadi, cui offriamo dolcini. Sono contenti di questa nota nuova alla loro serata, regaliamo ai ragazzi penne e quaderni, anche se mi pongo l’ interrogativo della scuola nel deserto. 
Non c’è dubbio che questa sera si è creata intorno alla yurta unna certa animosità. 
Dopo cena si svilupperà un intrigo, degno di essere raccontato: una parte della comitiva manifesta il desiderio di fare un’ escursione, ad alcuni km di distanza, per ammirare uno spettacolo naturale di emanazioni vulcaniche dalla crosta desertica visibile solo a notte fonda. C’è, però, la necessità di un autocarro con l’ autista per il trasporto. La vecchia nomade dice che è possibile e fa da mediatrice; ma l’ attesa è lunga e la notte avanza. Si rischia di mandare tutto all’aria, perché di mattina dovremo partire presto. 
Ma perché l’autocarro non arriva ? .Elena interpella di nuovo la capoclan che le presenta un nuovo problema; afferma animatamente che, poichè con i camper occupiamo il suo suolo, esige dal prezzo dell’ escursione un compenso per sé. A questo la nostra guida acconsente e si appiana; si risolve felicemente “l’ intrigo internazionale”, tra le risate divertite nostre e di Elena.
Il bazar Tokulka è uno spettacolo unico: in questo luogo hai la reale valutazione del popolo turkmeno nella sua natura vivace e pittoresca, nella sua umanità. Altrove, per istrada, ne abbiamo avuto una percezione minima. Qui, donne anziane, adulte, ragazze sono avvolte nei loro abiti variopinti, con i loro foulard colorati. Sono ai banchi di vendita o sedute in terra a vendere la loro merce. Ci sorridono affabili scoprendo qualche dente d’oro, indice del loro stato sociale. Sono discrete nell’offrire la loro merce e ferme e poco duttili, nel trattare. Il bazar è diviso in vari settori, tutti molto affollati, ricchi delle merci più svariate, dagli alimentari molto simili ai nostri mercati, alle sete, alle stoffe coloratissime e molto assortite, ai foulard , ai gioielli, ai tappeti dai colori prevalenti nel rosso. Ed ancora cuscini, scarpe, borse, antichi monili.. 
Fuori nell’ ingresso affollato ci fermiamo a comprare grappoli d’uva dorata, rossi melograni e meloni. 
Il pulmino ci attende……. Purtroppo è ora di andar via! 
La partenza è all’alba; il deserto ha il colore del grano. L’attraversamento appare una avventura per le numerose crepe e buche che rendono l’ asfalto quasi inesistente. Posti di blocco isolati, chiediamo pane ai militari che ce lo offrono; noi in cambio regaliamo penne, righelli, matite. 
Il paesaggio cambia, diventa stepposo, e poi le prime piantagioni di cotone. Ricompaiono uomini ed animali per lungo tratto assenti. .Ma l’ uomo e l’ animale per certi atteggiamenti diventano simili: un asinello trotta da solo lungo i bordi della strada, dalla sua andatura svelta pare conoscere la via di “casa” e determinato a raggiungerla. 
Sulle orme di Gengis Kkan visitiamo Kunjurghenc, con i suoi mausolei ed il minareto più alto dell’Asia Centrale nell’ ampia steppa asiatica. Il paesaggio è suggestivo. 
Lungo la strada troviamo altri villaggi e campi di cotone., scolari e ragazzi in divisa bianca e blu si recano a scuola. 
Il cotone emana un odore come di gelsomino, un po’ più acre. Giungiamo al confine e salutiamo Elena. Ci rivedremo al secondo ingresso in Turkmenistan. 
Passiamo diverse ore al confine uzbeko per la trascrizione dei passaporti che avviene numerose volte. Facciamo conoscenza con Shukur, la guida uzbeka che parla in inglese. Ha 30 anni, è bruno, dal colorito olivastro. Appare serio e silenzioso. 
Nell’attesa mi intrattengo a chiacchierare con dei ragazzi, che vivono ai margini della frontiera ed alla luce del sole sono visibilmente impegnati con delle carriole trainate a mano in un’attività di contrabbando. Sono contenti di comunicare con me, lo facciamo con disegni , con l’ aiuto di penne e quaderni che poi regalo. Mi salutano contenti, questo pomeriggio hanno colorito la loro faticosa routine quotidiana. Shukur ci conduce a Khiwa. 
Siamo fuori le mura. Chissà perché soltanto ora, con soddisfazione, sento la percezione dell’ unione del gruppo, dei camper, che, in fila indiana, noi in testa, giungono finalmente alla prima meta. Queste mura orlate, compatte, color sabbia racchiudono una cittadella antica, di storia antica, vibrante delle imprese e delle avventure di Gengis Khan e di Tamerlano. E’ una città restaurata dal governo uzbeko 30 anni fa, alla perfezione, sottratta alla rovina dei tempi. 
Entriamo attraverso una grande porta, parcheggiamo i camper presso l’ hotel Arkanci, in pieno centro storico. Mi ritrovo immediatamente nella favola de “Le mille e una notte”. L’ intensa emozione mi spinge fuori dal camper: sento a fior di pelle una brezza leggera, è il mistero che mi sfiora, mi guida a scoprire l’ esotico di questo luogo affascinante e mistico. 
La città, al vespro, appare rosata; la percorri con crescente sensazione di stupore e meraviglia, quando dalla stradina stretta ed in penombra passi a scoprire angoli nuovi, piccoli negozi addobbati nelle case, spazi vasti e monumentali, moschee, madrase, alti minareti ricoperti di mosaici o di maioliche rosa, verde o blu come il cielo e la meraviglia cresce nell’anima, diventa gioia e felicità. 
La città te la godi nella perfezione del restauro. Tutto, le mura, le case, le stradine, gli spazi vasti, i monumenti sembrano cristallizzati e fermi nell’antico passato. 
Mi vengono in mente tresche amorose, intrighi di palazzo, eventi sanguinari, lotte furiose, invasioni di cavalieri….e gli eventi non meno disastrosi e terrificanti della conquista russa. 3000 sono le anime che la popolano ma non c’è affollamento; le presenze sono discrete e silenziose: nei costumi e nei volti orientali le donne, nei loro panni semplici e negli sguardi rispettosi gli uomini.
Ma ecco che una brunetta sui 14 anni, dai capelli color corvino e dai tratti mongoli, mi riconduce alla realtà: mi invita ad entrare in una cella di un’ antica madrasa, per mostrarmi un enorme forziere di oggetti luccicanti, sete, borse, scarpette ricamate a mano. 
Resto affascinata e mi confondo, ma, a pensarci bene, vengo attratta dai modi dolci ed ammalianti di questa fanciulla, che animata da uno spiritello e da una forza antica quanto la sua etnia, mi convince a fare acquisti in tutta fretta, prima della chiusura. 
L’ indomani saremo trascinati attraverso i monumenti, di negozietto in negozietto, a contrattare souvenir ed inoltre visiteremo il minareto alto 56 metri, il Kalt Minor con le maioliche che brillano al sole, la piazza con la fortezza, residenza dei Khan con al centro il luogo dei supplizi e la cella per i condannati. 
Di sera ceniamo all’ aperto nell’ hotel Arkanci; assistiamo ad uno spettacolo di folclore locale tra mimo e ballata, che ripropone usi e costumi di un mondo contadino, per noi antichi, per loro ancora attuali e vivi. Amore e vita.

 

Khiva

Il mattino seguente partiamo per Bukara , attraversiamo per circa 500 km il Kilzilkum (deserto delle sabbie rosse). Ancora campi coltivati a cotone. Vediamo lungo la strada donne e bambini che appaiono diversi dai turkmeni; c’è più una mescolanza coi russi e mongoli, i lineamenti sono più marcati, gli zigomi più larghi. Ragazzi e ragazze in divisa blu e camicia bianca si recano a scuola.. Attraversiamo un moderno ponte sull’Amu Daria. 
Alle 6 di sera arriviamo a Bukhara, centro culturale ed intellettuale di grande importanza per l’ affluenza, in epoca antica, di migliaia di studenti islamici provenienti da ogni parte dell’Asia, fino al XIII quando verrà saccheggiata e distrutta da Gengis Khan. Ritornerà a rifiorire con Tamerlano per poi cadere nell’oblio dopo la sua morte. 
Oggi è una tranquilla cittadina. In periferia case contadine modeste alternate a grandi palazzi di sovietica memoria, traffico scorrevole. 
La città, che visitiamo il giorno dopo con Natik , una brava guida parlante l’italiano, appare ordinata, amena, con vasti giardini e viali alberati. Visitiamo moschee, madrase, la piazza Registan, la residenza fortezza dell’emiro Arak , il minareto Kalan. 
Anche qui la potenza dei monumenti, l’ eleganza delle decorazioni lasciano sbalorditi ed a differenza di Khiwa, chiusa nella fortezza museo, Bukhara la visiti come una città viva, passeggi piacevolmente per i suoi giardini mentre ne ammiri i monumenti, come passeggeresti in una delle nostre città rinascimentali. 
Anche qui storie di schiavismo, di lotte sanguinarie e di repressione. Incombe la presenza del Tamerlano, assassino e mecenate. 
Strabiliante, bellissimo, ma invadente, lo svariato artigianato esposto in ogni angolo delle antichità, in madrase, moschee, piazze, strade ecc…, a tal punto che l’attenzione viene distratta dal godimento dei siti archeologici. Ma è tutto fantastico e folkloristico! 
Di sera assistiamo nella sala di un antica madrasa ad una sfilata di moda, intervallata dall’esibizione di bellissime danzatrici in costume tradizionale uzbeko. Il tutto in un contesto accogliente ed elegante tra divani ed esposizione di artigianato.

Finalmente giungiamo a Samarcanda. In periferia ancora campi di cotone, villaggi contadini ed ancora posti di blocco. Sotto la grande insegna “Samarcanda”, fermiamo i camper per brindare, orgogliosi di essere giunti alla meta. Sostiamo presso l’ hotel President dove ci rilassiamo in un sonno lungo e profondo. 
A Samarcanda, mito e meta dei viaggiatori, si respira un’ aria fresca e piacevole di montagna L’antica oasi, sulla Via della Seta, ha ceduto il posto ad una città moderna, ma con discrezione, che sollecita, con i suoi monumenti in perfetto restauro, ancora l’ immaginario. 
Evoca la nobile città, descritta nel milione da Marco Polo, la cavalleria di Gengis Khan, gli antichi splendori della corte del gran kan, ed infine la sua rinascita trionfale con Tamerlano. 
La passeggiata per Samarcanda è piacevole, ne respiri l’ aria dolce, ne godi la natura, nella vastità dei suoi giardini ed al cinguettio fitto e sonoro dei migliaia di uccelli, che fanno nido sugli alberi dei viali. 
Mi piace passeggiare da sola con Nando e percepire a fior di pelle emozioni, che , se non avverti in maniera immediata, vanno ricercate ed interiorizzate in un luogo cosi’ mitico. Per questo in alcuni momenti preferisco girare da sola, per non essere distratta. 
Visitiamo la parte storica ed antica di Samarcanda: il mausoleo di Tamerlano, la bellissima piazza del Registan con le sue eleganti e raffinate madrase, in un architettura tutta rinascimentale, dai colori luminosi e smaglianti di rosa verde ed azzurro, colori sfumati di sera da un’ illuminazione sapiente con un tocco di mistero e di fiaba. Qui si tiene uno spettacolo di suoni e luci in cui è raccontata la storia di Samarcanda. 
Ancora, la moschea di Bibj Khamin, i minareti rivestiti di maiolica, il sestante costruito da Ulug Beg, nipote di Tamerlano, suo successore, detronizzato e decapitato, inviso dalla gerarchia ecclesiastica, perche’ scienziato e studioso degli astri. Molto interessante la visita alla città vecchia con i suoi negozi ricchi di stoffe, costumi femminili tradizionali, berretti uzbeki che mi fermo ad acquistare, ceramiche, strumenti musicali. Passeggiamo tra la gente, le donne indossano abiti lunghi e colorati e ci sorridono, i bambini con il loro viso bruno e paffutello arricciano nel sorriso, i loro occhetti a mandorla, giovani ed adulti manifestano coi loro abiti contadini uno stato povero ma dignitoso.
Ai margini della città il grande bazar Siab, fornito di tutto e diviso per settori. Ci piace girarlo, soffermarci e fare acquisti di frutta e verdura. All’ uscita diamo l’ elemosina e fotografiamo un vecchietto canuto da una lunghissima barba bianca. Il giorno dopo visitiamo il cimitero antico; con i suoi mausolei rivestiti in maioliche azzurre e verdi, sono imponenti; sembrano piccole moschee; ospitano tombe di emiri e principesse. La strada dei sepolcri è affascinante e piacente alla vista e di grande interesse culturale. 
Vi accediamo dall’alto attraverso un cimitero moderno che ci sorprende e ci turba per la peculiarità delle immagini che troneggiano sulle lapidi. Gigantografie molto espressive e reali di defunti, anziani, adulti e bambini che sembrano ammonire i loro cari alla rimembranza ed alla continuita’ della loro presenza anche dopo la morte.
Dopo questa pausa lugubre passiamo a visitare la parte nuova della città quella ad ovest dell’ hotel. E’ il quartiere russo, sorprendenti l’ ordine e la pulizia: anche qui passeggiamo con piacevole distensione. Visitiamo un bazar russo, dove acquistiamo carne, agnello, un’ottima mortadella, slip e canottiere per Nando; ci divertiamo in una contrattazione a gesti, piacevole ed affabile, con le venditrici. Finalmente trovo le pashemine cercate in tutto il viaggio, le compro tutte. Torniamo stanchi ma pienamente soddisfatti ai camper. Mentre pranziamo nel parcheggio dell’hotel si ferma una grossa auto ne scende una signora bionda in tenuta sportiva. Si presenta: è una giornalista tedesca che con grande curiosità chiede dei camper, della nostra provenienza, del viaggio. Stupita e con piacevole interesse, esclama: “goud, goud, super, super” e ci augura buon viaggio.


 
Donne uzbeke nei loro costumi.

Grazie, grazie di cuore a mio marito Nando, agli amici tutti. Ora a distanza, smaltita la stanchezza, provo orgoglio e nostalgia per questi luoghi favolosi.

Torre Annunziata, 7 dicembre 2005

Altra lettera di Nando Marino

LETTERA APERTA A TUTTI I COMPAGNI DI VIAGGIO

Torre Annunziata, 5 novembre 2005

Cari amici,
un partecipante al viaggio, del quale ritengo superfluo fare il nome, nel suo resoconto di viaggio inviato al Club, mi ha criticato e in qualche passaggio insultato.
Non contesto assolutamente il diritto di critica. Ci mancherebbe altro. Anche perché è stata esercitata su aspetti assolutamente marginali del viaggio, partendo da qualche bugia e da un’ errata interpretazione di alcuni fatti. E’ inaccettabile, invece, l’insulto.
Nella sua segnalazione a senso unico non si legge alcun riconoscimento di qualcosa di positivo da me fatto, a parte un tiepido ringraziamento per essere giunto a Samarcanda.
Ho avvertito, pertanto, l’esigenza di anticiparvi parte delle riflessioni che forse allegherò, come impressioni, al diario di viaggio che sto scrivendo.
Saluti affettuosi,
Nando

Nella trasmissione Rockpolitik del 20 ottobre scorso, Celentano ci ha mostrato una classifica di tutti i paesi del mondo relativa al loro grado di libertà.
Il Turkmenistan figurava al penultimo posto. L’Istituto di ricerca, estensore della classifica, evidentemente sa il fatto suo.
Noi l’abbiamo toccato con mano, abbiamo avuto la prova palmare di questa verità. Il Turkmenistan è come una trappola.
La frontiera di Serakhs, che si staglia solitaria in un deserto sterminato, è una vera e propria forca caudina” . Più avanti, in Asia, c’è un grande e pericoloso deserto: il Takla Makan. Letteralmente significa. “se entri non esci”. Il concetto si attanaglia bene a questo posto “estremo”
Quando la vedi da lontano ti assale un senso di angoscia. Ad un centinaio di km corre il confine afgano.
Dalla preparazione del viaggio già emergevano indizi eloquenti, preludio delle difficoltà in concreto trovate. Come ad esempio:
1° il governo può rifiutare il visto senza essere tenuto a dare spiegazioni.
2° se si sbaglia una qualsiasi risposta sulla modulistica la richiesta di visto può essere respinta dal console.
3° il pagamento si effettua solo in contanti alla sportello di Vienna. Non sono ammessi versamenti tramite bonifico bancario o Western Union. Occorre mettere i soldi in contanti nel pacco. Pratica, tra l’altro, vietata dalla legge. Io ho messo nel pacco spedito tramite UPS 22 passaporti, 44 moduli compilati con foto, la lettera d’invito del Tour Operator approvata dalle autorità governative, l’itinerario autorizzato, 1562 ¤ cash ed ho incrociato le dita.
4° con i visti in regola si può essere respinti alla frontiera perché quel giorno Nyamov e il fantasma della onnipresente mamma così hanno deciso.

La burocrazia alle frontiere Turkmene e Uzbeke è asfissiante.
Ti accolgono con un sorriso idiota ed indecifrabile mostrando a tutto campo le arcate dei denti d’oro, il loro status symbol.
Non sai se sono diffidenti, curiosi, questuanti o sadici. Qualche graduato è addirittura dispotico e scortese. Ti tratta come se fossi un militare del suo plotone.
I passaporti ti vengono chiesti un’infinità di volte da diversi uffici. Se li rigirano tra le mani fingendo di leggere. In realtà non capiscono niente, cercano solo il pelo nell’uovo per tenerti sui carboni ardenti sperando che perdi la pazienza. Così hanno un motivo per respingerti o per “multarti”. Il Carnet de Passage prima te lo chiedono, poi te lo restituiscono facendo capire che non ne hanno bisogno. Poi qualche altro militare te lo chiede di nuovo. Le registrazioni dei dati personali e del mezzo vengono annotate varie volte su lerci registri che probabilmente mai nessuno controllerà.
Ti senti in una morsa, impotente.
Spesso uscivo da qualche ufficio agitando le carte ed esclamando “ma chisto è nu manicomio” suscitando l’ilarità di qualcuno del gruppo che aveva ancora la forza di sdrammatizzare (modesto intermezzo ludico in situazioni complesse).
Non parliamo delle foto. Sono vietate ed è pericoloso scattarle. Se proprio vuoi, devi chiedere il permesso ad un militare che magari ti autorizza. Poi interviene qualche altro che la pensa diversamente e nascono i problemi. Minimo, sequestro della macchina. Come è capitato ad Ambrosina, nostra compagna di viaggio.
Ridicolo in un’epoca nella quale i satelliti sono in grado di controllare ogni cm del pianeta.
Alle frontiere, mastodontici monumenti al sopruso e all’inefficienza, si respira un’aria decisamente kafkiana.

Personalmente non ho mai pensato che stavo in vacanza, ho sempre pensato che stavo viaggiando fuori dai normali circuiti, per conoscere, vedere, intuire un mondo così distante. Non solo geograficamente.
Rispetto al quale ogni tentativo di ricondurre preventivamente alla normalità la realizzazione del programma di viaggio si è rivelato un’utopia.
Infatti 10 mesi di preparazione non sono stati sufficienti a neutralizzare gli imprevisti che puntualmente, nel concreto, si sono verificati.
Numerose circostanze hanno rallentato tempi e ritmi dei trasferimenti costringendoci, in diverse occasioni, a viaggiare oltre il tramonto e qualche volta anche di notte:
il rifornimento del gasolio (un vero e proprio tormentone per la cronaca mancanza ai distributori), i guasti meccanici, la disomogeneità dei mezzi, l’ottusa burocrazia alle frontiere attraversate (tra entrate ed uscite, ben 14 volte), l’incredibile inefficienza del Tour Operator Iraniano nei cui confronti nutrivo una cieca fiducia, avendo ricevuto servizi allo stato dell’arte per il mio viaggio in Iran nel 2004, il brutto incidente ad un camper, la foto scattata nel posto sbagliato al momento sbagliato, ecc..
46 giorni sono stati insufficienti, nonostante in numero superiore a quelli programmati per lo stesso viaggio da altri viaggiatori in camper, per la verità pochi negli ultimi 10 anni ( non più di 4/5 gruppi).
60 potevano essere l’ideale rispetto al numero di equipaggi. Sicuramente avremmo avuto più tempo per il riposo fisico.
Non so se anche per quello mentale.
Perché, ammesso che fossimo stati autorizzati a restare in Turkmenistan ed Iran per un numero maggiore di giorni (in genere per il doppio transito le autorità concedono un tempo di permanenza molto limitato), non sono sicuro che lo stress si sarebbe alleviato.
La forzata convivenza di 20 persone, per un tempo non breve, in condizioni di disagio, diverse tra loro per carattere, stile di vita, storie personali, collocazione geografica, hanno pesato non poco.
Nuove amicizie sono nate, altre non sono mai nate ed alcune incomprensioni difficilmente potranno essere sanate: è il pedaggio che purtroppo si deve pagare nei viaggi di gruppo.
Ma il gruppo è vitale per persone normali e semplici come siamo noi, specialmente quando ci avventuriamo in terre remote, poco battute dal viaggiatore indipendente.
Nell’associazione ognuno di noi cerca il conforto e l’aiuto dell’altro per fronteggiare le difficoltà.
Per evitare il pedaggio si dovrebbe viaggiare da soli, senza limitazioni di tempo e della propria libertà personale. Bisognerebbe affrontare tutti i disagi, direttamente, in prima persona sotto la propria autonomia e responsabilità.
Io, personalmente, non sono “capace” di viaggiare da solo.
Sono una persona normalissima con i suoi difetti, le sue insufficienze, i suoi errori.
Preferisco il gruppo sapendo che dovrò sopportare ed essere sopportato, sapendo che gli imprevisti e le difficoltà nel viaggio sono fisiologici, sapendo che compilare pagelle di condanne o meriti è una pratica presuntuosa ed infantile.

“dalla sofferenza nasce l’arte”
Tolstoj
Il viaggio è stato sofferto, lungo, difficile. Si è affinata, però, l’arte del viaggiare. La nostra avventura in Asia Centrale si è conclusa dopo 46 giorni.
Abbiamo percorso con 10 camper oltre 13.000 km attraverso le montagne, le steppe, i deserti di 4 paesi, spesso su strade impervie e al limite della percorribilità.
E’ stata un’esperienza intensa.
Il compagno di viaggio Alessandro, medico e, quindi, nostro angelo custode, alla fine del viaggio esclamò nel suo piacevolissimo accento toscano “ragazzi, ma vi rendete (c)onto? E’ stato un viaggio (t)osto! Abbiamo aperto i cancelli della storia e siamo entrati (d)entro”.
Non aveva torto.
Abbiamo percepito dal “vivo” che quei popoli, caduti in oblio con la decadenza della Via della Seta dopo la scoperta dei nuovi passaggi ad Oriente via mare, ed oggi alla ricerca della propria identità perduta a causa della dominazione zarista e della successiva sovietizzazione, erano al centro del sapere filosofico e scientifico quando in Europa, di sera, si chiudevano a chiave i ghetti.
E’ stato un viaggio eccezionale sotto tutti i punti di vista, nel bene e nel male.

Come si possono dimenticare le ripide “rampe” dell’altopiano anatolico, Sivas, l’antica Sebasteia, importante crocevia e centro commerciale dell’Impero romano, le danze curde a Dogubayazit, nel piccolo camping Murat, la sterminata pianura che corre oltre il Kurdistan turco verso l’Armenia su cui domina, come un gigante, il maestoso Aratat dalle cime innevate. E il piccolo Ararat, che accanto come un figlio, ne esalta la potenza scenica, la gigantesca cupola del Mausoleo del sultano mongolo Olijaitu Kodabandé, terza nel mondo per larghezza ed altezza, purtroppo perennemente in restauro,
il più alto minareto dell’Islam a Konja-Urgench, proiettato verso il cielo, come un antico missile, che nessuna fotocamera riuscirà mai catturare per intero da vicino, Asghabat con i suoi cavalli regali, la megalomania di Nyamov espressa nel “delirio” edilizio, lo sterminato bazar Tolkuchka – il secondo nell’Asia Centrale, dopo quello di Kashgar nello Xijang- adagiato sulla sabbia nei suoi sfavillanti colori proiettati su di noi da sete, ori, tappeti …alcuni volanti…, dai variopinti costumi indossati da donne, indipendentemente dall’età, la dolcezza del canto e l’armonia delle danze delle tre indimenticabili fanciulle turkmene, e, poi, la full immersion a Khiva, il gioiello del Khorazm che, incastonato tra i frutteti e i campi di cotone nel delta dell’Amu Darya, brilla ancora di luce propria, la mimica orribile del ragazzo uzbeko che in un’arcaica danza contadina imitava gli animali, i luoghi sabbiosi (Registan) di Bukhara e Samarcanda, con i minareti rivestiti da azzurre maioliche svettanti verso il cielo fino a confondersi con esso nella fusione del colore, i 1000 km dello stupefacente deserto iraniano, “sorvegliato” dalla rossa catena degli Alborz, come madre affettuosa ed eterna, fin dall’inizio dei tempi, la visione, prima del tramonto, quando la luce è più dolce e i colori sono più tenui, del caravanserraglio di Minundash, uno dei più monumentali e meglio conservati sulla Via della Seta,
il formidabile Mausoleo di Khomeini a Teheran e la marcia dei militari simile ad una danza, segno evidente di un Iran spirituale e al femminile, il gigantesco lampadario di cristallo della moschea di Tokat,
l’atmosfera incantata e un po’ retrò di Amasia, e, poi, tanto altro ancora……..
Ne abbiamo fatto di cose! Qualche volta anche nel pericolo!
Tutto è stato una gioia per i nostri occhi meravigliati e per la nostra coscienza svegliata dall’adrenalina.
Dice il grande viaggiatore B. Chatwin nel suo “Anatomia dell’irrequietezza” “…l’adrenalina l’abbiamo tutti………l’adrenalina è la nostra indennità di viaggio…”
Tutto rimarrà impresso nel nostro cuore e nella nostra mente. Presto dimenticheremo banalità, disagi e saremo fieri e felici di ricordare la nostra “avventura” nella consapevolezza di aver arricchito di nuovi significati la nostra vita e piantato nuovi semi nella nostra cultura.
Dobbiamo essere orgogliosi di essere stati capaci di aver realizzato un programma complesso nonostante avversità di ogni tipo.
Perciò ringrazio tutti, indistintamente. Anche chi ha manifesto le sue critiche per iscritto. Il tempo ci allontanerà dalla cronaca e ci porterà alla storicizzazione degli avvenimenti.
E ognuno di noi li collocherà nella giusta dimensione quando i sentimenti più accesi si saranno affievoliti, quando ognuno di noi abbandonerà la pratica del vedere la pagliuzza negli occhi degli altri invece della trave sulle proprie spalle.
Ringrazio il Traiano Camper Club nella persona di Michele Arancio che, con la sua calma e bonomia, dietro le quali si nasconde un carattere fermo e determinato, nella fase preparatoria del viaggio mi ha sempre incoraggiato ad andare avanti, anche quando lo scoramento e la paura di non farcela prendevano il sopravvento.
Nando Marino

LETTERE A NANDO MARINO

Caro Nando,
ho ricevuto solo oggi la tua “lettera aperta”. Sai, all’Elba la posta arriva sempre in ritardo e, talvolta non arriva proprio.
Mi piace risponderti subito perchè nel leggere questo resoconto ho vissuto di nuovo le intense emozioni provate nel partecipare a questo autentico, intenso viaggio.
Per provarle di nuovo ripartirei anche domani. Dunque,un’autentica droga. Non si può dimenticare la fiaba vissuta tra le luci notturne all’ingresso in Ashkabad, né l’allucinante attraversamento del deserto del Karacum o lo stato d’animo nell’avvicinarsi all’incredibile frontiera di Serakhs.
Che dire poi degl’immensi paesaggi , delle montagne, degli stessi percorsi stradali!! Delle musiche e delle danze curde e turkmene, dei bazar, dei rari e fatiscenti distributori di carburante, del traffico iraniano!
Non voglio ripetere quanto di bello hai già scritto tu anche con una notevole vena poetica.
Come si vede il “core” napoletano viene sempre fuori !
Ti ringrazio per le due citazioni e, insieme a Manola, per l’impegno, il coraggio e la perseveranza con cui ci hai condotto a ripercorrere e vivere la storia.
Dell’ingratitudine e degli insulti non mi starei assolutamente a preoccupare.

Alessandro Lusini

P.S.
In Toscana si mangia bene e parecchio ma non quando si tratta di consonanti. Ci accontentiamo solo della “c” . Le altre le conserviamo! SCHERZI A PARTE
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Caro Nando,
ho ricevuto e letto con molto interesse le tue riflessioni sul viaggio a Samarcanda. Ho un grande rammarico ed è quello di non essere stata capace di scoprire in te durante il viaggio l'uomo la cui personalità speciale sembra emergere dalle sue parole e di non aver avuto la sua amicizia.
Ti ringrazio comunque di avermi annoverata tra gli "amici" e di avermi scritto. Penso altrimenti che ci sarebbe stato tra noi un lunghissimo silenzio. Io penso di averti ringraziato per tutto quello che hai fatto affinchè si realizzasse al meglio il viaggio, se non ti sono arrivati ti faccio ora i miei ringraziamenti.
Un pensiero speciale va ad Andreina che ,lei sì, non ha mai fatto discriminazioni e mi ha offerto con generosità la sua amicizia nonostante qualche piccolo dissapore.
Saluti Ambra
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Cari amci Ambra e Vincenzo
rispondo subito, brevemente, senza elaborazioni concettuali.
Credo, spero di essere, quello che il cuore, non la mia mano, ha scritto nella lettera aperta.
Ambra, il tuo rammarico è anche il mio.
Le difficoltà ci hanno allontanato.
Sono felice del fatto che l'espressione "alcune incomprensioni difficilmente potranno essere sanate" ormai non ci riguarda più.
Io non so se ci vedremo ancora.
Resta il ricordo di un Ambra squisitamente sensibile e di un Vincenzo educatissimo e silenzioso.
Grazie da parte di Andreina per le calde parole di apprezzamento.
Sto scrivendo il "mio" resoconto di viaggio. Ci vorrà del tempo per terminarlo.
Appena pronto ve ne manderò una copia.
Saluti affettuosi
Nando

Il Diario di Nando Marino: gli appunti finali

IL GRUPPO

Nando e Andreina – Torre Annunziata (NA) – Camper Mobilvetta;

Enzo e Lina – Scafati (SA) – Camper Challenger.

Vittorio e Maria – Formia (LT) – Camper Rapido.

Mario e Bruna – Ciriè (TO) – Camper Vas

Savino e Augusta – Verres (AO) – Camper Himer

Vincenzo e Ambra – Venaria (TO) – Camper Vas

Beniamino e Carla – Mediglia (MI) – Camper Arca

Alessandro e Manola - Portoferraio (LI) – Camper Wingamm

Angelo e Alda – Bardolino – (VR) – Camper Mobilvetta

Carlo e Costantina – Majano (UD) – Camper Mobilvetta

CRONACA E IMPRESSIONI

3 Settembre 2005

Torre Annunziata-Benevento km 113

Incontro con Michele Arancio, Presidente del Traiano Camper Club e l’Assessore al Turismo del Comune di Benevento che dona alla spedizione materiale vario da distribuire in viaggio.

4 Settembre

Benevento- Bari km 209

Partiamo per Bari. Nel tardo pomeriggio imbarco in open deck per la Grecia.

5 Sett.

Igoumenitsa-Nea Iraklista (22 km prima di Kavala) km 512

Il traghetto arriva in orario a Igoumenista e subito iniziamo l’attraversamento della Grecia.

Sbaglio alcune volte strada.

In serata giungiamo in una bellissima località turistica dell’Egeo: Nea Iraklista, pochi km prima di Kavala. C’è poca gente ed alcuni vanno a cena in un ristorantino a ridosso della spiaggia.

Siamo in riserva con il gasolio e l’unico distributore del posto è chiuso. Il giorno seguente si vedrà.

Tranquillo pernottamento nell’ ampio parcheggio del luogo turistico.

6 Sett.

Nea Iraklista-Frontiera Grecia/Turchia km 213.

Frontiera- Park Alani ( una quindicina di km dopo l’uscita di Katikoi) km 243.

Totale km 502

Ci fermiamo subito a Kavala, trafficata già dalle prime ore del mattino, per fare rifornimento. Lo facciamo in ordine sparso perché non c’è spazio per accogliere in un unico distributore 10 camper.

Le formalità di frontiera per l’ingresso in Turchia sono abbastanza veloci.

Le autostrade T03-T04 che aggirano Istanbul sono intasate fino all’inverosimile. E’ l’ora di punta. Seguiamo la direzione Ankara che ci porta sull’anello interno e, come al solito, nei momenti di maggiore necessità, i CB funzionano male.

Il gruppo è tranquillo ma non ancora affiatato e sulle prime salite in autostrada, fuori da Istanbul, emerge qualche insofferenza perché i mezzi, non avendo uguali caratteristiche tecniche, non riescono a mantenere la medesima velocità.

Si delinea, inoltre, la formazione di sottogruppi per cui già penso di mescolare un po’ gli equipaggi per favorire la socialità. Il giorno seguente, infatti, cambio la disposizione della colonna ma i risultati sono scarsi.

In serata pernottiamo in un’area di servizio Alani, tranquilla, pulitissima e custodita, con acqua in abbondanza per i nostri serbatoi.

7 Sett.

Park Alani-Yozkat km 621

 

L’Anatolia , le sue strade e i Curdi

Si sale sull’altopiano anatolico.

Le sue montagne sono tagliate da ampie pianure adatte al pascolo, che si alternano a gole percorse da fiumi limpidissimi ed ampi spazi desertici.

Ogni 30, 40 km un antichissimo villaggio, un’importante città o un caravanserraglio in rovina ti ricordano che tale distanza, potendo essere coperta esattamente da un giorno di marcia, non è dovuta al caso ma alle necessità di ristoro e riposo di cammelli e di viaggiatori che attraversavano l’antica Via della Seta.

Da Istanbul, posto sul livello del mare, si sale sempre, fino agli oltre 2000 metri, a volte dolcemente senza che te ne accorgi, a volte su pendenze pronunciate che i turchi, con una semplice ma efficace traduzione in italiano chiamano "rampe" . Ce ne sono diverse che come una scala ti portano sempre più in alto, in cima. Poi velocemente si va giù: è un saliscendi continuo, come le montagne russe.

Ricordo quelle più affascinanti ed importanti.

La rampa di Bolu che sale a quota 1000, tra Duzce e Gerede, sulla quale lunghe teorie di Tir, difficilmente superabili, avanzano stretti l’uno all’altro in fila indiana, a 10 all’ora, vomitando fumo nero in quantità industriali tra rumori di ferraglie e cigolii

Quelle di Sakaltutan tra Refahiye ed Erzincan che porta da 1600 a 2200 metri, e di Tahir, tra Horasan e Agri che sale a 2150 metri dove il camper di Enzo batte su una pietra e si rompe la coppa dell’olio.

 

Vedo con meraviglia imponenti lavori stradali in corso con cantieri disseminati ovunque, anche sulle arterie secondarie.

Ragionando con i parametri italiani penso agli anni occorrenti per portare a termine la mastodontica impresa stradale.

Sulla via del ritorno invece osservo che tutto è quasi finito, anche l’altra arteria della Via della Seta che diverge per il nord-ovest via Yldizeli - Tokat – Amasia - Istanbul.

Stupefacente, incredibile!

Il fondo stradale si presenta accuratamente allargato e in gran parte asfaltato. Alcune gole sono state sventrate e le rampe più ripide "addolcite".

La nature rude, solitaria e selvaggia delle gole, con le pareti incombenti sui nostri "fragili" mezzi meccanici, ha ceduto parte della sua supremazia alle nostre esigenze di marcia.

Stranamente mi sento sperduto in questi spazi sottratti dall’uomo alla natura. Forse perché l’orizzonte, nella sua apparente dilatazione, dà maggiore consapevolezza del nostro essere infinitamente piccolo.

I Tir, che all’andata non riuscivi a sorpassare e che ti scaricavano addosso, per km, quintali di fumo nero misto a dense nuvole di polvere sollevata dalla strada sterrata,

ora non rappresentano più un muro contro il quale s’infrangono i nostri "cavalli di ferro".

Si può affermare, senza ombra di dubbio, che quando anche la Grecia avrà completato i lavori del suo asse viario, intrapresi in occasione delle recenti olimpiadi, e reso più efficiente e comprensibile la segnaletica (sospetto, però, che i tempi saranno più lunghi) arrivare in Asia Centrale sarà molto più agevole anche in considerazione del fatto che le strade dell’Iran sono ottime, a parte la guida spericolata degli utenti.

Sarà come percorrere una grande, lunga autostrada che collega l’Italia al Turkmenistan.

Nell’aprile del 2004 le strade orientali della Turchia, quelle curde, erano piene di militari armati di tutto punto. Un posto di blocco ogni 20-30 km. Nei punti più impervi, in particolare in cima alle rampe, si vedevano mitragliatrici puntate in direzione delle valli sottostanti.

Ciò era comprensibile perché il Partito dei Lavoratori Curdi (PKK), fazione indipendentista curda, aveva decretato la sospensione dal 1° giugno 2004 della tregua unilaterale che reggeva dal 1999, anno della cattura del leader del gruppo Abdullah Ocalan.

Quest’anno niente di niente, nonostante allarmanti notizie battute a luglio dalle Agenzie come:

"Il PKK avverte investitori e turisti stranieri a considerare la Turchia un Paese a rischio, in conflitto".

Addirittura avevo avuto informazioni che saremmo stati scortati da militari per diversi km nei tratti da loro ritenuti più "caldi".

Non ho visto né posti di blocco, né scorte.

Forse perché a seguito della guerra in Irak l’attenzione del governo turco si è concentrata sul confine Turchia – Irak dove le "infiltrazioni" curde e i conflitti a fuoco sono più frequenti?

Comunque è stata una piacevole sorpresa perché lo stop imposto dai militari e la vista delle dita piantate sui grilletti delle armi automatiche irrigidivano il corpo e riscaldavano la mente al limite delle normali tolleranze stabilite dai propri geni.

Già, i curdi!

L’anno scorso chiesi informazioni ad un poliziotto di Yozkat quanto fosse pericoloso passare tra i curdi. Con fastidio mi rispose "i curdi, quali curdi? Nella Turchia orientale non ci sono curdi ma solo turchi dell’est"

Non gli era "nota" la circostanza che i curdi costituiscono un’etnia di 20 milioni di cui circa 10 presenti sul suolo "turco".

Un popolo senza patria che vive nei monti del Kurdistan, territorio incastrato senza soluzione di continuità tra Turchia , Iran, Irak e Siria in lotta da decenni per affermare la propria identità in uno stato indipendente e sovrano.

Un popolo represso che per rendersi visibile è costretto alla lotta armata considerata sempre e comunque "terroristica" dai governi locali e da gran parte dei media occidentali.

Ho la spudoratezza e la presunzione di affermare che la questione curda, come tante altre questioni etichettate come scontro tra etnie o di religione, purtroppo non è altro che il prodotto degli accordi tra i potenti per il controllo delle risorse.

In quell’area strategica: il petrolio.

Questi pensieri sono un buon viatico e sono i benvenuti.

Danno nuovo vigore, specialmente nei momenti di maggiore stanchezza, e arricchiscono di motivazioni più profonde il viaggio.

 

La tappa di trasferimento è lunga e senza problemi.

Dal motore del mio camper giunge un rumore anomalo per cui all’ora di pranzo, dopo uno spuntino veloce, mi reco da un meccanico che avevo intravisto nelle vicinanze. Mi dice che il rumore è prodotto da un cuscinetto che smonta e cerca di ingrassare. Torno prima della scadenza del tempo previsto per la sosta.

Forse non tutti si sono accorti di quello che ho fatto e non dico niente.

Samarcanda è lontana ed occorre risolvere il problema in Turchia perché dall’Iran in poi sarà quasi impossibile trovare ricambi Ducato. Penso di fermarmi alla Tofas (la Fiat turca) di Sivas.

Prima del tramonto giungiamo a Yozkat.

Vedo un ampio spazio custodito, è il parcheggio di un centro sportivo. Senza esitare entro e chiedo il permesso di sostare per la notte che mi viene concesso senza tentennamenti.

Riusciamo anche a fare un breve giro nei dintorni.

Yozkat-Sivas km 224

All’ora di pranzo ci fermiamo alla Tofas di Sivas dove affido il camper alle cure amorevoli di due zelanti operai.

Vengono diagnosticate anomalie alla pompa dell’acqua e all’impianto elettrico e ci vorranno diverse ore per le riparazioni.

Il direttore mi invita a pranzo alla mensa dell’officina. Nel frattempo gli amici si "accampano" in un pulitissimo spazio attiguo.

Nel pomeriggio organizziamo un’escursione in centro con pulmino, autista e guida parlante inglese messi a disposizione, a pagamento, dalla Concessionaria.

Il mezzo mi viene consegnato alle 8 di sera.

La sosta non incide minimamente sulla nostra tabella di marcia. Anzi, ci dà la possibilità di visitare Sivas e lasciare il volante per un intero pomeriggio.

Sivas, l’antica Sebasteia, fu un importante crocevia e centro commerciale dell’Impero romano.

Vi sono passati nei secoli Persiani, Arabi, Armeni, Selgiuchidi, Mongoli ed il "nostro" Tamerlano con il quale faremo conoscenza più avanti, a Samarcanda.

Da un antico cimitero sito in collina godiamo di una magnifica vista della città.

Le sale del palazzo ottocentesco di un Pascià, finemente arredate con mobili d’epoca, tappeti, arazzi, cuscini ci regalano le prime emozioni di un mondo che non c’è più.

Nel centro storico i resti di una scuola coranica del 1271 (solo la facciata con 2 bellissimi minareti) e, di fronte, un’antica casa di cura risalente al 1217 dove si curavano malattie della mente, degli occhi e della pelle, danno un’idea dell’antico splendore di questa importante città della Via della Seta.

Nel cortile dell’edificio è allocato un colorato bazar ma il gruppo non ha ancora sciolto i cordoni della borsa per " l’orgia" degli acquisti.

Cai (thè) per tutti nei curatissimi e frequentatissimi giardini pubblici con piacevole musica di sottofondo chiudono la giornata.

Non male per una sosta "forzata".

9 Sett.

Sivas-Horasan km 520

Viaggiamo nel cuore del Kurdistan turco.

All’imbrunire ci fermiamo per la sosta presso un lokanta, modesto ma pulito, dove organizziamo la cena e chiediamo ospitalità per la notte. Il cibo è buono e l’umore è ottimo. l’Iran è vicino.

10 Sett.

Horasan-Dogubayazit km 203.

Ad una trentina di km da Horasan, sulla ripida "rampa di Tahir", il camper di Enzo batte su una pietra e si rompe la coppa dell’olio. Un bel guaio.

Io e Vittorio andiamo avanti di circa 150 km per raggiungere Agri, una cittadina dove c’è una Tofas, per chiedere aiuto. La raggiungiamo dopo circa tre ore.

Cerco di farmi capire dal capo, niente. Si telefona alla direzione di Istanbul per contattare un funzionario in grado di farci da interprete. Parla un inglese approssimativo come il mio, ma riesco a capire che la cosa si può risolvere però il mezzo dovrà essere trainato in officina. E’ un disastro. Il traino su quella strada con elevate pendenze e la successiva riparazione avrebbero portato via almeno 1 giorno e ½.

Faccio una lunga telefonata ad Hadi, la nostra guida iraniana, per spiegargli che il giorno dopo, forse, non saremmo stati in condizione di entrare in Iran.

Sono preoccupato per i tempi del programma.

Poi arriva la telefonata liberatoria con la quale mi viene comunicato che Angelo e Savino, dopo aver smontato la coppa, erano tornati ad Horasan, dove un fabbro era riuscito a saldarla con la perizia e l’abilità tipica degli artigiani mediorientali, che privi delle nostre sofisticate attrezzature e di forniti magazzini di ricambi, spesso riescono a fare "miracoli", mettendo in campo tutta la loro arte di arrangiarsi.

Il gruppo ci raggiunge ad Acri e da lì velocemente ci dirigiamo a Dogubayazit che raggiungiamo nel pomeriggio.

Anche questo sosta forzata non incide minimamente sulla nostra tabella di marcia.

Richiamo Hadi per dirgli che è tutto OK. Saremo in frontiera il giorno dopo secondo il programma.

Dogubayazit è uno degli ultimi villaggi curdi a circa 30 km dal confine con l’Iran.

Percorriamo 8 km di strada ripida, sterrata e cosparsa di buche, e raggiungiamo la fortezza di Ishak Pascià. Ai suoi piedi c’è il ristorante-parcheggio Murat.

Di fronte, la sterminata pianura che corre oltre il Kurdistan turco verso l’Armenia su cui domina, come un gigante, il maestoso Aratat dalle cime innevate. E il piccolo Ararat, che accanto come un figlio, ne esalta la potenza scenica.

Di sera sciogliamo la disavventura in un’ottima cena nel ristorante del piccolo camping. La musica e le danze curde ci coinvolgono. E’ un tripudio di canti, suoni e balli. Lina con la sua bella voce si esibisce in "o sole mio", i curdi in "Bella ciao", noi nelle loro danze.

Ci scateniamo, l’umore è alle stelle.

 

11 Sett.

Dogubayazit-Gurbalak (frontiera Turchia/Iran) – Myaneh km 493

Partiamo alle 5,30 per essere i primi ad affrontare il labirinto burocratico che già conoscevo per esserne stato vittima l’anno precedente.

Però sono ancora rose e fiori rispetto a quello che ci aspetta più in là, ad oriente.

Incontriamo Hadi, la nostra guida, alle 9.

Esaurite le formalità si parte.

Nella mattinata ci fermiamo a Sultanieh per la visita del Mausoleo di Oljaitu Khodabandè.

Sultanieh letteralmente significa Città dei Sultani. Oggi è un insignificante villaggio dove ci si ferma solo per dare uno sguardo al Mausoleo, visibile da decine di km di distanza (la sua cupola è la terza nel mondo per larghezza ed altezza).

Nonostante la sua imponenza mi è apparso, come l’anno scorso, leggero e slanciato.

Si dice che i mongoli, pentiti per le devastazioni inflitte all’antica Persia, vollero riparare ordinando la costruzione di Sultanieh, per farne l’imponente e fantastica capitale dell’impero. Poi le orde di Tamerlano la rasero al suolo ma lasciarono intatto il mausoleo, forse impressionati dalla sua bellezza.

Il sultano mongolo Oljatu voleva che le spoglie di Ali, nipote di Maometto, vi fossero trasferite da Najaf. Ciò non fu possibile e nel mausoleo riposano i suoi resti. Quelli di Ali sono rimasti in Irak.

Najaf, nota in occidente solo agli storici in generale e agli studiosi dell’Islam in particolare, e sconosciuta alla gente comune , da qualche anno è balzata in prima pagina, assieme a Kerbala, l’altra città santa, in ragione del fatto che entrambe sono state teatro di sanguinosi attentati che hanno seminato distruzione e morte tra i pellegrini sciiti.

Queste due città evocano il dramma dell’Irak (controllo del petrolio) e del mondo musulmano (divisione cruenta tra sciiti e sanniti)

 

12 Sett.

Myaneh-Teheran km 492

Tutto procede bene.

Ad un certo punto, nel primo pomeriggio, noto che qualcosa non va.

Hadi , al mio fianco in camper, telefona continuamente. Gli chiedo cosa succede. Alla fine mi comunica che ci sono difficoltà ad andare al parcheggio dell’hotel Laleh di Tehran e che sta cercando un altro hotel.

Ne trova uno nelle vicinanze dell’aeroporto che, però, dopo qualche ora viene meno. Peccato! Sarebbe stata un’ottima soluzione per il gruppo che di sera ha il volo per Shiraz.

Alla fine Hadi convince la direzione di un grande parco ad ospitarci. Si fa tardi, il traffico è intenso. Arriviamo sul posto stanchi e accaldati.

Il parco, recintato e vigilato da guardie private, è chiamato "Tetto di Tehran", per la sua posizione in alto sulla città. E’ frequentato dalla "nomenclatura", per intenderci dai ricchi.

Il gruppo aspetta un po’ distante a causa di un’interruzione stradale mentre io accompagno Hadi dal direttore che ci riceve dopo circa un’ora.

Il tempo passa e fremo perché non posso avvertire telefonicamente gli altri per assenza di segnale, né mi posso allontanare perché il direttore può venire da un momento all’altro e Hadi mi prega di stare con lui.

Sono arrabbiato e depresso: immagino cosa sta passando per la testa dei compagni di viaggio. Penso ai 10 amici che devono ritornare all’aeroporto per andare a Shiraz e che non avranno il tempo di riposare un po’.

Finalmente Il direttore arriva e dopo un breve colloquio con Hadi da l’OK.

Raggiungiamo il gruppo e dopo una difficile manovra riusciamo ad entrare nel sito.

 

Teheran, sterminata, si adagia a perdita d’occhio ai piedi della collina. Una piacevole frescura è la benvenuta. Concilia il sonno ma non ci riesco.

Due ore di guida in un traffico infernale, il caldo, la lunga attesa degli amici, l’impossibilità di comunicare, si materializzano in fantasmi accusatori per tutta la notte, tra veglia e sonno.

 

13 Sett.

Tehran km 0

La mattina Augusta, mesta e contrariata (era quella che più di tutti mi aveva pregato di attivare il fuori programma di Shiraz) , mi riferisce che arrivata all’aeroporto, non era potuta partire perché non figurava nella lista dei passeggeri, e , conseguentemente, anche il marito Savino aveva rinunciato alla visita di Shiraz.

L’Agenzia disponeva di 9 biglietti anzichè 10.

La sua signorilità, educazione ed esperienza di viaggio le conferiscono un autocontrollo eccezionale ed ammirevole.

Mi chiedo: perché hanno impegnato solo 9 posti? Perché non avendo il biglietto l’ hanno portata ugualmente all’aeroporto dopo una giornata così faticosa? Perché Hadi nel pomeriggio del giorno precedente non mi ha parlato del disguido?

Sono mortificato per gli ottimi Savino/Augusta, sono incredulo ed arrabbiato.

Hadi poi mi dirà che era certo di far partire anche Augusta perché in genere ci sono sempre persone che all’ultimo momento rinunciano al volo ma non chiarisce la mancanza del biglietto.

Ciò mi imbestialisce e non sono tenero con lui.

Se mi avesse avvertito il pomeriggio precedente avrei avuto la possibilità di dare qualche spiegazione, preparare gli amici al peggio o quanto meno evitare loro una mezza nottata a ridosso della stanchezza già accumulata.

Lo rimprovero con decisione e gli preannuncio che l’Agenzia, essendo venuta meno ai suoi impegni (biglietti aerei) e dimostrando una cattiva organizzazione (Hotel Laleh), non vedrà più una lira ( il saldo) fino alla conclusione del viaggio.

Ho anche pensato di rompere il contratto, restituire agli amici il saldo non pagato e arrangiarci con il "fai da te" per il resto del viaggio. Non me la sono sentita. Avrei corso il rischio di creare problemi ancora più seri.

Pur rendendomi conto che l’ottimo Hadi si è trovato in una situazione difficile, dovendo riparare alle insufficienze di Caravansahra, decido che d’ora in avanti, quando vorrà prendere qualsiasi iniziativa, senza darmi spiegazioni convincenti in anticipo, lo contrasterò.

Con me dovrà essere sempre sincero. Deve capire che ho responsabilità verso 18 persone, devo rispettare gli impegni presi con loro e non posso essere lasciato all’oscuro di problemi a lui noti.

Lui avverte il mio umore e per questo, qualche volta "scherzosamente" dirà che sono un po’ "tiranno".

In mattinata mi reco a Teheran con il gruppo che è rimasto.

Raggiungo il consolato Turkmeno per far aggiustare il passaporto di Bruna sul quale c’era un errore commesso dal Consolato di Vienna. Errore che non ero riuscito a far rettificare prima della partenza, nonostante una fitta corrispondenza e-mail e le numerose telefonate.

Ci riesco non prima di aver pagato una piccola "tassa" di 20 $.

Nel pomeriggio raggiungo l’Agenzia Caravansahra per rappresentare la mia indignazione. Ammettono la loro responsabilità circa il biglietto aereo mancante e non pago il saldo dovuto, riservandomi di farlo al termine del viaggio, dopo aver verificato che tutto sarebbe andato per il meglio.

Mi faccio rimborsare il biglietto di Savino e chiedo come risarcimento e manifestazione di buona volontà il pranzo gratuito (non era compreso nel costo dell’escursione) a Shiraz per gli otto "fortunati".

L’Agenzia provvederà ottimamente.

Pranziamo a ristorante e nel pomeriggio visitiamo il Museo Nazionale dei gioielli.

Si trova nei sotterranei della Banca Melli, la banca centrale dell’Iran.

 

Ospita la collezione più stupefacente del mondo. Su una guida dell’Iran è scritto:

" ..anche coloro che non nutrono un interesse particolarmente spiccato per le pietre preziose non dovrebbero perdersi questo museo…".

Vero! Siamo rimasti abbagliati da tanto splendore! Peccato che il gruppo escursionista non ha potuto essere partecipe della visione di tale sfarzo.

La giornata è stata molto afosa e si percepisce una temperatura intorno ai 40°. La metropoli non è adatta al "mordi e fuggi" e i trasferimenti da un posto all’altro impegnano ore.

Penso che forse è meglio anticipare al giorno seguente la partenza da Teheran per recuperare le forze con un giorno di riposo o con una marcia più rilassata.

Penso in particolare agli amici escursionisti che ormai non dormono da 48 ore e di evitare loro un’altra giornata faticosa che non sarebbe stata compensata da visite di siti particolarmente affascinanti. Teheran, si sa, non è né bella né ricca di storia, è interessante solo per i musei e i suoi lati nascosti andrebbero scoperti con una permanenza ben più lunga.

Comunico la decisione al gruppo rimasto con me e avverto gli altri (non ricordo se telefonicamente o con un biglietto sul parabrezza).

In nottata le 4 coppie rientrano da Shiraz. Mi svegliano all’una di notte per comunicarmi, con "severità", che non sono d’accordo sull’anticipo della partenza per il fatto di non essere stati interpellati preventivamente e di non aver potuto esprimere la loro opinione (cosa non facile telefonicamente, trovandosi a Shiraz, né in nottata al loro rientro).

Formalmente hanno ragione, ma gli animi sono accesi ed è impossibile fare capire loro che la mia "decisione" muoveva da un interesse generale.

Non comprendo, però, tanta animosità. Forse pensano che mi sono messo d’accordo con chi ha già visto, se pure di sfuggita, Teheran. Mai avrei pensato o fatto una cosa del genere.

Chiedono il rispetto rigoroso del programma. "Decido" di non avere alternative onde evitare malumori più seri.

Difficile riprendere sonno dopo tanta concitazione. Si poteva chiarire tutto al mattino.

Trascorro agitato le poche ore che restano al sorgere del sole.

14 Sett.
Teheran km 0

Al mattino, in attesa dell’ arrivo del minibus che avevo disimpegnato a seguito della mia "decisione", Hadi, da buon psicologo, organizza una gita in telecabina sul Monte Tochal (3933 mt) che viene offerta gratuitamente dal direttore del parco.

Io e Andreina ci fermiamo ad una quota inferiore (ho paura dell’altitudine) mentre tutti gli altri salgono fino alla cima.

La sosta è piacevole e una leggera brezza ci inebria.

Siamo presi d’assedio da ragazzi e ragazze che vogliono sapere tutto di noi, l’età, il nome, il lavoro che svolgiamo in Italia, dei nostri figli, dell’occidente.

La conversazione, pur limitata da una sequela di "how are you?" " Where are you from?", "how old are you"?, "what’s your name?" ecc. resta interessante e propone un’umanità giovanissima desiderosa della conoscenza di un mondo per loro così lontano.

Sono freschi e genuini, il sorriso è aperto, sincero, i loro occhi brillano di gioia, di una gioia candida e intensa.

C’è un’osmosi di emozioni che riempiono di felicità la loro giornata e la nostra.

Ci fanno dimenticare fatiche e tribolazioni, rafforzano la nostra convinzione che i soldi per viaggiare sono tra i migliori spesi, che tra paesi e popoli ci sono steccati artificiali creati solo dalla politica.

Nel pomeriggio visitiamo il Museo Nazionale e facciamo un breve giro al Centro Commerciale.

Caldo, caldo e ancora caldo.

Per fortuna il sito per la sosta notturna è fresco.

15 e 16 Sett.

Tehran- Frontiera Gaudan (Iran/Turkmenistan)-Asghabat km 1234

Dopo aver percorso diverse centinaia di km, a circa 100 dall’ hotel previsto per il pernottamento, apprendiamo che la strada per la frontiera turkmena, dopo Gombad, è interrotta per un’alluvione.

Vero o falso che sia, non lo sapremo mai.

Molti pensano che l’hotel, mal programmato da Caravansahra, non è in grado di accogliere 10 camper e, quindi, la guida si sta inventando l’alluvione.

Mia moglie, quando si era verificato il problema dell’ hotel Laleh di Teheran, aveva supposto che il direttore dell’hotel, probabilmente per prudenza, aveva preferito rinunciare ad ospitarci mettendo in difficoltà lo stesso Tour Operator. E’ una delle molteplici interpretazioni che si può dare alla imprevista inefficienza di Caravansahra.

Il nuovo problema mi convince che le riflessioni di Andreina non erano del tutto peregrine.

Ne avrò conferma in Uzbekistan quando apprenderò dalla guida che il governo iraniano sta espellendo tutti i lavoratori stranieri presenti sul territorio nazionale.

Adesso, a casa, alla luce delle prese di posizione del nuovo Presidente dell’Iran penso anche io che l’esito finale della lotta di potere in corso tra le due anime (moderata e conservatrice), essendo incerto, ha indotto qualche proprietario di hotel a non accettare europei tra i suoi clienti, per quieto vivere e per restare invisibile ai temuti "guardiani della rivoluzione".

Torniamo indietro, deviamo di alcune centinaia di km per raggiungere la frontiera turkmena.

Per rispettare la tabella di marcia siamo costretti a viaggiare di notte.

Concordiamo solo un paio d’ore di riposo e ospito Hadi a bordo, ma purtroppo la " promiscuità", impossibile da evitare completamente pur realizzando due modesti ambienti separati, e la conseguente circostanza di non poterci svestire per stare un po’ più comodi, ci fanno riposare male.

Ormai la perdita del sonno si va accumulando paurosamente.

Ah!, se fossimo partiti un giorno prima da Tehran! Avremmo avuto tanto tempo a disposizione per affrontare il nuovo imprevisto.

Il 16 arriviamo , sul filo di lana, alla frontiera Iran/Turk.

Siamo ripagati la sera da un’accoglienza di alto livello da parte del Tour Operator turkmeno che ci sta aspettando già da molte ore in frontiera per accompagnarci al parcheggio dell’Hotel Nissa.

Finalmente!

 

 

La frontiera di Badijgiran/ Gaudan (1° ingresso in Turkmenistan)

Badijgiran non è Bazargan.

Si trova ad oriente, molto ad oriente, fuori dal percorso ordinario dei Tir che quotidianamente assicurano il collegamento con i mercati occidentali, incastrata tra montagne eccezionali con saliscendi mozzafiato, in un paesaggio lunare che ho visto solo nei reportage televisivi e mai altrove.

I militari di quelle poche casupole scalcinate, privi di qualsiasi mezzo moderno di registrazione, che a malapena conoscono il "Carnet de Passages en Douane", sono costretti ad affrontare i controlli documentali di 10 mezzi, che raramente hanno visto prima, e di 20 persone.

Capiscono che abbiamo fretta e che tra lì a qualche ora i militari del Turkmenistan chiuderanno i battenti. Sono gentilissimi, si danno da fare, si fanno anche aiutare da Hadi, ma putroppo la lentezza resta esasperante. Mi rendo conto che più veloci di così non possono essere a causa della manualità delle operazioni.

Sperando nello "stellone", resto sulla "graticola" ad arrostire senza poter incidere minimamente sull’accelerazione del loro scrivere e riscrivere le stesse cose su voluminosi registri di epoca passata.

Passano minuti lunghi, interminabili che riducono sempre di più il tempo che manca per la chiusura della frontiera turkmena.

A tempo ormai quasi scaduto , siamo davanti alla garitta del militare turkmeno. Stranamente apre e ci fa passare. Questo primo blocco, pur presentandosi dimesso nel suo isolamento in montagna, è più dotato della frontiera iraniana appena lasciata.

Qui viene fatta una prima serie di registrazioni. Poi, mi dicono, si deve andare giù per una trentina di km a un secondo blocco sito nella periferia di Asghabat, per il completamento delle pratiche.

Ne vengo fuori per primo, dopo alcune ore trascorse tra un incomprensibile colloquio con alcuni militari per stabilire la cifra da pagare a titolo di tassa sul gasolio ( in Turkmenistan costa circa 10 vecchie lire al litro) , il disegno dell’itinerario sul "papier" che si deve gelosamente custodire, il controllo dei mezzi, dei passaporti e timbri vari.

Non potendo comunicare con l’Agenzia ( il Turkmenistan nella zona di frontiera di Gaudan interdice l’utilizzo dei cellulari), mi affretto ad avviarmi alla seconda postazione per bloccare la guida che potrebbe essere ancora lì ad aspettarci.

Si avvicina l’imbrunire e la sconsolante solitudine in mezzo alle montagne, non ho vergogna a scriverlo, mi mette paura. Dopo qualche km torno indietro e mi ricongiungo al gruppo. Vada come il destino ha stabilito, vedremo giù cosa fare se la guida non c’è. Una soluzione la troveremo.

La decisione di tornare indietro si rivela quanto mai efficace. I funzionari doganali mi cercavano perché il mio Carnet non era stato "visionato". Ma se nessuno me lo aveva chiesto! Lo esibisco, lo guardano, non registrano nulla e mi chiedono un dollaro. Faccio finta di non aver capito, saluto e vado via.

E’ un primo assaggio della " confusione" esistente nelle frontiere dell’Asia Centrale.

Comunque, quando siamo tutti pronti partiamo.

Il secondo blocco si presenta elegante e pieno di verde. I militari sono gentili, l’ordine è sovrano!

Anjelika, la direttrice dell’Agenzia, accompagnata dalla guida Helen che ci sarà affidata, ci sta attendendo da molte ore in un luccicante fuoristrada; sapeva che noi eravamo sopra e mi dice che "eccezionalmente" le autorità doganali avevano posticipato l’orario di lavoro fino alla conclusione di tutto l’iter burocratico.

Potenza dell’efficienza del Tour Operator o della "comprensione" delle autorità governative di non abbandonarci nella terra di nessuno tra le due frontiere?

 

Entriamo in Asghabat, la capitale

Scortati da un fuoristrada, attraversiamo la città semideserta. Guardando dal retrovisore la lunga colonna di camper mi corre un brivido alla schiena.

Sembra una colonna militare che si accinge ad occupare i posti strategici della città dopo una battaglia contro l’inefficienza e la burocrazia.

Nonostante tutto, il peggio è passato. Abbiamo centrato il primo obiettivo.

 

17 e 18 Sett.

Asghabat km 0

In questi 2 giorni visitiamo tutti i siti programmati (il Museo Nazionale dei Tappeti, il bazar russo, l’Ippodromo, l’antica Nissa, il Tolkuchka) con 2 minibus messi a disposizione dall’hotel, come da programma.

Il 19 dobbiamo lasciare la città ed entrare nel deserto e si devono percorrere oltre 600 km in 2 giorni. Helen mi avverte che lungo il percorso non ci sono distributori e forse anche a Dasoghuz, ultima città turkmena, non sarà possibile fare rifornimento. Pensa che anche in Uzbekistan, nei pressi della frontiera, avremo problemi per cui consiglia di comprare taniche da aggiungere a quelle portate da casa per essere al sicuro, almeno fino a Khiva.

E’ domenica, i negozi sono chiusi. Io ed alcuni compagni rinunciamo alla visita degli scavi di Nissa e ci mettiamo a caccia di taniche che, con l’aiuto dell’autista del minibus, riusciamo a trovare presso un privato (due da 20 litri per ogni camper).

Asghabat

E’ bellissima ma anche kitsch. Dipende dallo spirito con il quale si guarda.

Le strade sono tirate a lucido. La cupola della residenza del presidente è rivestita di lamine d’oro. C’è una cura maniacale per la pulizia.

Tuttavia appare come una città disabitata, senza vita, senza anima. Non emoziona.

Sembra un grande palcoscenico sul quale non ci sono attori ma solo quadri che rappresentano l’inutile.

E’ zeppa di fontane, giardini, architetture di avanguardia, un parco stracolmo di acqua creato dal nulla, da cui partono 34 km di scalini lungo la dorsale delle colline per arrivare in un punto dove, si dice, ogni anno, il Presidente riceve la "nomenclatura". Quanto prezioso liquido sottratto inutilmente al lago d’Aral che tra non molto diventerà un stagno: un vero disastro ecologico!

Fuori di essa troveremo solo deserto e miseria!

I cavalli del Presidente

Trascorriamo alcune ore nell’Ippodromo.

Nell’ imponente struttura, coerente con la "performance edilizia" della vicina Asghabat, vengono allevati stupendi destrieri della razza Akhal-Teke per la delizia del presidente. Si dice che ama farne omaggio a capi di governo stranieri in occasione di visite di stato.

I turkmeni, si sa, sono tra i migliori cavalieri dell’Asia.

Retaggio, forse, della cavalleria mongola, che quando avanzava faceva tremare la terra e terrorizzava gli eserciti avversari.

Come avvenne ad Alessandro Magno (ricordate il recente colossal cinematografico Alexander?) quando in India il suo glorioso esercito indietreggio’ per la prima volta di fronte al rombo della carica degli elefanti.

Tutto ruotava attorno al cavallo. Con il latte di cavalla i cavalieri preparavano degli estratti che poi allungavano con l’acqua per farne bevanda e sopravvivere in quei deserti. Poi, quando le scorte si esaurivano, ne incidevano la pelle e ne bevevano il sangue.

Gengis Khan creò il suo impero, fino al Baltico, grazie ai suoi cavalli e ai suoi cavalieri.

I cavalieri odierni di Asghabat prima si esibiscono in evoluzioni, poi fanno uscire uno alla volta esemplari stupendi e altezzosi dal vello lucido come uno specchio che s’impennano a 90 gradi su semplici, rapidi comandi.

Tra questi un cavallo color bronzo. Sembra una statua scolpita da mani michelangiolesche.

Alla fine viene introdotto lo stallone, il capo.

E’ imponente nel suo "vestito" nero. La schiena è leggermente sottoposta al sedere, il collo lungo è ornato da una criniera lussureggiante. Cammina libero, al passo, con la testa alta sculettando.

Sembra una re e sembra voler dire dopo di me il vuoto. Non è trattenuto dai palafrenieri.

Dall’altezzoso passo regale passa al piccolo trotto. E’ una danza. Poi si esibisce in corsa con i muscoli tesi al massimo.

E’ una visione bellissima. Ci lascia affascinati.

Ci aspettavamo una visita dallo scarso significato, fatta solo per completare le cose da vedere in Turkmenistan ed invece si è rivelata un altro tassello importante nella composizione del puzzle del viaggio.

Ci esibiamo anche noi a dorso di puledri più mansueti, poi si va via soddisfatti.

Alcuni si recano A Nissa, io resto con altri ad Asghabat per trovare taniche di scorta.

 

Il Bazar Tolkuchka

E’ il secondo bazar dell’Asia per importanza ed estensione. Si adagia sulle sabbie alla periferia di Asghabat per alcuni km quadrati.

L’incredibile abbondanza di uva succulenta dal colore rosato, le migliaia di foulard dai più fini ed audaci colori, i cesti colmi di melograni rosso fuoco, le centinaia di tappeti sparsi sulla sabbia a guisa di oggetti di scarso valore, le enormi pile di pomodori che sembrano aver catturato tutto il sole del deserto, le gracchianti radioline a transistor, gli spumeggianti tessuti tempestati di fili d’oro e luccicanti pajettes, gli spiedini sparsi su lunghe e strette braci che sembrano accese da tempo immemorabile, dal profumo intenso e stimolante che invitano all’assaggio a dispetto delle precarie condizioni igieniche, i ricambi auto nuovi ed usati per improbabili auto marcianti, le corpulenti donne avvolte in floreali costumi sedute su traballanti scanni dietro decine e decine di banchetti carichi di monili d’oro, trasparenti pietre di ogni dimensione e colore, collane delle quali nessuno conoscerà mai il vero valore, il fruscio di mazzette di lerce banconote, contate velocemente, discretamente, con professionalità e maestria da queste donne, umanità d’altri tempi,

sono scene ed attori che nel loro incredibile eccesso e nella fantasmagorica fusione di colori, suoni, odori, creano la rappresentazione del Bazar Tolkhuchka.

Tutto lì, sotto il sole cocente. Impressionante!

La capacità di orientarsi si affievolisce. La razionalità "occidentale" si dissolve nel caos "ordinato" di questo grandioso mercato all’aperto.

Sembrano immagini del passato, sembra che tutto il passato sia concentrato a Tolkhuchka,

Ma no! A Tolkhuchka il passato è presente.

Sono disorientato e felice. Osservo ed archivio le immagini nella mente e le sensazioni nel cuore. Non ho macchina fotografica, né cinepresa. Forse non servono. Sicuramente servono cuore e sensibilità.

Nel grande "teatro" all’aperto di Tolkhuchka si dovrebbe andare il sabato per uno sguardo d’insieme , poi il giorno dopo, di domenica, quando raggiunge il suo apice, con vestiti comodi e leggeri e con tanto, tanto tempo a disposizione.

Il Tolkhuchka, questo sterminato bazar - secondo nell’Asia Centrale, dopo quello di Kashgar nello Xijang - adagiato sulla sabbia nei suoi sfavillanti colori proiettati su di noi da sete damascate, ori, tappeti …alcuni volanti…, dai variopinti costumi indossati dalle donne, da solo, vale un viaggio in Asia Centrale.

 

La danza turkmena

Tre leggiadre fanciulle turkmene, avvolte in sfavillanti e morbide sete, accompagnate da suonatori con strumenti d’epoca, danzano per noi e descrivono con il loro canto scene di vita quotidiana.

Il loro sorriso è etereo, sincero, ammaliante, erotico. Sembrano uscite da una delle favole raccontate dalla principessa Sheherazade ne "Le Mille e una notte", ispirate, si dice, dall’ambiente dell’antica Merv (l’attuale Mary) , una delle più importanti città carovaniere, quando era al culmine della sua potenza e della sua bellezza.
Alla fine del viaggio, dopo la scoperta dell’Oxiana", comprate i due volumi. La principessa vi terrà compagnia nelle serate d’inverno con i suoi incantesimi in giardini lussureggianti tra frutti, ori, tappeti, pietre preziose.

E’ un caleidoscopio di sensazioni e di visioni che come una macchina del tempo vi riporterà indietro di oltre 600 anni.

Comprate pure la Suite sinfonica " Shéhérazade" scritta da Nicolai Rimski-Korsakov Rimarrete affascinati dalle atmosfere create nel tradurre in musica le favole della principessa.

 

19 Sett.

Asghabat- Darzawa km 276

Il rifornimento non è problematico. Dopo qualche tentativo andato a vuoto, alla periferia della città, prima di lasciare una strada larga ed asfaltata, riusciamo a fare il pieno e a riempire le taniche di scorta.

Entriamo nel Karakum, deserto delle sabbie nere.

La strada è un inferno. Procediamo in molti tratti a passo d’uomo. Ogni tanto animali ed piccoli uccelli saltellanti tagliano la "strada". Nel pomeriggio ci fermiamo presso una yurta dove vive una famiglia di 14 persone nella più assoluta miseria.

Alcuni amici sanno che nei pressi, oltre le dune, si può assistere ad un evento della natura da non perdere. Di sera tardi, dopo una cena in comune, riescono ad avvicinarsi ad un vulcano in attività

trasportati da un autocarro apparso dal nulla.

Il giorno dopo mi raccontano di uno spettacolo infernale ed affascinante: fuoco e fiamme uscivano dalle fenditure della terra in un raggio di qualche km.

Ne ho conferma guardando il film che sono riusciti a girare nella notte.

Il pernottamento è sereno.

Darzawa, il piccolo villaggio in un’oasi a metà strada nel deserto, non esiste più. Perché distrutto da un terremoto, riferisce la nostra guida Helen. Ma quale terremoto? Quando?

Forse le autorità non vogliono la presenza di occhi indiscreti, o perché lo considerano un luogo strategico o perché, come ho subito pensato, gli abitanti sono stati divisi e "deportati" altrove per non far vedere l’enorme miseria concentrata in un punto. E’ una mia convinzione ricavata da qualche parola in più detta da Helen, la guida.

La solitudine, mitigata solo dalla presenza della yurta, unico segno di vita nelle sabbie, il silenzio assoluto, la trasparenza del cielo che avvicina gli astri e si trasforma in una cupola che copre la terra, sollecitano la contemplazione e fanno vibrare le corde della fantasia.

Vedo i tre Re Magi sui loro cammelli guidati dalle stelle, gli accampamenti degli eserciti che hanno scritto la storia, Alessandro il Macedone, Gengis Khan, Tamerlano……

Il deserto si popola di uomini ed animali. Diventa vivo e rumoroso per il frastuono della battaglia, delle sciabole che s’incrociano, dello scalpitio dei cavalli, delle urla terrificanti delle orde che vanno all’attacco.

Tutto ciò annulla solitudine e silenzio e mi riporta alla mia vera natura di uomo del sud, abituato al chiacchiericcio della brulicante umanità tipico della mia cittadina alle porte di Napoli.

Così, sereno, sento che le palpebre si appesantiscono. Velocemente sopraggiunge un vero sonno ristoratore.

20 Sett.

Darzawa-Dasoghuz km 347

Si continua nel Karakum. Il dissesto dell’asfalto, di quella che solo con forte immaginazione si può chiamare strada, costringe ancora alla bassissima media di ieri.

In prossimità di Kunjaurgench la steppa e la solitudine cedono e il passo ad un po’ di verde e alla presenza umana.

La visita dell’antica capitale della Corasmia è fugace.

Una sequela di antichi monumenti sparsi nella pianura sembrano invitarci, con la loro sacralità, al silenzio e al rispetto.

Dopo la visita continuiamo per Dasoghuz.

Il pernottamento presso l’hotel prenotato è tranquillo e sicuro.

 

21 Sett.

Dasoghuz - frontiera Turkmenistan/Uzbekistan ( Dasoghuz/Shavat) - Kiwa km 72

Prima di partire mi reco, accompagnato dal direttore dell’hotel, a un vicino distributore per chiedere se possiamo avere del gasolio. La sua calda intercessione e il mio sguardo, reso per la circostanza "preoccupato" e "malinconico", convincono il benzinaio. Si concorda quantitativo e prezzo.

 

 

 

La frontiera di Dashoguz/ Shavat (prima uscita Turkmenistan e ingresso in Uzbekistan)

Passano alcune ore prima di poter realizzare la prima uscita dal Turkmenistan. Memore dei lunghi tempi di attesa all’ingresso, regalo molto materiale ai militari per accelerare le pratiche ma l’iniziativa riduce lievemente, anzi quasi per niente, i tempi della sosta.

Oltre alle normali procedure, si perde del tempo perché chiedono una differenza sulla "Transport tax" pagata in ingresso. I militari sostengono che c’è stato un errore dei loro colleghi a Gaudan. Esco dall’ufficio, spiego alla comitiva il contrattempo e comunico che dobbiamo entrare uno per volta, come imposto dal funzionario, per definire la pratica.

Helen aspetta paziente ma non può fare nulla, nemmeno entrare negli uffici.

Obbedienti adempiamo. Ormai incominciamo a capire come funzionano le cose.

Si riceve un foglio da presentare ad un altro ufficio dove chiedono un supplemento per il "papier" (costo della ricevuta come dicono loro) per definire materialmente l’incasso.

Perplessità della comitiva con qualche "ingiustificata" insofferenza.

Entriamo a Shavat dove incontriamo Shukur, la giovane guida uzbeka.

Mi esibisce una tessera governativa dove ci sono il suo nome, la foto e la scritta "First class guide"

Le formalità di frontiera sono asfissianti, nel caldo asfissiante.

Io e Shukur giriamo da un ufficio all’altro, sembra che nessuno voglia prendersi la responsabilità di farci entrare nel paese. Il punto dolente è sempre " l’odiato" Carnet. Incomincio a pensare che non sanno come gestirlo essendo stato abolito da tempo. L’obbligo è rimasto solo per l’ Iran. Allora perché lo chiedono?

Finalmente un funzionario si mette a telefono ed ottiene istruzioni dall’Ufficio Immigrazioni di Taskhent. Ci dice che non occorre, però dobbiamo riportare tutti i dati in esso contenuti su un modulo che contiene domande solo in russo. Con l’aiuto di Shukrur che fa da traduttore, e quello prezioso di Carla, che nel frattempo mi ha raggiunto negli uffici, copiamo i dati dei dieci Carnet.

Tra uscita del Turkmenistan ed ingresso in Uzbekistan passano più di 6 ore.

 

Alla frontiera Uzbeka di Shavat un poliziotto graduato, con fare ammaliante mi fa tante domande. Penso che vuole solo dialogare con un occidentale. Le domande, però, diventano sempre più circostanziate. Si spinge fino a chiedermi quanti dollari ha con sé ogni equipaggio.

Ciò mi allarma perché la domanda è posta fuori dall’ufficialità, in un momento di attesa.

Memore di quanto appreso dalla Lonely Planet gli rispondo che non so i fatti degli altri, poi mi allontano accennando un formale saluto.

 

La dichiarazione di valuta è un adempimento di frontiera delicato e pericoloso che deve essere valutato attentamente dal viaggiatore indipendente.

Ad ogni ingresso bisogna dichiarare la valuta che si ha con sé.

Mentre all’ingresso in Iran è obbligatoria solo per importi superiori ai 1000 $ e, comunque, sulla base dell’esperienza acquisita, non viene effettuato alcun riscontro circa la veridicità della stessa, in Turkmenistan ed Uzbekistan è prescritta indipendentemente dall’importo.

Considerata la corruzione dilagante e il comportamento famelico dei doganieri, in questi due paesi bisogna interrogarsi se conviene dichiarare il vero o il falso.

Se si dichiara il vero un funzionario infedele potrebbe darne notizia a complici malviventi e si corre il rischio di una rapina.

Se si dichiara il falso e poi perquisiscono il mezzo sono guai: come minimo ci sono confisca e severe sanzioni.

Ognuno deve risolvere questo rebus secondo il proprio carattere e la propria audacia, ma in gruppo è bene adottare gli stessi comportamenti perché una sola inadempienza può causare contrattempi a tutti.

Noi abbiamo dichiarato sempre il falso e nascosto accuratamente il surplus.

 

Entriamo a Khiva attraverso le possenti mura color ocra.

Davanti ai nostri occhi si apre uno scenario stupefacente, superiore ad ogni aspettativa.

Concitate esclamazioni di meraviglia si accavallano nei CB. Ognuno vuole accertarsi che ciò che gli sta davanti non è il frutto della sua immaginazione, non è un miraggio e si vuole rassicurare che è tutto vero, concreto.

Gioia mista a incredulità serpeggiano negli animi.

Cupole, minareti, scuole coraniche, harem, palazzi, moschee formano un dedalo di vicoli, strade e stradine. Ovunque predomina il blu-turchese delle maioliche. Non c’è niente di moderno che si sovrappone all’antico.

E’ una città dove il tempo si è fermato. Non ci troviamo davanti a singoli monumenti ma di fronte ad intera città perfettamente conservata attraverso finissimi restauri. Il suo centro storico "Ichan Kala" è rimasto integro grazie ad un programma di conservazione sovietico, varato negli anni Settanta e Ottanta che ne hanno fatto una citta’-museo a cielo aperto.

Non a caso Ichan Kala (città vecchia) è patrimonio mondiale dell’Unesco.

Il personale dell’Hotel ci accoglie con calore e, gradita sorpresa, mette a nostra disposizione 2 stanze per la doccia e altre esigenze. Shukur, la nostra guida uzbeka, dice che così sarà per il resto della permanenza in Uzbekistan. Penso che una camera è sufficiente per le nostre esigenze, per cui il giorno dopo ne cedo una e con l’aggiunta di dollari ottengo in cambio le guide parlanti italiano per le successive visite di Bukhara e a Samarcanda. Ciò per evitare a tutti altre spese.

Sistemati i camper, andiamo in ordine sparso in giro per un prima "esplorazione".

In serata ceniamo all’aperto, nel giardino dell’hotel, con musica contadina dal vivo.

 

22 Sett.

Kiwa km 0

La visita è una full immersion in questo gioiello, che incastonato tra i frutteti e i campi di cotone nel delta dell’Amu Darya, brilla ancora di luce propria.

Peccato che tutti i monumenti al loro interno sono diventati tanti bazar. I colori e la varietà delle merci esposte, se da un lato rendono gli interni "vivi", dall’altro distraggono dall’approfondimento "culturale" . Allora, più che sentire la guida, si è attratti dalla luce di questi colori e dalla sussurrate contrattazioni di chi furtivamente si è allontanato dal gruppo.

Tutti aprono i cordoni della borsa e inizia il rito dello shopping a tutto campo.

 

La danza uzbeka a Khiva

Vengono dei musici ed intonano una musica dura, arcaica, contadina. Uno dei ballerini, un ragazzo di non più di 15 anni, si esibisce in una danza che imita gli animali.

Il suo volto è una maschera che di volta in volta diventa scoiattolo, uccello, volpe.

Non è per i nostri gusti e non ha niente a che vedere con la performance delle fanciulle turkmene. Ma suscita sensazioni forti, ancestrali. Intimidisce e impaurisce. Forse rappresenta il lato rude e guerriero delle antiche popolazioni dell’Asia Centrale.

Spinge la memoria nel passato, in un passato nel quale il vincitore non lasciava vinti sul terreno, in un passato nel quale i vinti venivano sterminati. Tutti. E le loro teste infilzate come trofei e monito su aguzze lance all’ingresso degli accampamenti.

Per l’ambivalente Timur lo zoppo, il Tamerlano per noi occidentali, mecenate e guerriero sanguinario, non ci dovevano esse vinti. Sterminio totale e saccheggi dovevano seguire la vittoria. La regola era: nessuna pietà.

 

23 Sett.

Kiwa-Bukhara km 490

Si attraversa il Kizilkhun, deserto delle sabbie rosse.

La strada è discreta, niente a che vedere con quella del Karakum.

Taglia sterminati campi di cotone. Ogni tanto attraversa polverosi villaggi con vecchie costruzioni, adibite allo stoccaggio e alla lavorazione del cotone, anonime e deprimenti nel loro perfetto stile russo.

Devono essere le vecchie fattorie collettive di proprietà dello stato fino alla cosiddetta "indipendenza" da Mosca.

Trasmettono un senso di malinconia mista a comprensione per queste popolazioni lasciate allo sbando con il crollo "dell’Impero sovietico" e prese in "custodia" da vecchi esponenti del regime, riciclatisi come padri della patria.

Una lunga teoria di balle di cotone, angurie, meloni di ogni forma e dimensione ai lati della strada ci accompagna per gran parte dei 500 km del Kizilkum.

Perché sono così triste e commosso per questa povera gente?

Forse perché mi rendo conto che, intrappolata dall’ex Unione Sovietica nella monocoltura del cotone, privata dei suoi valori, della sua fede religiosa, e poi abbandonata, oggi disperatamente alla ricerca della propria identità attraverso il recupero del suo glorioso passato, difficilmente ce la farà.

E’ stretta nella morsa del grande "gioco" planetario al quale partecipano le grandi potenze, Russia, Cina, Stati Uniti, per il controllo di questi territori ricchi di risorse naturali ancora intatte.

 

Siamo accolti con la solita professionalità. Ormai è una costante dell’Asia Centrale.

La direzione si mostra orgogliosa di ospitarci.

Il parcheggio è ampio e all’ombra, l’acqua è a pochi metri, come pure l’energia elettrica fornita da colonnine disposte ogni 2-3 metri.

 

24 e 25 Sett.

Bukhara km 0

Appare viva, ordinata nei suoi ampi viali.

Il centro storico, patrimonio mondiale UNESCO, tuttora abitato, è ricco, ricchissimo di monumenti.

Due giorni sono sufficienti per vedere tutto, ma non per "memorizzare".

In serata, nel cortile di un caravanserraglio trasformato in palcoscenico, ceniamo allietati da sfilate di moda e raffinate danze.

Prima del pernottamento, ricordo alla guida di esaminare in anticipo la possibilità di farci un veloce rifornimento di gasolio il giorno dopo, prima di uscire dalla città. Dice di sì ma intuisco che la cosa non è semplice

Ormai i miei occhi e la mia mente incominciano a perdere il senso del discernimento.

Sono tali e tanti gli impulsi emotivi messi in circolo da quello che ho visto a Khiva e ciò che mi circonda adesso.

Faccio fatica a fare distinzioni, ordinare siti, nomi, stili architettonici e la storia che li ha ispirati. Sono letteralmente stordito.

Oggi, scrivendo, trovo difficoltà a mettere ordine nei miei ricordi.

Tutto si sovrappone in un’incredibile mescolanza di oggetti, luci, suoni, monumenti……

Specialmente di sera, quando penso al viaggio, prima di addormentarmi.

Cerco di inquadrare Bukhara. Per molti aspetti rimane ancora un buco nero che risucchia, come nelle dissolvenze di una cinepresa, tutto, velocemente: tappeti, minareti, frutta, gioielli, sete……..

Poi, pian piano riesco a ricomporre il mosaico rileggendo alcuni brani nella letteratura di viaggio che ha riempito molte mie serate nei mesi antecedenti la partenza. Collego le cose viste a Bukhara alle descrizioni dei libri e alle spiegazioni della nostra guida Natik, risentite attraverso la visione del film amatoriale girato da Enzo.

Così i ricordi affiorano e Bukhara assume un contorno più netto.

Ricordo la Torre Kalon, risparmiata dalla furia distruttice di Gengis Khan impressionato dalla sua bellezza, e passata ai posteri con il nome di "torre della morte" in quanto utilizzata dai crudeli khan e poi dai russi fino al 1920 come luogo di esecuzione dei condannati a morte ( venivano mandati in cima e buttati giù).

La madrasa Ulugbek dove Nutik ci spiegò che Bukhara, all’epoca del suo massimo splendore, aveva un numero incredibile di scuole coraniche (300/400) con circa 15.000 studenti universitari. Che era uno dei centri culturali più importanti dell’oriente (seconda solo a Baghdad) con la sua biblioteca di oltre 45.000 volumi.

La residenza reale (Ark) dove comprammo bellissimi cuscini ricamati a mano.

I variopinti Bazar, distinti per specialità merceologiche e separati "fisicamente" l’uno dall’altro dove comprammo coloratissimi arazzi, i "susameh" che secondo la tradizione uzbeka le fanciulle in giovane età ricamano. Più è ricco e colorato il ricamo, più sono considerate adatte al matrimonio.

Il luogo dove nacque Ibn Sina, conosciuto in occidente come Avicenna . Medico, matematico, scienziato, filosofo, scrisse la più grande enciclopedia medica che ha ispirato la medicina fino a qualche centinaia di anni fa.

A Bukhara ti perdi.

Bukhara ti proietta nell’essenza dell’Islam colto ma anche nella crudeltà di Tamerlano.

 

26 Sett.

Bukhara-Samarcanda km 280

Usciamo dal parcheggio di buon ora. I distributori non hanno gasolio. Percorriamo qualche decina di km. L’esito è negativo.

Si decide che il gruppo aspetta ed io e la guida andiamo alla ricerca del prezioso liquido presso abitazioni private. Dopo aver percorso alcuni km, seguendo le indicazioni che ci vengono date da gente del luogo, finalmente lo troviamo in due posti poco distanti l’uno dall’altro.

Torniamo indietro per informare gli amici. Alcuni automobilisti, con i quali si erano accordati durante la nostra assenza, sono intenti a riempire i serbatoi dei camper.

Qualcuno nota che i tempi di svuotamento delle taniche sono troppo rapidi. Capiscono che stanno subendo una truffa da parte di quegli uomini che, con abili mosse, danno l’impressione di effettuare il travaso. In realtà da ogni tanica ne versano solo pochi litri. Si discute con animosità. Shukur mi fa cenno che è meglio andar via.

Andiamo dove avevamo trovato il gasolio e, finalmente, dopo oltre 2 ore, prendiamo la strada per Samarcanda.

In Asia Centrale il rifornimento di gasolio è un tormentone.

Costa poco ma è difficile reperirlo. Quando si trova un distributore aperto probabilmente ha solo benzina e se ha gasolio occorre essere "raccomandati" dall’hotel dove hai parcheggiato il mezzo. In ogni caso, se accettano te lo danno razionato, dopo aver concordato il prezzo.

Spesso bisogna reperirlo di contrabbando preferibilmente all’interno di luoghi circoscritti e al riparo da occhi indiscreti, comunque mai sulla strada dove la truffa è dietro l’angolo, come un finto travaso o la "fornitura" di gasolio allungato con molta acqua.

Non puoi discutere perché si può avere a che fare con elementi malavitosi.

Quindi è bene togliere dalle cassepanche le cose non indispensabili e mettere taniche di scorta. Cercare di tenerle sempre piene e quando c’è possibilità di rabboccarle, farlo.

Qualche km prima di entrare in città ci fermiamo sotto la grande, scalcinata, insegna che annuncia l’arrivo alla meta. Le foto ricordo e i dolcini innaffiati da spumante sono d’obbligo.

Nel pomeriggio ci sistemiamo nel parcheggio del lussuoso President Palace Hotel e, mossi dalla curiosità, ci mettiamo subito in giro.

Samarcanda, finalmente!

I suoi viali sono pulitissimi, ampi e freschi, il traffico è sostenuto ma ordinato. Non è rumorosa. Dà una sensazione di spazio e quiete .

Non impone la sua presenza, sembra quasi una delle tante anonime città dell’ex Impero Sovietico. Sembra senza storia. Resto perplesso, quasi deluso.

Sul filo della memoria ripercorro le tribolazioni dei 10 mesi di pianificazione del viaggio.

Penso all’incontro con le Agenzie al BIT di Milano,

alle prime e-mail dirette in Turkmenistan e Uzbekistan,

ai complicati contatti col Console di Vienna,

alle preoccupazioni per le notizie allarmanti sui conflitti a fuoco nel Kurdistan battute dalle Agenzie di stampa, per la rivolta di maggio ad Andijan dove furono massacrate circa 700 persone secondo i dati forniti dal governo uzbeko, per le elezioni di giugno in Iran e alle possibili ripercussioni che questi eventi avrebbero potuto avere sulla nostra sicurezza durante il viaggio,

agli 11 visti sbagliati (10 dal consolato dell’Iran di Roma e 1 da quello turkmeno di Vienna) e ai salti mortali fatti per ottenere le rettifiche,

alle centinaia di e-mail inviate ai tre Tour Operator, ciascuno con mentalità e cultura differente, per chiarire, puntualizzare, definire fino alla paranoia tutti gli aspetti organizzativi non del viaggio ma di "tre" viaggi,

alla riunione di Ancona, all’imbarco, ai primi km in Grecia,

alle prime difficoltà……..

Penso allo stress accumulato, alle incombenze che mi hanno trattenuto a casa fino all’ultimo giorno, al fatto che nei mesi più "frenetici" (luglio e agosto) non ho potuto godere di un solo giorno di vacanza e che sono salito sulla nave a Bari già stanco.

Penso al fatto di essere esposto al giudizio e alla critica per quello che fino ad ora non è andato secondo le previsioni e che potrà non andare nel prosieguo (siamo solo a metà del viaggio!) per cause di forza maggiore o per il progressivo esaurimento della mia forza fisica e mentale che inevitabilmente provoca appannamenti della "capacità di direzione e controllo del gruppo" e della necessaria "diplomazia" verso chi, avendo versato una "modesta" quota di partecipazione, in pratica solo il rimborso spese, si crede in diritto di pretendere tutto, al massimo grado di perfezione, dimenticando che non sta viaggiando con Alpitur né in località sperimentate e collaudate dal viaggiatore indipendente.

L’orgoglio di aver centrato l’obiettivo Samarcanda sembra affievolirsi, ridimensionarsi.

Mi rivolgo a mia moglie che ha "sopportato" in tutti questi mesi la mia assenza dal familiare quotidiano e "condiviso" le mie ansie, chiedendole:

" Ne è valsa la pena aver lavorato tanto, aver macinato tutti questi km, doverne fare altrettanti per il ritorno, quando con 8/10 ore di volo potevamo raggiungere comodamente Taskent e di lì, in condizioni di maggiore sicurezza, ed al riparo da critiche e giudizi, visitare tranquillamente Khiva, Bukhara a Samarcanda tramite un buon Tour Operator?"

Rimane perplessa, esita. Non si aspetta da me questo tipo di riflessione. Conosce perfettamente il mio DNA.

Comunque sono solo attimi. Solo il tempo di percorrere qualche centinaia di metri.

Passiamo davanti ad un’antica moschea, poi svoltiamo intorno ad una statua monumentale.

I pensieri "fuorvianti" svaniscono.

Dico a me stesso, sì né e valsa la pena. Il desiderio di andare in Asia Centrale era troppo forte, si doveva creare il gruppo e non avevo letto di altri che pensavano di organizzarlo.

E ancora, che senso avrebbe avuto passare dall’occidente all’oriente in poche ore, essere catapultato da un aereo, dalla nostra "’opulenza" , dai nostri frenetici ritmi di vita alla miseria visibile ma dignitosa, a ritmi di vita scanditi dalla preghiera, dalla pazienza e dall’apparente accettazione del proprio destino?

Il passaggio sarebbe stato troppo repentino, avrebbe innalzato barriere psicologiche tra noi e ciò che abbiamo visto e che continueremo a vedere e avrebbe alterato l’equilibrio delle valutazioni.

Il viaggio indipendente in camper dà la possibilità di interiorizzare gradualmente, km dopo km, giorno dopo giorno, il passaggio da una cultura all’altra, attraverso il cambiamento dei paesaggi, dei suoi colori, del modo di vestire e di parlare della gente, l’espletamento delle piccole incombenze quotidiane come l’acquisto del pane, il rifornimento di carburante, la ricerca di un meccanico.

Sono percezioni graduali dello scivolamento da un mondo all’altro perché introducono, nello scandire del tempo necessario al trasferimento inteso in senso geografico, un altro tipo di trasferimento, ben più pregnante e gravido di significati: quello psicologico.

Introduce elementi etnici, storici, culturali della meta da raggiungere e riduce, in una sorta di contrappasso, fino alla scomparsa, quelli della tua terra.

Solo attraverso l’intensa esperienza dell’avvicinamento, il mito si concretizza nella meta!

Così si materializzano davanti ai miei occhi il traghetto, le chiese ortodosse della Grecia, i primi minareti turchi, sottili e appuntiti come lance, il ponte su Bosforo, che preannuncia l’Asia, le lire turche, le panciute moschee dell’Iran, i rial, i primi deserti, le yurte, i manat, i campi di cotone, i sum…..

Come il camaleonte adatta i suoi colori all’ambiente circostante, noi, per "vivere" nella giusta dimensione emotiva il cuore perduto dell’Asia, siamo stati, ancorché per tempi brevi, un po’ greci, turchi, curdi, turkmeni, uzbeki secondo l’intensità del nostro rapporto emotivo con le realtà attraversate. Ma sto sognando troppo, la concretezza incombe. Tra poco dobbiamo sistemarci, allacciare la corrente, rifornirci d’acqua, prepararci per le escursioni dei due giorni di permanenza a Samarcanda.

 

27 e 28 Sett.

Samarcanda km. 0

Visitiamo Samarcanda, accompagnati da una giovane guida che ci illustra i vari siti in un raffinato italiano e ci racconta sinteticamente la storia di Samarcanda, persiana, greca, turca, araba, mongola, russa.

I personaggi centrale della sua prolusione sono Tamerlano e Ulug Beck, suo nipote e discendente. Ci racconta:

"Passando da un impero all’altro, Turchi, Arabi, Persiani, Mongoli, prima di venire letteralmente rasa al suolo da Genghis Khan, la citta’ conobbe vari dominii. Ma nel 1370 Tamerlano decise di fare di Samarcanda la sua capitale e forgiò una nuova e mitica città che divenne l’epicentro economico e culturale dell’Asia Centrale. Suo nipote poi la trasformò anche in un centro intellettuale"

All’ora del pranzo ci fermiamo per riposare e dissetarci ma il momento di relax è funestato da un’ape. Sì, proprio un’ape che punge sul collo il nostro compagno Beniamino.

Conseguenza: svenimento e calo preoccupante della pressione arteriosa.

Gli amici medici, Alessandro e la moglie Manola, affrontano il problema come possono, nei limiti che la situazione logistica consente. Consigliano il ricovero in ospedale. Poi il nostro compagno si riprende e per fortuna le cose si mettono per il meglio. Ma che paura!

Nel pomeriggio completiamo la visita di Samarcanda.

Il giorno seguente, "libero" per tutti, io e mia moglie andiamo in giro, nella mattinata con Enzo e Lina e nel pomeriggio da soli. Dopo un salto al bazar russo e ai magazzini Gum di sovietica memoria "esploriamo" parte dei siti visti il giorno precedente con immersione totale nel colorato bazar.

L’escursione solitaria del pomeriggio ci dona un sollievo straordinario. Dimentico i problemi organizzativi.

Torniamo al camper stanchi, ma rilassati e felici.

 

I monumenti

Di Samarcanda, capitale dell’antica Sogdiana, ricordo tutto.

E’ più facile da esplorare perché i monumenti non sono concentrati allo stesso posto e sono di numero inferiori a quelli di Khiva e Bukhara.

Dal President Palace Hotel si arriva direttamente, dopo aver superato sulla destra il mausoleo di Gur Emir, dove troviamo la cripta di Tamerlano, poi, poco più avanti sulla sinistra splende la monumentale piazza Registan, considerata una delle più belle del pianeta con le tre imponenti e maestose madrase.

Si percorre una strada abbellita da statue raffiguranti gruppi di cammelli in ricordo della via della seta e piena di anfratti stracolmi di merci che preannunciano il Bazar.

Alla fine della strada svetta la Moschea di Bibi Khanum, , un tempo tra le più grandi moschee del mondo, costruita secondo la leggenda dalla moglie cinese di Tamerlano, alle spalle il grandioso bazar "Siab".

Infine, a destra, sulla collina, gli scavi di Afrasiab, l’antica Samarcanda, lo Sharhi-Zindah (la necropoli dei Timuridi), il luogo più suggestivo di Samarcanda e più in alto l’osservatorio di Ulug Beck, nipote di Tamerlano e famoso come astronomo.

 

Il cimitero moderno

Scendendo dall’osservatorio, prima di entrare nella necropoli dei Timuridi, ci fermiamo ad aspettare il resto del gruppo nei pressi del cimitero nuovo e decidiamo di dare uno sguardo.

La visione è scioccante e non ha niente a che vedere con l’antica necropoli situata più avanti. Qui domina il grigio e lo spettacolo è funereo, lì i colori delle maioliche che rivestono gli esterni dei mausolei e la finezza delle cesellature interne rendono gioioso e prezioso tutto l’ambiente donando uno spettacolo affascinante.

Dalle tombe emergono enormi lastre di marmo a forma di poligoni di 4, 5 lati irregolari. Il lato più corto è posto in basso come per ricordare un fiore.

Su queste lastre è raffigurato il defunto quasi a grandezza naturale. La fattura delle foto è incredibilmente perfetta, nel passaggio dal nero a bianco sono espresse tutte le sfumature del grigio tanto da produrre l’effetto ottico della tridimensionalità.

Sembrano morti che si sono sollevati dalla tomba e ti fissano con sguardo asettico, distante, lievemente ammonitore.

Sono foto scattate ai morti stessi messi in posizione eretta o alle persone in vita ma già senz’anima?

E’ una sequela di fantasmi viventi che mette i brividi addosso, tanto che prendo, con una certa fretta, la strada dell’uscita.

Giunge però una riflessione: la presenza delle foto e la mancanza di simboli della religione praticata in vita mi fa immaginare che si tratta di tradizione musulmana influenzata da quella occidentale, cristiana, ortodossa o atea che sia.

L’islam non mette simboli sulle tombe ma neanche foto, cose che facciamo noi in occidente.

La visita di un cimitero può apparire di per sè bizzarra ed inutile. Ma il nostro è un viaggio sul filo dell’incontro con gli "altri" e tutto - simboli, comportamenti, abitudini, anche le cose apparentemente più insignificanti - contribuisce ad una maggiore comprensione e conoscenza di culture diverse.

 

Gli sposi

A Samarcamda non passa un giorno che non vedi un corteo nuziale di auto, la prima incorniciata di fiori e candide strisce di cotone, l’auto degli sposi, poi la lunga teoria delle altre al suono strombazzate di clacson. Esattamente come da noi.

Chiedo a Shukur il motivo di tale frequenza.

Mi risponde candidamente, senza aggiungere altro, consapevole che il messaggio è forte e chiaro: "in mancanza d’altro……".

E il risultato sarà la nascita tanti, tanti bambini e il continuo incremento della popolazione.

Fino ad una decina di anni fa si vedevano anche da noi, con una certa frequenza, cortei nuziali. Adesso sono sempre più rari.

Il nostro caro vecchio continente, e più in generale tutto l’occidente, sono seriamente minacciati dal calo delle nascite, con la conseguenza di un rapido invecchiamento della popolazione con tutto quello che ne consegue.

Prima o poi, noi, grassi ed opulenti, saremo sopraffatti da loro, magri ed emergenti. Ne è prova evidente la vicina Cina.

Non sappiamo il tempo che ci vorrà, ma è un tempo che probabilmente verrà.

 

29 Sett.

Samarcanda-Bukhara km 308

Giro di boa

30 sett.

Bukhara-Farap (frontiera Uzbekistan-Turkmenistan) – Mary km 385

Solita trafila alle frontiere dove lasciamo Shukur e rivediamo Helen.

La frontiera di Farap (uscita dall’Uzbekistan e 2° ingresso in Turkmenistan)

Usciamo dall’Uzbekistan, come al solito dopo molto tempo, nonostante il lodevole impegno di Shukur.

Il nuovo ingresso in Turkmenistan è ancora una volta caratterizzato da qualche peculiarità.

Un graduato mi ordina letteralmente di creare una fila, mi tratta come un militare del suo plotone e non risponde alle mie richieste di informazioni, o risponde irato, in un velocissimo inglese tanto da non farmi capire niente. Ingoio questa pillole amare sperando che siano le ultime.

Poi riemerge il problema Carnet che, come abbiamo imparato, lo chiedono solo per vederlo. Questa volta, però, c’è una specificità: manca il timbro di uscita dall’Uzbekistan.

Mi fanno accomodare in un ufficio dove c’è un ufficiale. Gira e rigira tra le sue mani il mio Carnet, fa finta di leggere, almeno è questa la sensazione che avverto. Temporeggia. Nessun sorriso o espressione del suo viso, delle sue labbra, dei suoi occhi di ghiaccio, in grado di farmi intuire cosa gli sta passando per la testa. Forse vuole chiedere soldi e non ha il coraggio di farlo?

Mi parla poi del timbro, gli spiego che non è stato apposto alle frontiere uzbeke perché lì avevano capito che il possesso del documento non costituisce più un obbligo in Asia Centrale.

Annuisce, mi dice di attendere e va via. Torna dopo mezz’ora, sono solo e quella stanza diventa per me una trappola, meglio una prigione. Mi sento a disagio, non nascondo che temo il peggio.

Finalmente torna e dà il via ai suoi sottoposti. Si può procedere.

Esco agitando le carte ed esclamando "ma chisto è nu manicomio". Alessandro sorride e memorizza.

 

 

Prendiamo subito la strada per Mary sapendo che di lì a poco bisogna superare l’Amu Darya sul ponte di cassoni galleggianti ed entrare nel lato sud-occidentale del Karakum.

L’attraversamento dell’Amu Darya sui cassoni galleggianti, riferito da altri viaggiatori come complicato e difficile, tutto sommato si rivela abbastanza semplice, a parte le lungaggini burocratiche.

Oltre al tempo occorrente per sbrigare le formalità di pagamento del pedaggio e l’attesa del proprio turno, parte del gruppo rimane bloccato per circa un’ora a causa di una foto scattata, il conseguente sequestro della macchina fotografica e lunghe trattative per la restituzione.

Io mi trovo già sull’altra sponda e saprò tutto in serata.

Accumuliamo un ritardo preoccupante e penso che anche questa volta si viaggerà fino a tardi.

Il visto scade domani, 1° ottobre, e bisogna arrivare a Serakhs almeno nella tardi mattinata.

Marciamo spediti e riusciamo ad arrivare nei pressi di Mary verso le 22, contenti per avercela fatta.

Domani dobbiamo fare solo un 150 km.

Ma accade l’inevitabile: incidente a Carlo in periferia di Mary.

Una auto gli taglia la strada e lo spinge fuori strada. Per fortuna non si capovolge ma si conficca nel terreno, giù nella scarpata, con le ruote all’aria. L’immagine è sconvolgente. Carlo e Tina escono dalla cabina sani e salvi grazie alle cinture di sicurezza. Cerchiamo di tirare il mezzo sulla strada ma le corde si spezzano e rinunciamo.

Ubriachi, malviventi? Non lo sapremo mai. Faremo varie ipotesi nei giorni successivi, alcune anche fantasiose.

A notte fonda arriva la polizia. Dopo i rilievi del caso, ci promettono che verranno alle sette del mattino con i mezzi adatti al recupero.

Fa freddo, ci rifugiamo nei camper per tentare il riposo. Ospito Helen non prima di aver rifocillato alla meglio la malcapitata coppia di amici che vengono ospitati per la notte da Ambrosina.

Io e mia moglie non riusciamo a dormire, ci chiediamo se la mattina si sarebbe recuperato il camper e se ci fosse stata qualche possibilità di continuare un viaggio che appariva ormai largamente compromesso.

Helen, beata lei, riesce a dormire. La sentiamo russare.

L’autista intanto si rifugia nella sua auto per riposare. Non ci riuscirà per il freddo. La mattina mi rendo conto che nella confusione nessuno di noi aveva pensato di dargli del cibo e una coperta.

Helen e l’autista potevano dormire al nostro hotel, non molto distante, ma sarebbe stato imprudente rimanere da soli, sul ciglio dell’infida strada, senza un interprete.

1° Ott.

Mary-Sarakhs km 265

Alle 7 arrivano un autogrù e un autocisterna.

Con professionalità e calma la polizia, con l’aiuto degli autisti dei mezzi, e alcuni turkmeni compreso l’accompagnatore di Helen, dopo vari tentativi tirano fuori il camper. Il pericolo era che potesse capovolgersi su un fianco. Carlo mette in moto. Il mezzo parte, fa qualche metro. Tutto è OK. A questo punto sfoga lo stress accumulato in un pianto liberatorio. Siamo tutti commossi.

Dopo di che l’autista di Helen le chiede 100 $ per non aver dormito in albergo, per lo "straordinario" che ha fatto, per il disagio procuratogli e per il risarcimento di una grossa corda spezzatasi in un primo tentativo di recupero del mezzo. Helen gira a me le sue richieste ed io non me la sento di girarle al gruppo ritenendo che la cosiddetta mancia non deve gravare su nessuno di noi in quanto di "competenza" di Carlo. Eludo, per il momento, le sue richieste promettendogli che ne avremmo parlato alla frontiera.

Si parte verso le 11, anziché all’alba, come da programma. E’ una corsa contro il tempo.

Ancora fiducioso che in due tre ore riusciamo ad arrivare al confine, telefono ad Hadi, in Iran, per informarlo del ritardo. Lui mi spiega che è già in frontiera e aspetterà fino alla chiusura.

La sosta pranzo che doveva essere breve si allunga perché Helen sparisce con l’autista.

Io sono molto stanco per non aver dormito, il caldo è intenso, c’è vento che solleva molta polvere. I mezzi sono sparsi un po’ ovunque e i baracchini sono spenti. Non me la sento di andare da un camper all’altro per comunicare il tempo per la sosta. Ma non sono eccessivamente preoccupato. Sono le 13,30, mancano per la frontiera meno di 150 km che possiamo coprire in un paio d’ore.

Mi affido anche al destino. Ormai capisco che grava sul gruppo una sorta di "maleficio".

CVD: come volevasi dimostrare. L’autista di Helen prende una strada diversa da quella percorsa da altri viaggiatori ed allunga di circa 100 km.

Poi si aggiunge una differenza di fuso orario rispetto a quanto comunicatomi dal Tour Operator e confermato dal sito web dell’ACI: i nostri orologi sono indietro di mezz’ora rispetto ai loro.

Quando arriviamo a Sarakhs troviamo la frontiera "chiusa".

Ci accampiamo in un parcheggio per TIR

La frontiera di Serakhs/Sarakhs ( uscita definitiva dal Turkmenistan e 2° ingresso in Iran)

Al posto di blocco posto nell’area di frontiera c’è uno scambio di telefonate tra i militari di guardia e la frontiera vera e propria distante qualche km. Viene data l’autorizzazione all’ingresso.

Penso, c’è l’abbiamo fatta, nonostante tutto. Ma memore del "maleficio", non mi entusiasmo più di tanto.

Infatti, dopo una decina di minuti siamo davanti al cancello e lo troviamo chiuso. Non si passa.

Mi chiedo, "Perché siamo stati autorizzati a passare e poi veniamo respinti?". Sanno benissimo che occorrono circa dieci minuti per coprire la distanza posto di blocco-frontiera. Mistero.

Trattativa, implorazioni, tentativi di corruzione: niente da fare. Bisogna accamparsi in questo deserto sterminato e presentarsi la mattina successiva.

Ci dicono che dormire lì è vietato. Il luogo è interdetto alla sosta e non è sicuro. Ci indicano un parcheggio per TIR . Helen intercede, chiede di farci parcheggiare all’interno della frontiera. Niente, sono irremovibili.

Intanto l’autista di Helen rinnova la sua richiesta di 100 $, lo vedo nervoso per cui prego Carlo di dargli una piccola mancia.

A questo punto incassa una ventina di $, somma non di poco conto in Uzbekistan, ed abbandona Helen "al suo destino".

Chiamo di nuovo Hadi per comunicargli che non ce l’abbiamo fatta. Ci vedremo il giorno seguente. Mi risponde che con un taxi tornerà indietro alla ricerca di una stanza per dormire e l’indomani sarà puntuale.

Torniamo indietro di qualche km, troviamo il parcheggio.

Si tratta di un ampio spazio recintato con in fondo, sulla sinistra, una costruzione.

Prima di entrare Helen va a chiedere il permesso che viene concesso solo dopo qualche insistenza. Però niente acqua e docce per noi. E’ razionata e serve per gli autisti dei Tir. Figuriamoci. Per noi quel posto, ancorché solitario e polveroso, sembra il paradiso terrestre. Ci sistemiamo in fondo a ridosso del muro di cinta.

Poco dopo arrivano, a distanza di pochi minuti l’uno dall’alto, enormi, maestosi Tir dal muso lunghissimo (ricordate il film Duel?). La scena al momento è fantastica ed entusiasmante. Da filmare. Solo quando i potenti motori smettono di ruggire e il cancello d’ingesso viene chiuso ci rendiamo conto che i nostri mezzi, insignificanti rispetto a quei dinosauri a motore, sono stati intrappolati. Non c’è alcuna possibilità di una via di fuga.

Helen, rimessa a nuovo dopo una doccia concessale dal proprietario della struttura, s’informa e mi rassicura: alle cinque del mattino del giorno dopo i Tir andranno via.

Abbiamo ancora la forza di ripulirci dalla sabbia e preparare un’ottima cena.

Al mattino veniamo svegliati dal rombo dei motori e dal rumore delle vibrazione dei cofani dei Tir che sembrano non poter resistere alle sollecitazioni imposte da centinaia di pistoni avviati in perfetta sintonia e coordinazione da tutti gli autisti. Sembra una grande orchestra ben diretta, indifferente al nostro riposo.

Di buon ora siamo davanti al cancello della frontiera.

All’avvio delle procedure per prima cosa chiedono il pagamento di una salata "sanzione" a causa del visto scaduto. Cerco di far capire che c’è stato un incidente, che tutto è documentato nel PC di Carlo, che in ogni caso da parte nostra non c’è ritardo perché il visto scadeva alla mezzanotte del giorno prima, comunque molte ore dopo il nostro arrivo ai cancelli e che durante la notte eravamo stati costretti da loro alla "quarantena" nel parcheggio dei TIR.

Niente. Si deve pagare e basta. Mi arrabbio, Helen ha paura e piange, mi prega di stare calmo. "Prison, prison for me" dice singhiozzando.

Prima chiedono 100$ a testa, poi diventano 105, infine si fermano a 107,50. Mi ritengo fortunato perché ad ogni minuto che passa il "costo dell’uscita" sale. Poi non si sa bene dove pagare ed in quale valuta. Mi dicono che si deve tornare indietro e andare a pagare in Banca. Ma quale Banca? Dove, in quel deserto sterminato?

A questo punto protesto. La mia sortita, un po’ imprudente, ha effetto. Si convincono ad incassare la "sanzione" in dollari. Sono 2150 che controllano uno per uno per ben tre volte. Alla fine rilasciano le ricevute (in manat, bontà loro). Non me la sento di controllare e contestare eventualmente il cambio. Il tempo passa inesorabilmente e non intendo stare un minuto di più alla mercè di funzionari rapaci.

Ma non finisce li, si deve stendere il verbale del ritardo e sostengono che ci sono difficoltà perché l’incidente dichiarato non è documentato da rilievi della polizia di Mary. Li prego di telefonare al comando di polizia e mi rispondono che non sono tenuti.

Noto sadismo e malcelato divertimento in quelle facce stupide.

Dopo varie discussioni nella loro lingua, tra Helen che implora e il giovane capo, l’unico che sembra dispiaciuto per quello che sta succedendo (fa capire che sono le loro regole alle quali si deve scrupolosamente attenere), si trova un accordo sul testo.

Prima di procedere mi viene chiesto se mi assumo la responsabilità del contenuto della dichiarazione che deve essere trascritta dalla nostra povera guida su ogni foglio di uscita ( ben 20 volte).

Figuriamoci. Dico "OK", pur non comprendendo una parola di quanto sarà scritto in verbale. Penso solo di lasciare al più presto "Forte Alamo"

Offriamo 50 $ ad Helen come rimborso per il giorno di lavoro in più e per il noleggio di un mezzo per tornare ad Asghabat, distante alcune centinaia di km.

I mezzi vengono controllati uno per uno. Fanno scaricare le bevande alcoliche.

"In Turkmenistan non sono vietate," esclamo con una voce che sembra più un’implorazione che il riconoscimento di un diritto. Si degnano di rispondere che la procedura è prevista da accordi con il confinante Iran, secondo il quale i mezzi devono uscire "puliti". Io penso "ripuliti", vogliono per loro birra e vino.

Ne ho conferma di lì a pochi minuti.

Sono l’ultimo. Tre poliziotti entrano nel camper e trovano tre birre che ho volutamente lasciato in bella mostra per evitare perquisizioni. Uno di essi si stende sul pavimento, ne beve una tutta d’un sorso, furtivamente, poi m’invita a nascondere bene le altre due.

La scena appare veramente disgustosa nel mare di "severità" che ci circonda.

Infine danno il via, sto per uscire quando un altro poliziotto farfuglia, non convinto, "dog, dog" Evidentemente aveva intravisto il cane di Vittorio che, per fortuna, era già uscito. Gli rispondo in napoletano e in tono duro di andarsi a cercare il cane in Iran.

Finalmente esco anche io. Sono le 13, il peggio è passato, siamo tutti all’ingresso della frontiera iraniana dopo 6 ore de "la battaglia di Sarakhs".

Sembra di essere a casa, siamo sani e salvi.

Hadi, puntuale ci sta aspettando da molte ore . Si dà un gran da fare per accelerare le pratiche, passano comunque tre ore, ma c’è molta gentilezza e i mezzi non vengono per niente controllati.

Tocchiamo il suolo dell’ Iran verso le 4 di pomeriggio.

Un impulso irrefrenabile mi spinge a scendere dal camper e baciare la terra dell’Iran. Ovviamente non lo faccio, sarei stato ridicolo. Non so però fino a che punto!

Troviamo subito dopo la frontiera un rassicurante distributore di carburante fornito anche di gasolio.

Che felicità dopo tante tribolazioni!

 

 

2 Ott.

Sarakhs-Mashad (Iran) km 207

Dopo non poche difficoltà usciamo definitivamente dal Turkmenistan.

Veloce rifornimento in Iran e subito via.

Purtroppo abbiamo perduto la visita di Mashad ma cercheremo di realizzare qualcosa in serata.

L’hotel che ci accoglie è favoloso. Il direttore è fiero di farcelo visitare, poi offre un gradito the ristoratore.

A Mashad abbiamo il tempo di andare in un bellissimo ristorante con prezzi al di sopra della media ma ne vale la pena. Il cibo è ottimo e il locale elegantissimo con pareti ricoperte da migliaia di frammenti di specchio. Dopo cena ci rechiamo in centro, nel luogo santo. E’ tardi, non ci fanno entrare nemmeno nello spazio per i non mussulmani nonostante i tentativi di Hadi.

Ci accontentiamo di vedere e riprendere da lontano le sue cupole ricoperte d’oro.

Peccato, non ci sono stato l’anno scorso e nemmeno quest’anno mi è riuscito di farlo.

Ma, ne sono certo, ci riproverò perché Mashad, luogo del martirio, ldi per sé può giustificare un viaggio in Iran, specialmente se si riesce ad entrare nel mausoleo.

3 Ott.

Mashad-Sharud (Bastam) km 511

La strada si snoda come un nastro luccicante lungo i margini del deserto, il Dush e Kavir.

Sulla nostra sinistra la steppa che più in fondo sarà sabbia, ogni tanto caravanserragli in rovina e cammelli al pascolo. Sulla destra le colline rosso- ocra della catena degli Alborz "sorvegliano" questo deserto immenso, bellissimo, spettacolare come madre affettuosa ed eterna, fin dall’inizio dei tempi,

Si dice che non è stato ancora del tutto esplorato. All’orizzonte ancora colline che non si raggiungono mai. Poi all’improvviso ci sei dentro. Non sono ostili. Sembrano tanti coni di nocciola.

Ti invitano a fermarti per ricordarti che sei nel cuore della Via della Seta, che sei protetto, che non devi aver paura. Che ad ogni 30 km ci sono freschi caravanserragli con fontane zampillanti, vassoi ricolmi di frutta afrodisiaca, e ricchi harem pieni di soavi fanciulle…….

Mi accorgo che sto sognando oltre il consentito dalla prudenza di guida. Noi novelli Marco Polo abbiamo i nostri caravanserragli ogni 500 km presso il parcheggio di un qualsiasi, anonimo hotel.

I motori ruggiscono e tirano avanti. Però sono vulnerabili, basta un granello di sabbia. L’avaria meccanica è sempre probabile.

Il cammello invece non si ferma mai. Ha bisogno solo della sua scorta d’acqua per marciare lento e tranquillo nel deserto e riposare alla fine della giornata.

Con lui sicuramente raggiungerai la meta.

 

Nel corso della marcia siamo intervistati da una troupe televisiva

Ognuno esprime liberamente la propria opinione. Anche io dico la mia, a titolo personale. Auspico un dialogo tra America e Iran, critico l’intervento militare in Irak, come mezzo mondo attualmente sta facendo, compresa la maggior parte del popolo americano.

Gli intervistatori sono felici delle mie considerazioni, ci aspetteranno più avanti per salutarci di nuovo.

Nel pomeriggio ci fermiamo al caravanserraglio di Minundash, letteralmente "centro del deserto", uno dei più monumentali e meglio conservati sulla Via della Seta.

 

La visione del caravanserraglio, prima del tramonto, quando la luce è più dolce e i colori sono più tenui, è struggente.

Il silenzio è interrotto soltanto dal nostro continuo parlare e, come in una sala di posa, dal "cinguettio" continuo dei clic delle fotocamere.

In lontananza, il sole dietro le dune tinge di rosso il paesaggio e ci ricorda che è ora di andar via altrimenti il buio ci sorprenderà e lui non potrà far niente per noi, se non all’alba del giorno dopo.

4 Ott.

Bastam-Villaggio Varzeshi, presso Karaj km 528

Ancora deserto, poi entriamo nell’inferno Teheran dove, dopo aver dedicato una parte del nostro tempo alla visita del Mausoleo di Khomeini, ci dirigiamo a Karaj.

Il Mausoleo è imponente ma non ancora completato. Hadi mi dice che forse mai lo sarà per mancanza di fondi.

Nella sala enorme, dove possono pregare centinaia e centinaia di fedeli, rigorosamente separati tra uomini dalle donne, sul lato sinistro troneggia la tomba di Khomehini protetta da una enorme gabbia di legno finemente cesellata. All’interno, sul pavimento è sparsa una quantità enorme di soldi, proprio come nei nostri santuari. Ogni mondo è paese.

Sento un canto patriottico accompagnato da una musica molto dolce. Viene da dietro il mausoleo. Mi affaccio, c’è molto popolo.

Ci sono militari che marciano al suono della musica: in testa due soldati reggono una corona, dietro le autorità. Evidentemente è una cerimonia commemorativa.

A parte la bellissima musica che ha attirato la mia attenzione, mi sorprende la marcia. I soldati con una gamba fanno il passo avanti, poi portano avanti l’altra facendo prima toccare la punta della scarpa sul pavimento, come le danzatrici di balletto classico quando si sollevano sulle punte. I movimenti si susseguono in perfetta coordinazione con la musica e il canto.

E’ una danza, non è una marcia militare. Scatta fulmineo nella mia mente il confronto con la rude e spigolosa marcia tedesca.

La visione e il confronto rafforzano in me la convinzione che l’Iran, al di là dei pronunciamenti ufficiali, è un paese di grande spiritualità, frutto di cultura millenaria.

A Teheran restiamo intrappolati in groviglio di auto, furgoni stracarichi e traballanti, tir minacciosi. Un girone dantesco dove non esistono regole della circolazione, frecce, clacson. Niente. Solo la legge del più furbo, del più audace, del più incosciente.

Arriviamo esausti al villaggio.

Un gruppo di 12 fra qualche ora deve tornare all’aeroporto di Teheran per il volo diretto ad Isfahan.

Irriducibili ed incoscienti, partono alle 11 di sera per tornare alle 2 della notte seguente, prima dell’alba di un nuovo faticoso giorno.

5 Ott.

Villaggio Varzeshi km 0

La mattinata è dedicata al riposo.

Nel pomeriggio tentiamo un’escursione a Karaj con tre auto (siamo in 9) che facciamo chiamare dal direttore del Villaggio.

Dopo alcuni km mi rendo conto che si stanno recando in montagna, non a Karaj.

Io e Vittorio, per prudenza chiediamo di tornare indietro e prendere la direzione giusta.

Noto che il più giovane degli autisti lancia un’occhiata agli altri. La cosa mi insospettisce.

Arrivati in un centro abitato, forse proprio a Karaj, escono dalla strada principale ed entrano in un dedalo di vie strette ed affollate, poi ritornano sulla strada e vanno avanti per alcuni km. Hanno un comportamento poco chiaro. Abbiamo percorso molti km, più di quelli che separano Karaj dal villaggio turistico.

A questo punto faccio fermare le tre auto, Vittorio mi raggiunge ed insieme protestiamo vivacemente, minacciandoli di chiamare la polizia. Così si torna alla base; il più giovane degli autisti dirà che ci volevano far ammirare dall’alto le bellezze del paesaggio.

Forse è vero, forse abbiamo esagerato, ma non avendo la nostra guida e non potendo comunicare nemmeno in inglese non me la sono sentita di rischiare coinvolgendo gli altri.

6 Ott.

Villaggio-Chalus-Ramsar km 268

Durante il trasferimento il camper di Carlo presenta un problema ai freni. Bisogna fermarsi per la riparazione. Accumuliamo del ritardo. Arriviamo a Ramsar sul Caspio nel pomeriggio inoltrato.

Stando alla letteratura di viaggio, la cittadina è uno dei più piacevoli luoghi balneari sul mare.

Lo stesso Scià vi amava trascorrere i fine settimana.

Tra ricerca del parcheggio e sistemazione passa del tempo.

Finalmente usciamo con un minibus ma durante il trasferimento Hadi si ferma all’ingresso di un centro termale per farcelo visitare. Dice che mezz’ora per la visita sarà sufficiente. Io non credo alla sua mezz’ora.

Insiste anche per la prenotazione della cena in un ristorante importante.

Intanto il tramonto si avvicina. Incomincio a temere che perderemo anche la visita di Ramsar.

Mi ricordo in quel momento che anche l’anno precedente, quando si trattava di andare in giro tra la gente, lui cercava sempre di ridurre i tempi delle uscite.

Intuisco cosa passa per la sua mente: visita alle terme (almeno 1 ora), giro veloce in città, magari dal minibus e poi ristorante.

Come avevo deciso a Teheran, lo contrasto per niente preoccupato che il mio comportamento può risultare incomprensibile ai più. Gli dico con determinazione: prima un calmo giro per Ramsar, poi se rimane tempo andiamo alle terme ed infine a ristorante per chi lo desidera.

Il buio ci sorprende presto. Una pioggia insistente fa il resto, alcuni rientrano ai camper.

Io e mia moglie, con altre 2 coppie lo accompagniamo a ristorante.

7 Ott.

Ramsar-Masuleh -Anzali km 290

Anche il 6 ottobre poteva essere una giornata tranquilla.

290 km, con i nostri ritmi, richiedono poche ore.

Dopo una piacevole mezza giornata trascorsa a Masuleh (patrimonio UNESCO), sulla strada di montagna, in discesa, il camper di Carlo ha un problema alla frizione.

Tre, quattro ore di sosta forzata passeranno per la ricerca di un meccanico nel villaggio più vicino e la riparazione.

Così si riparte intorno alle 6 del pomeriggio.

Perdiamo anche la visita della magnifica Anzali. Malinconici, ci accontentiamo di darle una sbirciatina dai nostri camper, di sera, quando l’attraversiamo per raggiungere il punto sosta programmato.

Sono veramente deluso e dispiaciuto, come traspare dal volto di tutti i compagni di viaggio, per aver perduto anche Anzali.

8 Ott.

Anzali-Tabriz km 435

Normale tappa di trasferimento, a parte una fitta nebbia sui passi di montagna che rallenta la marcia.

In serata arriviamo al parcheggio di un magnifico Hotel, nel parco Illgoli.

Rimane un po’ di tempo per fare una breve passeggiata.

E’ tardi, il freddo è intenso e il parco è deserto.

Niente a che vedere con le sensazioni provate l’anno scorso, in primavera, di venerdì, giorno di festa.

Ragazze in chador che praticavano footing, famiglie intere sedute sui prati immacolati per il picnic, nonni che giocavano a pallone con i nipotini.

Scene di altri tempi che ci commossero, che non ci aspettavamo: una vera sorpresa rispetto ai luoghi comuni rappresentati dalla nostra TV.

Tabriz fu la nostra prima visita in Iran e l’effetto sorpresa fu ancora più eclatante.

Alla fine del viaggio vi ritornammo per accertarci che non ci eravamo sbagliati, che in silenzio, senza clamori, la gente conduce una vita normale, semplice, apparentemente serena. Ma questa è un’altra storia. La meta di quest’anno era l’Asia Centrale.

Lungo il Caspio, dove le città hanno poco da raccontare della loro storia passata, abbiamo visto poco o niente. L’Iran si è presentato nella sua veste più dimessa e ciò, probabilmente, potrebbe far pendere, erroneamente, il giudizio complessivo sul negativo.

E’ un paese da visitare con calma, con la tolleranza del vero viaggiatore, almeno in un mese, per coglierne tutti gli aspetti. Il suo fascino e la dolcezza della gente, ne sono certo, conquisterà.

9 Ott.

Tabriz-Bazargan km 285

Nella mattinata escursione con minibus a Tabriz. Io, Enzo e Vittorio andiamo al Bazar per gli ultimi acquisti, altri visitano la moschea blu e il museo.

Nel pomeriggio tranquilla tappa di trasferimento.

In serata arriviamo in frontiera dove espletiamo solo una parte delle formalità doganali iraniane, perché la frontiera turca ha chiuso i battenti per mancanza di collegamenti dei computer. Ci invitano ad andare a letto.

Dopo meno di un’ora, la polizia iraniana ci sveglia per avvertirci che i turchi possono farci passare. Completiamo le formalità in Iran.

E’ notte e i doganieri turchi con molta solerzia fanno il loro lavoro (passano comunque un paio d’ore). Alla fine ci chiedono esplicitamente una mancia di 10 $ a camper invece dell’acquisto del visto d’ingresso dal costo di 10 € a persona ed appongono il timbro sul visto acquistato al 1° ingresso. Penso subito che alla frontiera turco-greca faranno storie per la mancanza del nuovo visto.

Niente di tutto questo. Passeremo velocemente, senza controlli salvo uno sguardo più "intenso" su quel timbro.

E’ notte fonda, dormiamo nel parcheggio nei pressi della frontiera dopo essermi informato sulla sua tranquillità e sicurezza.

10 Ott.

Bazargan-Ursunlu (presso Erzinzan) km 490

Ad Agri accompagno Mario alla Tofas per un problema ai freni del suo camper.

Staremo fermi per un paio d’ore, ma la sosta si rivela assolutamente ininfluente sulla tabella di marcia.

Lungo il percorso 3 camper si staccano dal gruppo evidentemente desiderosi di maggiore libertà di movimento dopo oltre 40 giorni di vita in comune.

Facciamo sosta per la notte ad Ursulnu.

Mancava la ciliegina sulla torta. Mia moglie cade in un canale. Risultato accertato in Italia : frattura di due costole e lieve versamento pleurico.

I dolori sono atroci e i km da fare sono ancora tanti. I nostri amici medici si danno un gran da fare e si tampona con antidolorifici. Soffrirà molto, ma non si lamenterà mai.

Io, compatibilmente con lo stress accumulato e il dispiacere di essere stato lasciato da 3 camper con un saluto tiepido e senza motivi "seri" (mi sorprende in particolare quello di Carlo quando afferma di andare via perché "stanco di questo gruppo" dopo tutto quello che il gruppo ha fatto per lui), continuerò a svolgere il mio "lavoro" fino all’ultimo giorno, fino allo sbarco a Bari.

11 Ott.

Ursunlu- Tokat km 374

Si decide di deviare per Tokat, città vecchia di 2500 anni, dove ci fermiamo per tutto il pomeriggio.

Aiutati da due turchi trovo un’ottimo punto sosta presso la moschea centrale. Li ricompenso con alcune birre analcoliche acquistate a Tabriz.

In serata andiamo presso un ristorante che conoscevo dall’anno scorso dove avremmo dovuto gustare kebab, tra i migliori della Turchia. Invece la cena è scadente (un cambio di gestione?) , ma giunge dagli amici una sorpresa che dà letizia al cuore di tutti.

Augusta fa un discorso. Prima ringrazia Vittorio, l’angelo custode che si è trovato vicino in tutto il viaggio, poi me.

Mi consegnano, in ricordo del viaggio, 2 bellissime miniature acquistate ad Isfahan, raffiguranti antiche partite di polo. Una per me e una per il presidente del Club.

Mi commuovo. Cerco di dire qualcosa ma farfuglio solo frasi sconnesse. Mi commuovo perche’ interpreto il gesto non come una pura e semplice formalità ma come un sincero ed affettuoso ringraziamento per l’impegno da me profuso, sinceramente, in tutto il viaggio.

Da quel momento Alessandro mi etichetta con la locuzione "Nando, anema e core"

12 Ott.

Tokat - Amasia - Park Alani km 660

Trasferimento.

Lungo il percorso sosta piacevole ad Amasia, l’antica capitale del Ponto, dove il re Farnace affrontò le legioni romane e Cesare, vittorioso, alla fine della battaglia pronunciò la famosa frase "Veni, vidi, vici".

Oggi è una cittadina bellissima, dall’atmosfera incantata e un po’ retrò.

E’ adagiata lungo un placido fiume, sulle cui sponde piene di platani, da un lato troneggiano, in una lunga sequela, le statue dei sultani che si sono succeduti nei secoli e , dall’altro, il vecchio centro storico sul quale incombono decine di tombe rupestri scavate nella roccia della collina.

Vi trascorriamo un paio d’ore e quasi tutti, pervasi dal sacro fuoco dello shopping, ci immergiamo in acquisti, ancora acquisti, anche per consumare la valuta turca rimasta.

13 Ott.

Park Alani-Nea Iraklista km 602

Si ripete la sosta dell’andata.

Questa volta il market è aperto. Si reintegrano le scorte della cambusa.

Dopo cena ci riuniamo in uno dei locali antistanti la spiaggia per salutare la coppia Alessandro-Manola. Tenteranno di anticipare l’imbarco e il rientro a casa.

Si parla, si fanno i primi bilanci del viaggio. Alessandro, con le sue prolusioni toscane ci mette addosso una grande allegria.

14 Ott.

Nea Iraklista – Ioannina km 432

Ad ora di pranzo, al sole, sereni, con una velocità e una maestria sorprendenti si tirano fuori sedie e tavolini per l’ultimo pranzo in comune.

I più felici sembrano essere i "milanesi", in particolare Angelo che ogni giorno avrebbe voluto avere il desco collettivo. Purtroppo le asperità del viaggio e la stanchezza che si accumulava giorno dopo giorno ce lo hanno consentito solo poche volte.

Le cambuse dei camper "vomitano" ogni ben di dio. Stuzzichini ed antipasti, tre primi con salse diverse. Le gentili signore si danno un gran da fare.

In serata siamo ad Ioannina.

Sostiamo in un tranquillo parcheggio a pagamento.

15 Ott.

Ioannina-Igoumenista km 95

In mattinata i più irriducibili fanno un giro in barca e visitano un’antico monastero su un’isoletta.

Io resto in camper. Mia moglie è dolorante.

Quando partiamo imbocco decisamente, previa una veloce informazione chiesta al custode del parcheggio, la strada per Igoumenista indicata dalle frecce. Non c’è nessuna indicazione per l’autostrada. Vado avanti pensando che prima o poi la strada che sto percorrendo si congiungerà ad essa. Niente di tutto questo.

Ci troviamo, invece, a fare 90 km di montagne e tornanti. Il Metsovo.

In pratica è la vecchia strada. Il destino ha voluto ricordarci per l’ultima volta le montagne di Gaudan, in Asia Centrale.

I compagni di viaggio sono molto tolleranti.

 

16 Ott.

La nave parte con qualche ora di ritardo

Arriviamo a Bari intorno alle 13

Ultimi saluti con la promessa di rivederci e poi ognuno prende " a via d’a casa", dicono a Napoli.

In autostrada, a Mirabella Eclano, mi aspetta Michele con un giornalista di un giornale locale. Rilascio un’intervista e poi di filato a casa.

 

 

 

CONCLUSIONI

 

Organizzare un viaggio in Asia Centrale non è semplice, richiede dosi massicce di pazienza e testardaggine.

Il Turkmenistan, in particolare, è uno scoglio duro, durissimo

 

Dalla burocrazia consolare già emergevano indizi eloquenti, preludio delle difficoltà in concreto trovate. Come ad esempio:

1° il governo può rifiutare il visto senza essere tenuto a dare spiegazioni.

2° se si sbaglia una qualsiasi risposta sulla modulistica la richiesta di visto può essere respinta dal console.

3° il pagamento si effettua solo in contanti alla sportello di Vienna. Non sono ammessi versamenti tramite bonifico bancario o Western Union. Occorre mettere i soldi in contanti nel pacco. Pratica, tra l’altro, vietata dalla legge. Io ho messo nel pacco spedito tramite UPS 22 passaporti, 44 moduli compilati con foto, la lettera d’invito del Tour Operator approvata dalle autorità governative, l’itinerario autorizzato, 1562 € cash ed ho incrociato le dita.

4° con i visti in regola si può essere respinti alla frontiera perché quel giorno Nyamov, il Presidente, e il fantasma della onnipresente mamma così hanno deciso.

 

Per viaggiare in questi territori pazienza e testardaggine non sono sufficienti. Occorrono anche una sorta di "fatalismo" misto ad "incoscienza" e dimenticare di essere in vacanza.

Nella trasmissione Rockpolitik del 20 ottobre 2005, Celentano ci ha mostrato una classifica di tutti i paesi del mondo relativa al loro grado di libertà.

Il Turkmenistan figurava al penultimo posto. L’Istituto di ricerca, estensore della classifica, evidentemente sa il fatto suo.

Noi l’abbiamo toccato con mano, abbiamo avuto la prova palmare di questa verità.

Il Turkmenistan è come una trappola.

La frontiera di Serakhs, che si staglia solitaria in un deserto sterminato, è una vera e propria "forca caudina" . Più avanti, in Asia, c’è un grande e pericoloso deserto: il Takla Makan. Letteralmente significa. "se entri non esci". Il concetto si attanaglia bene anche a Sarakhs.

Quando la vedi da lontano ti assale un senso di angoscia. Ad un centinaio di km corre il confine afgano.

 

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Personalmente non ho mai pensato che stavo in vacanza, ho sempre pensato che stavo viaggiando fuori dai normali circuiti, per conoscere, vedere, intuire un mondo così distante. Non solo geograficamente.

Rispetto al quale ogni tentativo di ricondurre preventivamente alla normalità la realizzazione del programma di viaggio si è rivelato un’utopia.

Infatti 10 mesi di preparazione non sono stati sufficienti a neutralizzare gli imprevisti che puntualmente, nel concreto, si sono verificati.

Numerose circostanze hanno rallentato tempi e ritmi dei trasferimenticostringendoci, in diverse occasioni, a viaggiare oltre il tramonto e qualche volta anche di notte:

il rifornimento del gasolio (un vero e proprio tormentone per la cronaca mancanza ai distributori), i guasti meccanici, la disomogeneità dei mezzi, l’ottusa burocrazia alle frontiere attraversate (tra entrate ed uscite, ben 14 volte), l’incredibile inefficienza del Tour Operator Iraniano nei cui confronti nutrivo una cieca fiducia, avendo ricevuto servizi allo stato dell’arte per il mio viaggio in Iran nel 2004, il brutto incidente ad un camper, la foto scattata nel posto sbagliato al momento sbagliato, ecc..

46 giorni sono stati insufficienti, nonostante in numero superiore a quelli programmati per lo stesso viaggio da altri viaggiatori in camper, per la verità pochi negli ultimi 10 anni ( non più di 4/5 gruppi).

60 potevano essere l’ideale rispetto al numero di equipaggi. Sicuramente avremmo avuto più tempo per il riposo fisico.

Non so se anche per quello mentale.

Perché, ammesso che fossimo stati autorizzati a restare in Turkmenistan ed Iran per un numero maggiore di giorni (in genere per il doppio transito le autorità concedono un tempo di permanenza molto limitato), non sono sicuro che lo stress si sarebbe alleviato.

La forzata convivenza di 20 persone, per un tempo non breve, in condizioni di disagio, diverse tra loro per carattere, stile di vita, storie personali, collocazione geografica, hanno pesato non poco.

Nuove amicizie sono nate, altre non sono mai nate ed alcune incomprensioni difficilmente potranno essere sanate: è il pedaggio che purtroppo si deve pagare nei viaggi di gruppo.

Ma il gruppo è vitale per persone normali e semplici come siamo noi, specialmente quando ci avventuriamo in terre remote, poco battute dal viaggiatore indipendente.

Nell’associazione ognuno di noi cerca il conforto e l’aiuto dell’altro per fronteggiare le difficoltà.

Per evitare il pedaggio si dovrebbe viaggiare da soli, senza limitazioni di tempo e della propria libertà personale. Bisognerebbe affrontare tutti i disagi, direttamente, in prima persona sotto la propria autonomia e responsabilità.

Io, personalmente, non sono "capace" di viaggiare da solo.

Sono una persona normalissima con i suoi difetti, le sue insufficienze, i suoi errori.

Preferisco il gruppo sapendo che dovrò sopportare ed essere sopportato, sapendo che gli imprevisti e le difficoltà nel viaggio sono fisiologici, sapendo che compilare pagelle di condanne o meriti è una pratica presuntuosa ed infantile.

 

 

Il viaggio è stato sofferto, lungo, difficile.

Si è affinata, però, l’arte del viaggiare.

La nostra avventura in Asia Centrale si è conclusa dopo 46 giorni.

Abbiamo percorso con 10 camper oltre 13.000 km attraverso le montagne, le steppe, i deserti di 4 paesi, spesso su strade impervie e al limite della percorribilità.

E’ stata un’esperienza intensa.

Il compagno di viaggio Alessandro, medico e, quindi, nostro angelo custode, alla fine del viaggio esclamò nel suo piacevolissimo accento toscano "ragazzi, ma vi rendete (c)onto? E’ stato un viaggio tosto! Abbiamo aperto i cancelli della storia e siamo entrati dentro".

Non aveva torto.

Abbiamo percepito dal "vivo" che quei popoli, caduti in oblio con la decadenza della Via della Seta dopo la scoperta dei nuovi passaggi ad Oriente via mare, ed oggi alla ricerca della propria identità perduta a causa della dominazione zarista e della successiva sovietizzazione, erano al centro del sapere filosofico e scientifico quando in Europa, di sera, si chiudevano a chiave i ghetti.

 

E’ stato un viaggio eccezionale sotto tutti i punti di vista, nel bene e nel male.

Come si possono dimenticare

le ripide "rampe" dell’altopiano anatolico,

le danze curde a Dogubayazit, nel piccolo camping Murat,

la sterminata pianura che corre oltre il Kurdistan turco verso l’Armenia su cui domina, come un gigante, il maestoso Aratat dalle cime innevate. E il piccolo Ararat, che accanto come un figlio, ne esalta la potenza scenica,

la gigantesca cupola del Mausoleo del sultano mongolo Olijaitu Kodabandé, terza nel mondo per larghezza ed altezza, purtroppo perennemente in restauro,

il più alto minareto dell’Islam a Konja-Urgench, proiettato verso il cielo, come un antico missile, che nessuna fotocamera riuscirà mai catturare per intero da vicino,

Asghabat con i suoi cavalli regali, la megalomania di Nyamov espressa nel "delirio" edilizio,

lo sterminato bazar Tolkuchka – il secondo nell’Asia Centrale, dopo quello di Kashgar nello Xijang- adagiato sulla sabbia nei suoi sfavillanti colori proiettati su di noi da sete, ori, tappeti …alcuni volanti…, dai variopinti costumi indossati da donne, indipendentemente dall’età,

la dolcezza del canto e l’armonia delle danze delle tre indimenticabili fanciulle turkmene,

e, poi,

la full immersion a Khiva, il gioiello del Khorazm che, incastonato tra i frutteti e i campi di cotone nel delta dell’Amu Darya, brilla ancora di luce propria,

la mimica orribile del ragazzo uzbeko che in un’arcaica danza contadina imitava gli animali,

i luoghi sabbiosi (Registan) di Bukhara e Samarcanda, con i minareti rivestiti da azzurre maioliche svettanti verso il cielo fino a confondersi con esso nella fusione del colore,

i 1000 km dello stupefacente deserto iraniano, "sorvegliato" dalla rossa catena degli Alborz, come madre affettuosa ed eterna, fin dall’inizio dei tempi,

la visione, prima del tramonto, quando la luce è più dolce e i colori sono più tenui, del caravanserraglio di Minundash, uno dei più monumentali e meglio conservati sulla Via della Seta,

il formidabile Mausoleo di Khomeini a Teheran e la marcia dei militari simile ad una danza, segno evidente di un Iran spirituale e al femminile,

il gigantesco lampadario di cristallo della moschea di Tokat,

l’atmosfera incantata e un po’ retrò di Amasia,

e, poi, tanto altro ancora……..

Ne abbiamo fatto di cose! Qualche volta anche nel pericolo!

Tutto è stato una gioia per i nostri occhi meravigliati e per la nostra coscienza svegliata dall’adrenalina.

Dice il grande viaggiatore B. Chatwin nel suo "Anatomia dell’irrequietezza" "…l’adrenalina l’abbiamo tutti………l’adrenalina è la nostra indennità di viaggio…"

 

Tutto rimarrà impresso nel nostro cuore e nella nostra mente. Presto dimenticheremo banalità, disagi e saremo fieri e felici di ricordare la nostra "avventura" nella consapevolezza di aver arricchito di nuovi significati la nostra vita e piantato nuovi semi nella nostra cultura.

Dobbiamo essere orgogliosi di essere stati capaci di aver realizzato un programma complesso nonostante avversità di ogni tipo.

Se mi chiedessero "rifaresti il viaggio?", risponderei "assolutamente si". Magari con qualche affinamento organizzativo, in primis, un numero inferiore di partecipanti e mezzi simili per età e motorizzazione.

Perciò ringrazio tutti, indistintamente. Anche chi ha manifesto qualche critica.

Il tempo ci allontanerà dalla cronaca e ci porterà alla storicizzazione degli avvenimenti. E ognuno di noi li collocherà nella giusta dimensione quando i sentimenti più accesi si saranno affievoliti, quando ognuno di noi abbandonerà la pratica del vedere la pagliuzza negli occhi degli altri invece della trave sulle proprie spalle.

Ringrazio il Traiano Camper Club nella persona di Michele Arancio che, con la sua calma e bonomia, dietro le quali si nasconde un carattere fermo e determinato, nella fase preparatoria del viaggio mi ha sempre incoraggiato ad andare avanti, anche quando lo scoramento e la paura di non farcela prendevano il sopravvento.

 

Ferdinando Marino

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